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“…recensioni”

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da una “nota facebook” di Claudio Giorno  –  Lunedì 15  febbraio 2016

Piero Gobetti tra la Mole Antonelliana e la Tour Eiffel da una illustrazione di Ale+Ale

Piero Gobetti tra la Mole Antonelliana e la Tour Eiffel da una illustrazione di Ale+Ale

90anni fa moriva Piero Gobetti. Oggi tutti i giornali gli dedicheranno almeno una annotazione. E il rischio – inevitabile – è che tentino di appropriarsi della sua figura dopo che tutti i giorni (365 x 90 = trentaduemilaottocentonovanta + una ventina di “aggiunti bisestili”) ne hanno tradito le idee in un progressivo, inesorabile scivolamento verso quelle di chi lo ha assassinato e che oggi – in occasione dell’anniversario – proverà ad appropriarsi della sua eredità. Una eredità che nessuno come sua moglie Ada ha saputo raccogliere e compiere nel percorso della Resistenza, prima, e nella denuncia del progressivo tradimento, poi. Ma per restituire al giovane uomo la sua straordinaria – incredibile vitalità nonostante sia stato privato così presto della vita mi sembra sufficiente pubblicare un breve elenco di quanto è riuscito a fare in così pochi anni il che lascia solo immaginare cosa avrebbe potuto essere se i nonnetti in camicianera della cricca che oggi ha scalato il potere non lo avessero “tolto di mezzo”…(l’”elenco” che – al di la di alcuni commenti, peraltro garbati, dell’autore rende bene l’idea di quanto fosse eccezionale il suo pensiero e potente il suo attivismo è tratto da un articolo di Maurizio Assalto apparso su La Stampa dell’11 febbraio us): “Quindi sposa Ada, la fidanzatina del liceo, e fonda la sua casa editrice, che ha nel logo il motto, in greco, «Che ho a che fare io con gli schiavi?» e pubblicherà in tre anni 84 titoli, tra i quali la prima edizione di Ossi di seppia di Montale. Intanto traduce dal francese, dal russo, studia Dante e Leopardi, scrive saggi sulla filosofia gentiliana, si entusiasma per l’occupazione delle fabbriche, polemizza e si rappacifica con Granisci, fino a collaborare come critico teatrale al suo Ordine Nuovo. Viaggia in Belgio, a Londra, a Parigi, (…) a 23 anni fonda la sua terza rivista, Il Baretti, volto alla critica letteraria e artistica. Subisce perquisizioni, sequestri, percosse, arresti, non si ferma. Alla fine del’25 nasce il figlio Paolo, che potrà vedere per poco più di un mese.

Una vita di corsa, a ritmi accelerati, quasi presagisse che il tempo gli scarseggiava. Magmaticamente attraversata da slanci (la «scoperta» della classe operaia, l’ammirazione per Lenin e Trockij), contraddittoriamente tesa tra liberalismo e marxismo, autorappresentata «aridità» razionalistica e fervori ideali, pulsioni futuriste e giovanile titanismo. Gobetti forever young, eterno coetaneo. Piacerebbe anche ai ragazzi di oggi.

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…dittature popolari (o populiste?)…

dal profilo facebook di Claudio Giorno  –  Domenica 26 aprile 2015

Sfogliando una rivista di propaganda illustrata della DDR, oltre sessant’anni fa, Ennio Flaiano mi sembra quasi che anticipi il presente di ottimismo coatto sprigionato dai twitt del premier

 

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Operai sorridenti stavano al tornio; altri collaudavano macchine utili, sorridendo; minatori sorridenti scendevano nelle miniere; famiglie di operai sorridevano nei loro lindi appartamentini; altri operai, vestiti a festa, ascoltavano sorridendo Ciajcowskij o I masnadieri di Schiller, recitati da attori popolari e sorridenti; molti altri operai sorridevano all’idea di andare in vacanza e ci andavano, contenti, in gruppo; operaie sorridenti preparavano profumi e cosmetici per la classe operaia; un nonno operaio raccontava infine, a due frugoletti, fiabe russe ispirate alla Gioia e alla Vita. E i frugoletti sorridevano. Furono insomma quei sorrisi a convincermi che Orwell ha sbagliato il suo 1984, mostrandoci, sotto la dittatura, una umanità tetra e spaurita. Non è così: nelle dittature popolari tutti sorridono, sempre. Si può obiettare: Meglio!  – Nientaffatto. La condanna a sorridere è più feroce, insopportabile, agghiacciante di quella ideata dallo scrittore inglese,  che ci permetterebbe almeno di restare seri.

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amate montagne
dal profilo facebook di Claudio Giorno  –  Mercoledì 4  marzo 2015 alle 11:29

adaG

4 marzo 1945

Con Ettore, sono andata al Lingotto, dove dovevamo incontrarci con Mino e aiutarlo a trasportare in centro certe valigie piene di stampa. Ma il tipografo – sistemato in una curiosa casa semi rovinata sulle rive del Po – era in ritardo e, per aspettarlo senza dar nell’occhio, andammo a sederci un po’ in un boschetto che forma una specie di isolotto in mezzo al fiume. Istintivamente sedetti guardando la collina e voltando le spalle alle montagne. E’ un fenomeno veramente curioso: il solo veder le montagne coperte di neve mi dà un senso fisico di nausea: forse perché ne ho fatto indigestione. L’altra sera, in casa di Natalia, ho dovuto spostarmi per non vedere una fotografia di ghiacciai appesa al muro. E pensare che un tempo il solo veder la linea di una montagna mi sollevava il cuore. Ora m’opprime con un senso d’angoscia. Ma passerà.

Ada Gobetti, Diario Partigiano (Einaudi)

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…buttato via dentro un fazzolettino…

dal profilo facebook di Claudio Giorno  –  Venerdì 28 marzo 2014

Bohumil Hrabal

(…) vado continuamente in fretta, per poter sognare due o tre ore al giorno inattivamente attivo, perché so bene che la vita umana è breve e passa mentre si mescolano le carte, che forse sarebbe meglio se fossi lavato via, buttato via dentro un fazzolettino, talvolta mi atteggio come se stessi fiutando un milione, anche se so bene che alla fine vincerò una merda che ride, che la festa è cominciata con una stilla di seme e finirà nel crepitio del fuoco, da inizi così belli così belle conclusioni, dietro un visetto grazioso si può amare l’allegra madrina Morte, annaffio le piante quando piove, nel luglio afoso mi tiro dietro lo slittino di dicembre, nei caldi giorni estivi, per rinfrescarmi, mi bevo i soldi destinati al carbone per scaldarti d’inverno, tremo continuamente di paura perché la gente non trema di paura per quanto la vita è breve, è così poco il tempo, finché ce n’è abbastanza, per le follie e l’ubriachezza, vivo i mattutini postumi di sbronze come campioni nient’affatto privi di valore, anzi, come valore assoluto di un trauma poetico con un accenno di insania, che va assaporata come una santa colica epatica(…)

Bohumil Hrabal – (100 anni dalla sua nascita) – da “Il manuale di un apprendista sbruffone” (1970)

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Rimorsi

dal profilo facebook di Claudio Giorno  –  Venerdì 20 settembre 2013 alle ore 11.15

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Ne ho rimorso. Ma è vero che a un certo punto della nostra vita i rimorsi li inzuppiamo nel caffè la mattina come i biscotti.

Natalia Ginzburg, Caro Michele (Mondadori 1973)

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Ode al governo delle losche intese

dal profilo facebook di Claudio Giorno  –  Domenica 28 aprile 2013 alle ore 18.29

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Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni.

Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.

Pier Paolo Pasolini:  Scritti corsari, 1975.

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Tutto come duemiladuecentoventicinque anni fa

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) –  Lunedì 10 agosto 2009 alle ore 11.17

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Tutto come duemila e duecentoventicinque anni fa, anno 536 dalla fondazione di Roma, quando, un giorno di fine settembre, accadde l’impensabile. L’Africa invadeva l’Italia. Un “maghrebino” di cognome Barca passava le Alpi, scendeva nella bufera con ventimila uomini, migliaia di cavalli, asini, e decine di elefanti, per sfidare la Dominante sul suo terreno.
Coincidenza? Ma intanto il Grande Africano riappare a Venaus, accanto al presidio contro l’Alta velocità ferroviaria, con uno striscione teso fra due alberi: SUI MONTI DOVE PASSÒ ANNIBALE IL TAV NON PASSERÀ. Nel baracchino, attrezzato con brande e cucina, la guardia non smonta mai nel timore di colpi di mano delle forze dell’ordine. Guardo la pattuglia degli irriducibili e mi accorgo subito che questa non è la bomboniera pusterese inondata di miliardi e coccolata dal Potere. Qui tira un’altra aria. I valsusini sono gente incazzata e decisa a non mollare. Quando si sentono presi in giro diventano implacabili. Dal Potere hanno avuto solo fregature. Gli avevano promesso l’autostrada gratuita, e gli hanno dato solo quegli orrendi piloni sopra la testa. Susa doveva collegarsi col mondo e non ha avuto che gabelle medioevali e lo sconcio del territorio. CHE BELLO, sta scritto su un manifesto, MIO FIGLIO POTRA ANDARE DA TORINO A LIONE IN DUE ORE. IO INTANTO ASPETTO OTTO MESI PER LA MIA ECOGRAFIA ALLA PROSTATA.

Paolo Rumiz: Annibale, un viaggio (Feltrinelli 2008)

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Il tempo della buona politica

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) –  Venerdì 29 maggio 2009 alle ore 10.28

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“ Ciao Edoardo”, lo saluto. “Ciao, dj Zomby”, lo saluta Ozzy. “Riccardo mi ha appena detto che ha organizzato per ‘sta sera una sfida alla cieca tra piccoli produttori di Champagne” ci fa lui. “L’ha appena detto anche a noi” lo informo. “I partecipanti dovranno esprimere un giudizio e provare a fare i giusti abbinamenti tra champagne e piccoli produttori. Allora mi è venuta in mente un’idea geniale” ghigna. Si china sul tavolo e sussurra: “Perché non ne organizziamo una anche noi con…” “Dieci piccoli pusher che portano dieci qualità di bamba?” Lo interrompo. Scoppiamo a ridere forte. “Ci avevi già pensato, eh?” Mi fa Zomby. “Io però dicevo di farlo per la nostra serata di inaugurazione all’insegna dello slogan La Droga Ci fa Schifo. Ci sta, no?” “Ci sta, ci sta.” Battiamo cinque. In quell’istante si sente un doppio bip. Zombi ed io ci frughiamo in cerca del cellulare. Vince lui. Controlla il display. Alza gli occhi al cielo.. Me lo mostra. Leggo l’sms ad alta voce anche se so già cosa c’è scritto. “W VELTRONI! SONO APERTE LE ISCRIZIONI AL PARTITO DEMOCRATICO! CORAGGIO! VIENI CON NOI! IL TEMPO DELLA BUONA POLITICA INIZIA CON TE!”

Giuseppe Culicchia la città brucia . Mondatori editore 2009. pp. 284-285

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l’estasi dell’ipocrisia

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) – Giovedì 28 maggio 2009 alle ore 8.35

Philip Roth
Quella del novantotto del New England fu un’estate di sole e di squisito tepore; l’estate – nel baseball – di una mitica battaglia tra il dio degli home run bianco e un dio degli home run di pelle scura; e, in America, un’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo – che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’ufficio ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia.

La macchia umana, Philip Roth, 2000 (pag 4 dell’edizione Einaudi del 2008)

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è sempre stata tutta colpa della “sinistra”

dal profilo facebook di  Claudio Giorno (Note) -l Mercoledì 27 maggio 2009 alle ore 14.05

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“Per me”, disse il dottore guardandoci adagio, “la colpa non è stata di questo o quell’individuo. Era tutta una situazione di guerriglia, d’illegalità, di sangue. Probabilmente questi due hanno fatto davvero la spia…Ma” riprese, scandendo la voce sulla discussione che ricominciava, “chi ha formato le prime bande? Chi ha voluta la guerra civile? Chi provocava i tedeschi e quegli altri? I comunisti. Sempre loro. Sono loro i responsabili. Sono loro gli assassini. E’ un onore che noi italiani li lasciamo volentieri…”
La conclusione piacque a tutti. Allora dissi che non ero d’accordo. Mi chiesero come. In quell’anno, dissi, ero ancora in America. (Silenzio.) E in America facevo l’internato. (Silenzio.) In America che è in America, dissi, i giornali hanno stampato un proclama del re e di Badoglio che ordinava agli italiani di darsi alla macchia, di fare la guerriglia, di aggredire i tedeschi e i fascisti alle spalle. (Sorriseti. ) Più nessuno se lo ricordava. Ricominciarono a discutere.
Me ne andai che la maestra gridava: “ Sono tutti bastardi” e diceva: “E’ i nostri soldi che vogliono . La terra e i soldi come in Russia. E chi protesta farlo fuori”.

Cesare Pavese, La luna e i falò. 1950. (Pagina 64 dell’edizione tascabile Oscar Mondatori del 1970)

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…libertà

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) –  Martedì 26 maggio 2009 alle ore 8.52

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“Nel 1924, a diciassette anni, Richard era un fanatico nazionalista e antisemita che aderì alla Lega nazionalsocialista per la libertà, uno dei primissimi gruppi nazisti svedesi. Non è affascinante che i nazisti riescano sempre a piazzare la parola libertà nella loro propaganda?”

Stieg Larsson, Gli uomini che odiano le donne. 2005. (pag. 112 di Marsiglio editori del 2007)

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i giornali…(e i giornalisti) già un secolo e un quarto fa

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) –  Sabato 23 maggio 2009 alle ore 8.25

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“E con tutto ciò è un drittone che non crede a nulla e raggira tutti. Il suo giornale che è ufficioso, cattolico, liberale, repubblicano, orleanista, torta di crema e bazar da quarantotto centesimi, è stato fondato soltanto per sostenere le sue operazioni in borsa, e i suoi affari di ogni genere. Su questo punto è fortissimo, guadagna milioni con società che non hanno quattro soldi di capitale…”

Bel-Ami. Guy de Maupassant, 1885 – (BUR, pag.79 dell’edizione del marzo 2008)

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