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LUCCA CHIAMA VIAREGGIO

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Luccaindiretta” è uno degli innumerevoli quotidiani ondine che devono alla rete la ragione e la possibilità di esistere. E per onorare quel che recita la testata un suo redattore si è recato di prima mattina al Polo fieristico della bella cittadina cinta di mura, verdi e ciclabili, dove persino sulle torri medioevali può trovar dimora un albero.

“Strage di Viareggio, è il giorno della sentenza. E’ già iniziata l’attesa per quella che dovrebbe essere l’ultima udienza del processo per la strage di Viareggio del 29 giugno del 2009 che costò la vita a 32 persone”. Inizia così la “diretta” del giorno più lungo di una piccola città il cui piccolo tribunale dovrà spiegare ai cittadini di una città sorella – e agli italianitutti – come è stato possibile che una tiepida serata di giugno si sia trasformata in un inferno a causa dello “svio” (come dicono i manuali del collegio degli ingegneri ferroviari) di un carro cisterna proprio sul fascio-binari della stazione. Un carro carico di GPL,  il Gas da Petrolio Liquefatto che consente di dare una impronta un po’ più ecologica al muoversi in auto di chi di noi ha scelto come combustibile quello che un tempo veniva bruciato inutilmente nelle torri delle raffinerie…

Una vampata che ha innescato un incendio spaventoso durato tutta la notte in cui hanno perso la vita 32 persone colpevoli solo di abitare nelle case lungo la ferrovia.   

“Per assistere alla 145esima udienza, la prima si tenne nel novembre 2013, è già arrivato anche il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro” continua la corrispondenza. E da un altro giornale locale on line si scopre che l’attuale primocittadino è “un lucchese, territorio in forte competizione campanilistica con quello della Versilia!” Sarà lui – eletto contro il candidato ufficiale del PD viareggino (un po’ come fu per Renzi a Firenze il che, come sperimentato, non offre di per se nessuna garanzia) a “gestire politicamente” la sentenza, qualunque essa sia: perché non so ovviamente dire se potrà essere considerata giusta o infame,  ma so che sarà comunque “inadeguata”: perché, che sia di Lucca o di Viareggio il campanile sotto verrà pronunciata, è evidente a tutti che arrivando a sette anni e sette mesi dalla strage non potrà più in nessun modo garantire che lo spettro della prescrizione falci altre vittime; da subito o nei gradi di giudizio successivi: innanzi tutto i morti, le loro famiglie fiere ma devastate non solo dal dramma ma dall’attesa! Gli eroici artefici dell’associazione “Il mondo che vorrei” di Marco Piacentini che ha portato consapevolezza in tutto il paese (e anche oltre grazie ai documentari di produzione indipendente finanziati dall’associazione e dai cittadini nella latitanza istituzionale); fatto anche simbolico visto come il maestro del cinema Mario Monicelli – viareggino – aveva definito la strage con poche parole ma pesanti come macigni… (nel firmare, a una anno dal rogo, la petizione per l’allontanamento da Fs dell’allora Amministratore Delegato Mauromoretti):«Il Paese è allo sfascio, alla deriva e la strage di Viareggio esprime bene il declino dell’Italia. Quei trentadue morti sono lì a indicarci l’incuria, l’arroganza di chi governa. Siamo governati da una classe dirigente inetta, priva di un’adeguata cultura di governo, intenta solo ai propri tornaconti».

Uno sfascio che –  qualunque sia  la sentenza sulle responsabilità e i responsabili della strage – dovrà fare i conti con un vulnus irrimediabile: la “ratifica giudiziaria” del  licenziamento per rappresaglia di Riccardo Antonini (di cui nel mio piccolo ho scritto più volte): licenziato per avere testimoniato la verità sulle carenze della sicurezza delle linee, degli impianti e dei rotabili! Una testimonianza resa sotto giuramento e in un tribunale della repubblica!

“Viareggio 29-6-2009 niente sarà più come prima è lo striscione con le foto di tutte le vittime che ha aperto il corteo silenzioso dei familiari. Con loro anche una rappresentanza dei macchinisti delle Ferrovie, una bandiera del gruppo delle Tartarughe lente, alcuni rappresentanti dei No Tav. Chiudevano il corteo alcuni gonfaloni degli enti pubblici tra cui quello della Regione Toscana” : termina  così la corrispondenza da  cui ho iniziato la mia riflessione che ho scelto di scrivere prima del pronunciamento dei giudici. Un pronunciamento successivo a quelli chiaramente subalterni ai poteri forti appena citati, assai tardivo (quasi a “cercare” la prescrizione per “togliersi d’impiccio”), ma che è legittimo almeno sperare che non si limiti a dare in pasto alla opinione pubblica distratta il tradizionale capro espiatorio su cui scatenare i conduttori dei talk-show della TV di Vespa, Bignardi & Campodellorto…

Borgone Susa, 31 gennaio 2017 – Claudio Giorno

IL PRIVATO È POLITICO

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Sono circa le 19 del 4 dicembre e comunque finisca questa tornata referendaria – lo dicono tutti –  niente sarà più come prima. Sarei tentato di fare come i grandi editorialisti (anche se non sono né grande né editorialista): preparare due bozze di stesura del mio commento al “risultato elettorale” (che tale è stato trasformato dalla personalizzazione voluta dal premier, come credo sia noto anche ai neozelandesi). Ma comunque andranno le cose (e ben sapendo che lo stato d’animo in cui riprenderò a scrivere “dopo” potrà essere opposto) partirò dalla fotografia, scattata pochi giorni fa in cucina e che pubblico sotto il titolo: Si tratta del ritratto rubato a mia madre, Pierina Tamasco, durante la visita di suo nipote Nicola, domenica scorsa. La ragazza, classe 1918, ha “ ancora”  novantasette anni; mancano dieci giorni al 15 dicembre quando ne compirà novantotto, se Dio vuole (come dice lei)… Parto dal ritratto di mia mamma perchè, questa volta,  non se l’è sentita di andare a compiere quello che ai suoi tempi era considerato un dovere. Le è mancata la forza nonostante ricordi spesso, e con fierezza, d’esser l’ultima figlia di Nicola Tamasco, un po’ ferroviere e un po’ birocciaio in Agropoli (Salerno), ma soprattutto antifascista, attivista del Partito d’Azione, (il partito collegato alle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà), che pur nella sua breve vita politica avrebbe “prestato” più di un padre costituente alla stesura della Carta.

Dovevo premettere che nella sua ormai lunga esistenza ha mancato pochi appuntamenti con le urne; quasi che ve la conducesse ancora la figura imponente di suo padre (mio nonno non era alto di statura, ma si imponeva col suo carattere guardando dall’alto in basso anche chi lo sovrastava di venti centimetri). E ancora all’ultimo referendum, quello sulle trivelle, (in cui Renxi  invitò i cittadini ad andare al mare per abortirlo grazie al quorum), aveva voluto essere accompagnata nella vecchia caserma dei carabinieri che a Borgone – (mantenendo le sbarre alle finestre!) – è stata ristrutturata per le scuole medie e dove vengono allestite le due sezioni in cui gli aventi diritto al voto vengono suddivisi.

Ma allora perché non andare proprio questa volta che era in gioco addirittura la “sua” Carta? E perché partire da “una questione privata” per intervenire su un evento cui abbiamo partecipato in così tanti e al di la di ogni previsione nell’affluenza come a determinarne il risultato?

Intanto perché in  queste ore tutti hanno scritto più o meno autorevolmente tutto: tra cui anche “Brexit, Trump, Renzi. Più “l’informazione canonica” terrorizza gli elettori recitando le solite litanie del “dopo di lui il diluvio”, più gli elettori fanno l’esatto contrario” (Lo ha scritto Andrea Scanzi sul suo blog non sapendo forse che un giornalista (ignorante) della celebrata Washington Post ha definito “populista” il voto di ieri. Un voto di assoluto profilo ideale espresso per difendere  la Costituzione scritta da Calamandrei e Dossetti che si voleva sostituire con le clausole contrattuali dei derivati tossici dettate alla Boschi da un anonimo funzionario di JPMorgan…

Il che dimostra che oltre a star tornando di moda l’onestà, aver ripreso vigore (dove il gioco valga la candela) la partecipazione, anche il non così vecchio slogan “il privato è politico” andrebbe forse rivalutato. Tornando quindi “giustificatamente” a mia madre credo che il non sentirsela di farsi accompagnare ieri al seggio sia molto dovuto alla stagione invernale che – qui al nord – è particolarmente severa con gli anziani specie in giornate rigide e uggiose come quella di ieri

Cosa dovuta al fatto che il “giovane” presidente del consiglio ha spregiudicatamente tentato di ottenere il massimo di consenso da parte del maggior numero di persone raggiungibili con i “saldi di fine stagione”. E’ con questo preciso disegno che ha trascinato il voto  fino alla “vigilia di Natale”, subito dopo le aumentate “tredicesime” ai pensionati al minimo, e il rinnovo contrattuale agli statali (dopo sette anni di vacanza)!

Il che ha inevitabilmente determinato che una consultazione che normalmente si svolgeva tra primavera ed estate sia stata trascinato fino all’ultimo mese dell’anno.

Accordando così un tempo enorme al miglior “televenditore” dai tempi di Vannamarchi,  proveniente dalla scuola di Mikebongiorno e di Maria De Filippi. Che ha potuto così  esibire un campionario di bugie – molte delle quali inedite – e che avrebbero potuto/dovuto far presa sull’elettorato intercettato televisivamente (che è stato bombardato di spot come mai in precedenza e come gli istituti di garanzia – ora che non han più paura della rappresaglia padronale – potranno certificare)

Una disponibilità totale anche del calendario accordata al premier, come della formulazione del quesito e di molto altro che è stata permesso dal secondo Presidente della Repubblica da cui è dipeso il suo mandato… Un Presidente – Mattarella – che non so ovviamente dire se abbia scientemente deciso di non difendere più di tanto (fin che era in vigore anche avesse vinto il si) la carta su cui aveva giurato; sono più propenso a credere che le “scelte carticide” (e non solo di carattere formale)  appartengano a Giorgionapolitano…  Ma certo è che almeno questa dilatazione inammissibile dei tempi un Presidente della Repubblica non la doveva permettere (e il mio non è un parere da costituzionalista, per carità, ma una puro esercizio di buon senso). E che sia lui la persona cui è affidata la delicatissima fase che seguirà il suicidio politico (tentato?) di “un uomo solo al telecomando” non mi rassicura affatto.

Borgone Susa, 5 dicembre 2016 – Claudio Giorno

 

 

TRUMP 2.0

 

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Sta notte mi sono svegliato alle 4, ora solare italiana.

Non per sapere “chi aveva vinto”, ma visto che ero sveglio ho acceso un attimo la radio. Trump non era ancora stato dichiarato Qurantacinquesimopresidente, ma si capiva lontano un oceano che la Clinton aveva già perso. Mi sono riaddormentato quasi subito; non ho avvertito una grande sorpresa e non avevo quindi alcun motivo d’insonnia. Ma per un attimo (sentendo i toni dei commentatori al di qua e al di la del mare) ho pregustato quel che è puntualmente accaduto dalle 7 in poi: le logorroiche spiegazioni di quel che era successo (e del perché) da parte di tutti gli opinionisti che – manifestamente – non avevano capito niente. La consueta compagnia di giro che si era recata in studio fin dalla tarda serata per celebrare il successo della Dinastiaclinton, della Primadonna presidente dopo il Primafroamericano, e l’abilemossa  di chi era andato all’Utimacena alla Casa bianca&democratica con gli amici, per incassare l’appoggio per vincere il referendum e cambiare definitivamente Verso.

Trump – (visto tutte le cazzate a pagamento che ho sentito ‘sta mattina ne posso dire una anch’io, col pregio che almeno è gratis?) – è solo l’ultima conferma del “Sognoamericano”: la dimostrazione che chiunque (ma proprio chiunque) può diventare presidente di quel Grandepaese… Basta essere seduti su una montagna di dollari ed essere ignorante quanto l’elettore medio. Un paese grande ma giovane, troppo giovane, per risolvere il problema con una tisana come si fa nelle istituzioni bi-millenarie del Vecchiocontinente…Auguri, (cow)boys!

Claudio Giorno, da un piccolo villaggio del profondo Nordovest della più fedele delle vostre colonie d’oltremare – 9 novembre 2016

DUNQUE, TAV

Dunque (perché siamo al dunque) in questi giorni stiamo assistendo a quel che può fare una “lobbyscatenata”:

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il movimento No Tav, sta attraversando un momento di straordinaria creatività, dentro e fuori la Valle di Susa,  paragonabile – forse – solo al 2005. E’ legittimo ritenere che sia dovuto al sommarsi di tanti eventi dirimenti – dalla difesa della Carta (a proposito, ma è proprio la stessa per noi e per il procuratore della Repubblica di Torino?…) – a una nuova e finalmente assai più ampia consapevolezza della inconciliabilità tra finanziamento di Grandi Opere e difesa del territorio. Una consapevolezza che la drammatizzazione del NO alle Olimpiadi di Roma2024, scelta dai cronisti della “Calcestruzzi-riuniti, editori” aveva reso paradossalemente ancor più chiara: perché è plausibile sospettare che il gran rifiuto di Virginia Raggi sia stato vissuto non solo come lo sfuggire di mano di una entrata già messa a bilancio dalla “lobby del mattone”, ma  come il possibile avvio di un effetto domino perché saremo presto chiamati a scegliere se gettare le sempre più magre risorse nel calcestruzzo di pochi o nella messa in sicurezza di tutti.

Ma il dramma vero del “terremoto infinito” che sta devastando uomini e cose in centro Italia, lambendo la stessa Capitale, costringe anche gli opinionisti un tempo al servizio dei “poteriforti”a chiedere anche agli “ex-intoccabili” – alle archistar invitati in prima serata Tv, il senso di tanti soldi spesi in una grande opera rapportati alle macerie della basilica di San Benedetto da Norcia. Il santo nominato suo malgrado patrono di quella Europa metaforicamente ancor più a pezzi della sua stessa chiesa. E per non dire del premier di cui è sempre più difficile separare le visite “private” ma “in favore di telecamera” dalle manifestazioni per il si alla “sua” riforma (destinata a produrre altre macerie comunque vada). Un eclettico venditore che non lascia passare un’ora senza ripetere che “tutto verrà ricostruito come e meglio di prima” e – soprattutto – che “i soldi ci sono”. Salvo scoprire da Delrio che “ci vogliono  tanti soldi, 4-6 miliardi l’anno, perché sulla prevenzione abbiamo investito poco” testuale da TelevideoRai di oggi 3 novembre, vigilia delle nozze d’oro con “l’Arno d’argento” che sommerse Firenze 10anni prima che il suo penultimo sindaco venisse al mondo… (E si  che Delrio non dice per quanti anni, ma “da il numero” in contrapposizione ha chi ha stimato in “soli” 100 mld il fabbisogno complessivo!).

Insomma è sicuramente un momento nel quale è più complicato di venticinque anni or sono dar da bere che scavare (per giunta il solo tunnel di base) sotto il massiccio d’Ambin ci collegherà all’Europa;  la perfideuropa che erige muri ad est, chiude “giungle” a Calais e sgombera scogli a Ventimiglia,  che incassa ben più soldi di quanti ne restituisce (fonte-premier) e ci impedisce di far debiti per fare Pil su celebrazioni & disastri come indicato da Vespa o come attuato dai responsabili del Sancamillo (scandalo di giornata) grazie al Giubileo della misericordia!

Come superare il “rumore di fondo” generato dai talk-show a reti unificate che trasmettono le scosse in diretta tra una inserzione pubblicitaria a favore dell’olio di palma e una dei biscotti “senza”, il Rischiotrump che fa tremare quelle stesse borse che festeggiano un punto-Richter equivalendolo a enne subappalti, e mentre persino Passera abbandona al suo destino Montepaschi (ma forse questa non è una cattiva notizia)? …Il solo “farsi sentire” sopra questo rumore di fondo è una impresa da fare tremare i polsi. Ma la lobby dispone di soldi – i nostri ovviamente – sennò che lobby sarebbe… Nessuno sa meglio di loro che per ottenerne molti di più bisogna “investire generosamente” quel che già si è avuto. Così devono aver deciso di dar fondo se non al fondo almeno al surplus di cassa. E siccome (come ho titolato) siamo al “dunque” (la ratifica parlamentare e transfrontaliera della Grandeopera, il Tav Lyon-Torino, ancorché amputato a Tunnel-Euroalpino); un passaggio parlamentare poco più che rituale, prorogato di un mese, ma senza la quale la “Commissione” non verserebbe il suo essenziale ancorché avaro contributo! Ecco perciò gli effetti speciali a cui accennavo all’inizio; non passa giorno senza che il “giornale della casa” non pubblichi uno spot di rinnovata desiderabilità della Grandeopera:

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è di ieri quella che ci “informa” su carta (ma subito  ripresa dal Tg3-piemunt e financo sulla radio di stato dalla Falcetti , l’urlascoop di radio2) circa il numero (all’apparenza impressionante) dei treni-merce movimentato da uno scalo dato per morto fin dalla nascita dalle stesse ferrovie, quello di Orbassano: dodicimila820 treni al giorno! Detto così fa saltare sulla sedia anche un abitante di Lampedusa (dove altri sono i numeri – listati a lutto – delle vittime del movimento di persone)… Poi uno divide per 220, che sono i giorni in cui gli stessi “proponenti” giurano possa essere utilizzata la ferrovia esistente, per le manutenzioni “indispensabili” in caso di aumento (quintuplicazione del traffico certificato calante da Alpinfo, l’agenzia federale svizzera di riferimento di Ue & Telt) e risultano 58 treni e ½ al giorno! Ma non tutti da e per la Francia, bensì da smistare su tutte le direttrici: Milano(Chiasso), Novara(Sempione) Verona(Brennero), Udine (Tarvisio), Genova e Piacenza, solo per indicare le principali. E allora di cosa stanno parlando? Che il traffico finalmente cresca di qualche decimale sulla direttrice ovest sarebbe anche ora dopo mezzo miliardo di euri (nostri anche quelli) spesi nell’adeguare l’esistente tunnel del Frejus e sapendo che si tiene artificialmente in vita l’irrazionale “trasporto di tara” brevettato Modalohr (dal nome del monsieur che incassa le royalties) e che la Corte dei Conti Francese (non noi) certifica perdere 14 milioni di euro all’anno (e in deroga al ferreo divietoUE di “aiuti di stato”, aggiungo io)!

Ed è di oggi la “velina” che ci informa che al Centro agro-alimentare di Rivoli le derrate arriveranno in treno! (Sai che sforzo, confina con l’interporto di Orbassano di cui sopra)!

Ora, che avrebbero viaggiato in carrozza anche i rifiuti lo avevano già detto (ma magari lo ripeteranno domani):  dato che anche l’inceneritore (realizzato col denaro pubblico e venduto a una municipalizzata riconvertita in finanziaria) è stato edificato nelle stesse  aree… Chissà di chi sono i terreni (un tempo rigoglioso ventre agricolo dell’indebitatissimo ordine Mauriziano): magari lo scopriremo a ruota delle prossime operazioni immobiliari che partiranno dopo la realizzazione dell’eternamente promessa stazione e linea5…

Ma se il ciclo alimenti/rifiuti è chiuso manca (ancora) una joint-venture con Smat per chiudere quello acqua/fogne: C’è da scommettere che a corto di argomenti, ma ricchi di facciatosta come sono, prima o poi proveranno a sostenere che l’acqua e i liquami è più ecologico trasportarla coi carri-cisterna che scavando il suolo per interrarvi le tubazioni… (Del resto si sono portati avanti col lavoro imponendo a paesi un tempo ricchissimi di sorgenti come quelli dall’alta Val di Susa l’approvvigionamento via camion-botte degli acquedotti svuotati da vecchie e nuove gallerie e cunicoli).

Ma c’è un dato che nessuno spot presidenziale assistito dalle badanti pubbliche e private dei TG potrà ribaltare (che sia denigratorio dell’Euromatrigna per tener botta a Salvini o dei gufi per ingraziarsi i Salini): che nella banda del buco (alpino) per una volta son stati più bravi i francesi di noialtri. Lo ha ripreso uno dei pochi giornalisti rimasti liberi nel nostro paese, Giulietto Chiesa. E sono dati nostri, “scovati e denunciati dal “presidio No Tav Europa,  (il piccolo ma agguerrito manipolo di cittadini europei (ma non solo) che ha appena organizzato la consegna al Parlamento di Strasburgo della Sentenza inappellabile del Tribunale Permanete dei Popoli nei confronti dell’arroganza dei proponenti di Grandi Opere Inutili e Imposte:

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l’Italia che oggi 3 novembre 2016 il premier sostiene sfori il rapporto deficit/pil “solo” del 2,3% contro il 3 dei cugini di Parigi regalerà proprio a “loro” (o meglio alla loro “lobby-grandeurProject”, con la ratifica parlamentare dell’accordo-Tav), quasi 3 miliardi per un tunnel che è già stabilito resterà per ¾ proprietà francese! Come ha scritto (solo) Chiesa: il Governo chiede alla Commissione Europea (…) un aumento del debito pubblico dello 0,1% sul Pil proprio per la ricostruzione post terremoto (e l’aiuto sulla questione dei migranti). Quanto vale questa richiesta? All’incirca 1,6 miliardi. Può darsi che la Commissione Europea si commuova di fronte alle scosse sismiche. Ma i denari ci sarebbero anche senza la pietà di Bruxelles. E ce ne sarebbero molti di più. Basterebbe che l’Italia decidesse (dopo averne opportunamente informato il governo francese) di non finanziare la parte francese del tunnel della cosiddetta “alta velocità” Torino-Lione. Già, perché non solo la TAV rimane – presa tutta insieme – un pasticcio indigeribile per le popolazioni della Val di Susa e per il bilancio dello Stato italiano, ma l’Italia di Renzi, proprio lui in persona, si è accollata la spesa di 2,7 miliardi di euro per costruire la parte francese del tunnel di 57 chilometri.

Tutto ciò, stando a un’accurata analisi del Presidio Europa No Tav, è contenuto in una clausola degli accordi italo-francesi firmati da Renzi a Parigi nel 2015.

In concreto e in dettaglio: l’Italia pagherebbe il 59% dei costi dell’opera, sebbene la parte in territorio italiano sia di 12 chilometri, di fronte ai 45 chilometri francesi. Perché Renzi abbia accettato questo sacrificio italiano non siamo in grado di saperlo. Probabilmente si tratta di bassa cucina europea. Ma, di fronte all’emergenza e alle vite dei cittadini, una revisione s’impone. Non c’è confronto possibile tra il significato di queste due voci di spesa. Invece di chiedere aiuti a Bruxelles, si decida di sacrificare una spesa, per giunta insensata, e se ne faccia un’altra, utile, sensata, umana, nell’interesse del paese e della gente.

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Si capisce quindi bene perché sia “vitale” superare ora e subito il rumore di fondo, soprattutto il boato incessante delle scosse sismiche: Nella imminenza della ratifica i senatori (inutili) prima e i deputati, poi, riceveranno gli auguri anticipati di buon Natale, un buono sconto per un  prosciutto di Norcia (veicolato magari da Farinetti) e una cartellina di rassegnastampa  pubblicitaria di Telt che convincerà persino quelli originari del “cratere” tra Marche, Umbria e Lazio che il futuro di Amatrice passa da Chiomonte…

Borgone Susa, 3 novembre 2016 – Claudio Giorno

(le foto di Strasburgo sono di Diego Fulcheri)

COINCIDENZE

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I viaggi in autobus sono faticosi, ma non per i cittadini del movimento No Tav – ancorché di età media avanzante (perché sono ormai trascorsi 26 anni da quando ci si accorse che per un’altra Grande Opera la lobby dei proponenti aveva scelto ancora il fondovalle più infrastrutturato d’Europa per “ospitarla”…). E il viaggio di ‘sta notte – quella tra il 25 e il 26 ottobre – è accompagnato dal ricordo di un ragazzo francese, Rémi Fraisse, 21enne studente di Tolosa, che giusto due anni fa con il suo zaino in spalla, senza casco e a mani nude, manifestava insieme ad altre migliaia di persone di ogni età. Ma Rémi veniva ucciso da una granata “stordente” lanciata dalla gendarmeria in “difesa” del cantiere della diga di Sivens, una “piccola Grandeopera” inutile e imposta. Non è stata una coincidenza “cercata”: non si organizza la consegna di una “Sentenza” come quella emessa ormai un anno fa dal “Tribunale Permanete dei Popoli” a una istituzione europea (la cui Commissione è indicata tra i responsabili del mancato rispetto dei diritti) scegliendo la data. Dobbiamo ringraziare lo staff della GUE (la sinistra europea) che si è fatto carico dei delicati oneri organizzativi e garantito la presenza di due vicepresidenti dell’europarlamento. Il tutto in “coabitazione” con il Gruppo dei Verdi e del Movimento5stelle (Così come richiesto da Presidio No Tav Europa che per quasi un anno ha lavorato tentando di coinvolgere trasversalmente eurodeputati di partiti e nazionalità diverse, come fa da sempre).

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  • Ma quando ci siamo accorti che il viaggio verso la città (francese) del parlamento dell’Unione  si sarebbe svolto nella notte di un anniversario così ricco di significato ci è venuto un brivido lungo la schiena. Perché anche la Giustizia transalpina mostra un evidente imbarazzo e qualcosa che da noi chiameremmo sudditanza psicologica nei confronti dei responsabili di una “decisione”  irrimediabile quanto assurda: il periodico on line Q CODE Mag ha pubblicato pochi giorni fa un ampio reportage della rivista Reporterre  (scritto da Gregoire Souchy e Martine Vlahovic e tradotto da Valeria Nicoletti) in cui si riferisce che “il processo, affidato ai giudici di Tolosa Anissa Oumohand e Élodie Billot, è ancora in istruttoria. Un’inchiesta che ha prodotto un dossier di migliaia di pagine. Reporterre ha avuto accesso alle informazioni e, da parecchi mesi, ne sta spulciando i dettagli. In particolare, un centinaio di testimonianze dei gendarmi e i resoconti tecnici, che sono stati confrontati e messi in relazione con le testimonianze dei manifestanti e da altre fonti interrogate dai giornalisti della rivista francese”. Da cui sembrano emergere delle verità nascoste “una volta tradotto il gergo militare, affiorano non poche contraddizioni ma anche vere e proprie rivelazioni: l’esistenza di un quinto plotone di gendarmi mobili, finora celata nella versione ufficiale fornita dal dispositivo delle forze dell’ordine presente nella notte tra il 25 e il 26 ottobre”.
  • E la certificazione di quanto sostenuto da molti manifestanti: “Ci hanno scaricato sopra una valanga di colpi, abbiamo sentito tre granate esplosive allo stesso tempo”, dice Christian. Lui si trova a pochi metri dal ragazzo caduto a terra e lo scorge mentre viene “trascinato come un cane dai gendarmi” è fornita dalla stesso rapporto della gendarmeria che ammette che furono 23 le granate esplosive lanciate sui manifestanti (accusati di aver dato vita a una sassaiola…). “In ogni caso, una di queste 23 granate ha causato la morte di Rémi Fraisse. Un’altra avrebbe potuto uccidere Mélody (nome modificato), appena 15 minuti prima della morte di Rémi”.Chi vuole leggere tutta la cronaca di quella notte infame – in attesa che i magistrati della sonnacchiosa provincia francese trovino il coraggio che ci vuole per risalire a chi ha decretato “tolleranza zero” verso chi manifesta in difesa dei diritti e che porta la responsabilità non solo morale (quella è assodata) della morte di Rémi – trova qui l’articolo da cui ho tratto qualche riga: http://www.qcodemag.it/2016/09/05/remi-fraisse-salta-fuori-una-squadra-fantasma/
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  • Ma le coincidenze non finiscono qui: ce n’è un’altra molto italiana (non  si dimentichi che la sentenza del TPP è partita su richiesta del Movimento No Tav, ma ha coinvolto  tutte le realtà europee  – e non solo – che si battono in difesa dei diritti prima ancora che del territorio, dell’integrità dell’ambiente, di una ripartizione opposta alla concentrazione delle risorse pubbliche; risorse che devono essere ridistribuite tra i cittadini contro l’accaparramento sempre più arrogante da parte delle lobby). Lobby che – non una sola inchiesta di quelle recenti fa eccezione – qui da noi sono eternamente e solidamente intrecciate con la politica e le mafie…Mentre gli autopullman lasciavano il territorio italiano attraverso il tunnel del Gran San Bernardo, alcune squadre di carabinieri facevano irruzione in cantieri, uffici, abitazioni private di un “collettivo” che per una volta (forse perché l’azione è coordinata dalla Procura di Roma e non da quella “sabauda”…) non è costituito da “facinorosi No Tav”, ma da “operosi Si Tav” (& SI Salernoreggio, Si Tangenti) che intrallazzavano allegramente sull’autostrada infinita come sul terzo e “strategico” valico (il Tav appenninico tra Genova e Milano, via Piemonte…). Una grandeopera voluta (?)  proprio da quell’Europa verso cui si stavano dirigendo i nostri  torpedoni, e un’autostrada fatta e rifatta (si è ormai perso il conto) perché ogni premier (nonostante la lamentata instabilità dei nostri governi) potesse inaugurarne almeno un pezzo. E all’ombra della imminente inaugurazione-bis del premier più giovane ma longevo della nostra storia repubblicana, è probabile che Direttori dei lavori nordici e Imprenditori calabri dormissero sonni tranquilli. Cantone (che probabilmente deve ancora rimettersi dal jet-lag conseguente al cenone con Obama e Benigni) non aveva ancora fatto a tempo a occuparsi di questi capitolati d’appalto e così ancora una volta quelli come noi che sostengono che le Grandiopere godono di così buona stampa essenzialmente perché ci mangia la classedirigente  (o digerente?!) possono scrivere queste note dichiaratamente disfattiste.
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  • Philippe Texier è Magistrato onorario della Corte di Cassazione francese, già membro e presidente del Comitato di diritti economici, sociali e culturali dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite). Ha presieduto la Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli chiamata lo scorso anno a pronunciarsi sulla correttezza delle procedure che hanno portato a disinvolte approvazioni di progetti che oltre ai danni irreversibili sui territori attraversati e alla salute dei cittadini, ammessi ufficialmente negli elaborati progettuali dei proponenti (!), drenano verso le grandi banche d’affari (e i politici che a fine mandato ne divengono consulenti) risorse pubbliche sempre più ingenti.Ebbene, intervistato prima della lettura della sentenza nell’aula parlamentare di Strasburgo, Philippe Texier ha affermato che, di fronte alla constatazione che le Istituzioni agiscono senza ascoltare i cittadini, anzi reprimendo le loro legittime richieste di contestazione delle Grandi Opere Inutili e Imposte, “Sarebbe auspicabile che si smettesse di «criminalizzare» o di stigmatizzare la protesta sociale, giustificata dalla mancanza di concertazione” e “La Commissione Europea e la Commissione delle Petizioni al Parlamento Europeo”, “dovrebbero esaminare i progetti presentati senza mai scartare l’opzione zero, cioè il suo abbandono”. E suggerisce che “le Istituzioni Europee prendano finalmente in considerazione  l’interesse reale della comunità coinvolte e del popolo in generale”.http://www.presidioeuropa.net/blog/26-ottobre-2016-sentenza-tpp-al-parlamento-europeo-dossier-media-dossier-pour-les-medias-media-kit/   

    Borgone Susa, 26 ottobre 2016 – Claudio Giorno

     

     

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Potrebbe passare alla storia come la millesima profezia di Pierofassino. Come si sa il neo commissario per i migranti (che ormai le disgrazie non le contano) va famoso per le sue capacità “contro-divinatorie”. Infatti poco prima di dover cedere  la poltrona di sindaco a Chiara Appendino scommetteva (oltre che su se stesso) sulle sorti magnifiche e progressive della “via della seta”. Al riguardo era stato persino costituito, pochi mesi fa, l’ennesimo osservatorio, e la Pechino -Torino via ferro pareva dover diventare la più suggestiva delle ragioni per insistere sul “TAV”, una sorta di gemellaggio tra alcune delle aree urbane più inquinate del globo spacciata come la transiberiana al di sotto degli Urali… Così nel solco aperto da Mercedesbresso – (chi era costei?) che sognava per il Piemonte un futuro di grande piattaforma logistica irrompeva Piero – il conte rosa di Avigliana – nel generoso tentativo di rianimare l’agonizzante “passaggio a nordovest”…

Eppure non c’è bisogno di essere grandi esperti di trasporti per rendesi banalmente conto di quanto sia complesso ma soprattutto fragile il mondo della logistica moderna… Essere stato “comunista” (si fa per dire, e quando era di moda esserlo), aver vissuto nella città della Fiat  avrebbe dovuto insegnarli qualcosa: ad esempio che le prime “cessioni di ramo di impresa” (leggasi dismissioni) – in una era geologica precedente a Marchionne) avevano visto la Fiat disfarsi proprio della logistica, vendendo furgoni sgangherati e bisarche sbilenche a un popolo di miracolati che dalla sera alla mattina si ritrovarono da dipendenti a “proprietari”… senza accorgersi che assieme alla voltura stavano firmando un pacco di cambiali e che si accollavano costi di ammortamento, manutenzione e assicurazioni di cui la casa-madre si liberava assieme ai ferrivecchi…

Ora se la logistica era questo grande business perché i grandi gruppi – sin dall’adozione del “just in time” (il trasporto in tempo reale dei materiali da assemblare in catena di montaggio) si liberavano prima dei magazzini e poi dei mezzi (e della manodopera) destinati al rifornimento permanente?

Ma i veri esperti di trasporti vedono ben più lontano; certo non li si trova tra i piazzisti a gettoni di cui vengono stipati gli “osservatori” , bisognerebbe avere l’intelligenza e l’umiltà di chiedere loro perché non sono stati arruolati tra i fautori di grandiOpere un tanto al metro…

Sergio Bologna è uno dei pochi veri esperti di trasporti indipendenti di questo sfortunato paese in mano a palazzinari che si inventano statalisti (e qui facciamo scuola vista la biografia minima del candidato repubblicano alla presidenza Usa…e getta). Chi non è più giovane ricorderà un suo saggio sui camionisti pubblicato negli anni ’70 su una rivista che – se non sbaglio – si chiamava “Primomaggio”. Si occupa da allora di questo mondo complicato quanto fragile e soprattutto degli esseri umani isolati quanto sfruttati che nella filiera merci vivono e non di rado vi muoiono. Interpellato via mail qualche tempo, fa per chiedergli un parere su alcune anomalie riscontrate nei flussi di traffico della nuova trasversale alpina della confederazione elvetica aveva risposto di non voler improvvisare delle valutazioni – sarebbe stato poco serio: perché da anni concentra i suoi studi nei gironi infernali del trasporto marittimo.

Non è quindi un caso se per primo in Italia ha scritto di un avvenimento di cui – con qualche settimana di ritardo – si sono finalmente accorti persino  i giornalisti di Repubblica

Gli analisti lo aspettavano da tempo e finalmente è arrivato, il perfect storm. A guardarlo un po’ da vicino è uno spettacolo sconvolgente ma affascinante, perché con un colpo d’occhio ti permette di vedere l’essenza della logistica, la sua vera natura, capisci perché la chiamano the physical Internet, ti rendi conto di cos’è la globalizzazione. E’ accaduto nello shipping specializzato nel traffico container: la settima compagnia marittima mondiale, la coreana Hanjin, ha fatto bancarotta”.

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Inizia così un lungo articolo, lungo ma che si legge d’un fiato, perché (oltre ad essere un racconto interessante anche per chi non corre appresso a tutto quel che si muove sul nostro pianeta) è molto ben scritto.

Riporto in fondo il link della rivista on line dove si può andare a leggerlo e scaricarlo. Farebbe bene a leggerlo anche Fassino ora che a Calais è più conosciuta per la “jungla dei migranti” che  come terminal del tunnel sotto la Manica. Farebbe bene a leggerlo perché scoprirebbe che migranti e marinai spesso condividono sorti analoghe; leggiamo ancora Bologna:

Si valuta che siano sui 2.500 uomini d’equipaggio bloccati in giro per il mondo, che non trovano un provveditore di bordo disposto a vendere loro una scatoletta di tonno o una bottiglietta d’acqua, ma chiedono soprattutto tessere SIM per poter comunicare coi loro cari. In un porto canadese ha dovuto soccorrerli la missione Stella Maris. La bancarotta ha reso molti marinai ostaggi tuttuno con le loro navi e soprattutto con la merce trasportata – rivendicata da case produttrici o grossisti di destinazione a seconda della situazione dei pagamenti, per non dire degli assicuratori che tentano di rivalersi dai risarcimenti cui andranno incontro e delle banche orientali, statunitensi ed europee maggiormente esposte! Ma perché di questo fallimento e perché chiamo in causa Fassino (sparo sulla crocerossa) proprio nel giorno in cui all’asfaltility day di Impregilo si è visto un premier in preda a un irrefrenabile delirio-grandi-opere, impiccarsi al Ponte sullo Stretto in un disperato azzardo per vincere il referendum di Natale (a costo di arruolare anche la mafia)?…Perché il trasporto marittimo resta il più a buon mercato tra tutti i modi possibili di trasferire merci pesanti, ingombranti, ma anche leggere e di valore, visto che da anni “inscatoliamo” nei container qualunque cosa, dagli alimenti deperibili alle mutande, alle motociclette, agli smartphone.

Troppo a buon mercato: “da anni le compagnie marittime viaggiano in perdita – spiega Bologna –  hanno messo in servizio troppe navi, sempre più grandi, (…), i noli sono andati a picco, così i volumi crescevano ma il guadagno per unità di carico diminuiva. Poi la Cina ha rallentato l’export ed è arrivato il perfect storm. E adesso? Quante delle dieci-quindici compagnie rimaste sul mercato sono dei zombie carrier? Così vengono chiamate quelle che stanno in piedi solo perché le banche decidono di non farle fallire (a proposito, quasi l’80% delle compagnie armatoriali italiane è in queste condizioni). L’Economist segnala che delle prime 12 mondiali 11 hanno segnato pesanti perdite quest’anno (…). La Maersk, prima al mondo, sempre secondo la stessa fonte, perde 11 dollari per ogni container trasportato, mica male, Hanjin ne perdeva 100. E chi sarà la prossima a cadere?

Ripeto l’invito a leggere l’intero pezzo, perché qui voglio solo aggiungere che ci sono le agognate “infrastrutture” tra le con-cause di un tale livello di indebitamento privato & pubblico (la Hanjin è stata in piedi sin che la governativa Korean Development Bank ha potuto esporsi. Ma la stessa banca sta tenendo “a galla” non solo molte altre compagnie di trasporto ma un eterogeneo insieme di realtà produttive solo in apparenza floride). E  il gigantismo portuale che affligge l’oriente come l’occidente, i sempre più costosi (sproporzionati) collegamenti coi retroterra portuali dell’Europa mediterranea nel ridicolo tentativo di far concorrenza ai vastissimi porti del nord atlantico del vecchio continente vanno nella direzione che potrebbe portare a un devastante “effetto domino”.

Per adesso – ci “garantiscono” – che  rischiamo “solo” di non avere gli ultimissimi gadget elettronici da regalarci per il prossimo Natale: sono migliaia i container sequestrati con tutta la nave (e come si è visto) con l’equipaggio, ma altrettanti se non di più sono accatastati nei porti guardati a vista da un esercito di avvocati dei primari studi di diritto internazionale! Ma dopo che sarà stata spalmata l’ultima oncia di calcestruzzo sulle “piattaforme logistiche” della retro-portualità ligure, posato l’ultimo concio di galleria al “terzo valico” e completate tutte le grandiOpere che un ex concorrente di giochi a quiz prestato alla politica (e alle lobby) ha elencato oggi (dopo aver sniffato una dose pura di polvere di cemento), quanto ci metteranno a fallire le compagnie create ad hoc per gestire le “tratte redditizie” di quel che resta della rete ferroviaria italiana? E a Fassino/abbiamounabanca qualcuno lo spiegherà che i costi di una grande opera inutile sono ben più incomprimibili di quelli dei noli marittimi?

Borgone Susa, 27 settembre 2016 – Claudio Giorno

Sergio Bologna http://www.clap-info.net/2016/09/la-perfezione-nei-disastri/

PORTE GIREVOLI

 

Ferdinando Imposimato nasce il 9 aprile 1936 a Maddaloni, in provincia di Caserta. Nel 1959 si laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli e tre anni dopo è vice-commissario di polizia, a Brescia e a Forlì prima di arrivare a Roma ma come funzionario di Ministero del Tesoro, per un anno, per poi diventare – nel 1964 –magistrato, e che tale – nella sua lunga carriera – avrà modo di istruire processi “storici”, tra cui quelli relativi al delitto-Moro all’attentato a Wojtyila, all’assassinio di Vittorio Bachelet (vice-presidente del CSM) fino alla strage di Piazza Nicosia.

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Arriva nel piazzale antistante la Borgata 8 dicembre di Venaus su una Ford Focus blu, più o meno la vettura con cui è solito spostarsi Papa Bergoglio nel suo pontificato singolare. Gli va incontro Alberto Perino che gli offre il braccio come si fa con un caro amico, perché il Presidente non ne ha bisogno; porta splendidamente i suoi anni: la scorsa settimana era a New York, sta mattina al Liceo des Ambrois di Olulx – alta valle – sta sera sarà al salone Mons. Rosaz di Susa, domani è invitato a Settimo T.se, prima di rientrare a Roma (dove tuttavia non si fermerà di certo).

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Due anni dopo aver istruito – nel 1981 – il processo alla Banda della Magliana,  gli viene assassinato, ad opera della camorra – il fratello Franco, sindacalista. Nel 1984 la prestigiosa rivista francese “Le Point” lo nomina “Uomo dell’Anno – Giudice Coraggio”; poi gli viene assegnato il premio dedicato a Carlo Alberto Dalla Chiesa, riconoscendoli il coraggio di aver proseguito la coraggiosa lotta al crimine organizzato a dispetto delle tante minacce subite e dell’omicidio del fratello. Coraggio che gli verrà nuovamente riconosciuto fuori dai confini nazionali, per esempio, nel 1985, quando il “Times” lo definirà “scudisciatore della mafia”, dedicandogli una intera pagina; (e un servizio analogo comparirà anche sul “Reader’s Digest”).

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C’è un film, di qualche tempo fa, che è diventato di culto, non per il particolare valore della pellicola, ma perché solletica un innato dubbio esistenziale (se così lo si può chiamare): “sliding doors”, le porte girevoli che a secondo di come vengono imboccate determinano due destini completamente diversi per Helen, la protagonista (anche se il finale lascia intendere una ricongiunzione in un unico destino). Il Presidente Imposimato non me ne vorrà se ho usato questa sceneggiatura suggestiva ma un po’ scontata come espediente. Ma fin da che lessi il suo libro “Corruzione ad alta velocità”; ben prima di rendermi compiutamente conto della grandezza dell’autore ebbi la sensazione che le porte girevoli lui le avesse imboccate ma non per caso, bensì per una scelta precisa, consapevole e coraggiosa, nell’unica direzione in cui il suo profilo etico lo induceva ad andare. Del resto anche  il mondo del cinema si è interessato alla sua storia non comune:

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nel 1986, lasciata la magistratura diventa consulente delle Nazioni Unite per la lotta alla droga: si reca spesso in sud e centro America, per mettere  a disposizione dei giudici boliviani, colombiani, ecuadoregni e peruviani la sua esperienza pluriennale di contrasto al crimine organizzato che nel frattempo ha monopolizzato il narco-traffico intercontinentale. E in quello stesso anno collabora alla scrittura di diversi soggetti cinematografici co-prodotti dalla Rai con le reti televisive di Spagna, Austria, Germania e Francia, che danno vita alla serie di successo “Il giudice istruttore” diretta da Florestano Vancini, con Erland Josephson nella parte di Ferdinando Imposimato!

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E’ questo l’uomo che – attraversata l’antica strada della Val Cenischia che da Venaus conduce a Novalesa, luogo di Abbazia millenaria e di pellegrini ieri e migranti oggi, stringe tutte le mani che cercano la sua, sapendo che tra di esse ci sono quelle di chi è stato ritenuto dai suoi “colleghi” di oggi, un antagonista attempato, una persona da sottoporre ad arresti domiciliari preventivi o all’ obbligo di firma, per impedirgli di partecipare attivamente ad azioni di protesta ritenute come minimo violente, e in un paio di circostanze veri e propri atti di terrorismo; (applicando, in questi casi  misure promulgate dal parlamento dopo l’11 settembre 2001 e i successivi sanguinosi attentati di Madrid e Londra rispetto ai quali – come ha reiteratamente stabilito al Cassazione – le differenze sono evidenti anche per chi avesse dedicato la sua vita all’allevamento  del baco da seta in alternativa allo studio della giurisprudenza…).

Lo snodo tra magistratura e  politica, croce e delizia del Presidente:

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nel 1987, viene eletto una prima volta al Senato della Repubblica come indipendente di sinistra; nel ‘92 viene eletto deputato per il PDS, e – infine  – nel ‘94, torna a Palazzo Madama. In tutte e tre le legislature fa parte della Commissione Antimafia; presenta numerosi disegni di legge su sequestri di persona, pentitismo, dissociazione e… appalti pubblici! Nella seconda legislatura, è anche vice-presidente della Commissione governativa per la riforma del nuovo codice di procedura penale.

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La prima volta che venne In Valle di Susa – ad Avigliana nel 2007 – ci raccontò rivelando la sua straordinaria vena auto-ironica del suo stupore per l’accoglienza che gli riservò l’allora presidente del consiglio Romanoprodi allorché andò ad esporgli le sue gravi preoccupazioni circa le infiltrazioni mafiose cui erano soggetti i primi cantieri-TAV, quelli della Roma-Napoli. Preoccupazioni che non derivavano certo da impressioni personali, ma dai rapporti circostanziati del ROS dei carabinieri e del GICO della Guardia di Finanza. Memore del suo passato di giudice-istruttore di processi di quella caratura aveva “semplicemente” lavorato su quei rapporti per estrarne una relazione da discutere in sede di Commissione Antimafia su cui chiedere, successivamente, il voto dell’aula e – ovviamente – accendere i riflettori su una grande opera che se il buon giorno si vede dal mattino rischiava di rivelarsi utile più per gli obiettivi malavitosi, con la sperimentata collusione tra politica e crimine organizzato, che per quelli roboantemente dichiarati. Ma al termine della esposizione il premier era scivolato via via sulla poltrona fino a emergere dalla scrivania all’altezza dei suoi occhiali dalla montatura massiccia. Richiesto di commentare, aveva farfugliato solo qualche incomprensibile monosillaba… E di li a qualche settimana lo scioglimento delle camere (sulla cui casualità ancora oggi Imposimato dubita) pose fine ad ogni possibilità che il rapporto potesse venire discusso. Lo ha ricordato anche nella serata a Susa nel suo appassionato intervento in difesa della nostra Costituzione, legando esplicitamente – lui, uomo di legge – la stessa alla legittimità della disubbidienza civile del “popolo No Tav” alla “illegittimità” delle decisioni governative che offendono i cittadini e la Carta! 

Uomo di legge. Fino al punto di aver accettato di “portarla in televisione”:

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nel 2001 accetta infatti di entrare nel team di giuristi della trasmissione delle reti Mediaset  “Forum” al fianco di due “colleghi” di grande prestigio e umanità: Santi Licheri e Tina Lagostena Bassi: Vi rimane fino al 2008, cosa che – oltre che portare un tema ostico come la Giustizia nelle case degli italiani, gli consente di essere conosciuto dal grande pubblico.

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E di una forse insospettabile capacità di “tenere la scena” se ne accorgono tutti coloro (e sono davvero tanti) che la sera affollano il Salone intitolato a Monsignor Rosaz, in Susa: destreggiandosi tra i soliti radio-microfoni che fanno le bizze e nonostante sia al termine di una giornata faticosa  non si risparmia nella appassionata difesa della Carta.Cita Aldo Moro, Alcide De Gasperi, Mariano Rumor, ne sottolinea l’appartenenza alla Democrazia Cristiana (lui che pur da indipendente ha accettato le candidature di sinistra), il tentativo di tenere il paese su posizioni di difficile equilibrio tra i blocchi negli scenari diversamente drammatici in cui si trovarono a far Politica e pagando con l’emarginazione o la morte la loro coerenza.Poi l’affondo finale, coinvolgente, la lunga citazione mandata a memoria dell’invito di Piero Calamandrei  a dove cercare chi ha scritto la Costituzione repubblicana:

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“Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.

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Standing ovation! Come si vede in fotografia siamo tutti in piedi a battere le mani per cinque lunghi minuti a quest’uomo che ha scelto da che parte svoltare dopo aver attraversato (più volte) le porte girevoli che la vita ci mette di tanto in tanto di fronte.  Copio ancora dalla sua biografia ampiamente sintetizzata:

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nominato nel 1999 Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica, nel 2013, il nome di Ferdinando Imposimato fa parte della lista dei papabili all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica:

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nell’occasione viene proposto dai neoparlamentari del movimento cinque stelle arrivati contro tutto e tutti nel palazzo (a proposito, chi dice che loro e i loro simpatizzanti non hanno cultura politica avrebbe dovuto esserci mentre il presidente declamava Calamandrei!): si sa sin dall’inizio che non verrà mai votato dalla maggioranza. Quella maggioranza di cui averbbe potuto “tranquillamente” far parte se non fosse stato così intransigente, così critico verso quel che fa felici politici, palazzinari e ‘ndranghetisti (come il Tav ma non solo il Tav). Se non dicesse e scrivesse (senza “prudenza” e senza scorta) di certi ambienti “Neocon” che lavorano alacremente per il “partito della Nazione”(lo è andato a dire anche a New York una settimana fa!). Se in Val di Susa invece che a trovare i No Tav fosse venuto a “incontrare le maestranze” indossando l’elmetto giallo per le foto di gruppo, (quello che si mette solo dopo e con photoshop sulla testa degli operai vittime degli infortuni). Ma l’uomo, il Grande Uomo che ha accettato ancora una volta la nostro ospitalità povera ma bella, il cibo genuino,valsusino cucinato dalle nostre brave cuoche, sapeva perfettamente da che parte svoltare per stare nel giusto. E noi siamo sempre più consapevoli che ne è valsa, ne vale e ne varrà la pena di lottare contro il Tav e soprattutto contro tutto quello che rappresenta. Grazie Presidente Imposimato!

Venaus/Susa, 15 settembre 2016 – Claudio Giorno

(le foto sono di Diego Fulcheri)