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il faticoso sentiero del confronto

CONTRIBUTI CRITICI, DOMANDE SCOMODE E QUALCHE TENTATIVO DI RISPOSTA  SU TEMI DELICATI E/O CONTROVERSI

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4) GOFFREDO FOFI: ELOGIO DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE

Goffredo Fofi, classe 1937, saggista, stimato critico di letteratura, teatro, letterario e cinema, a 18 anni parte per la Sicilia dove raggiunge Danilo Dolci  per condividerne la lotta nonviolenta alla mafia. Nel 1961 collabora con Aldo Capitini. Alla organizzazione  della prima marcia della pace Perugia-Assisi. Successivamente si impegna alle lotte del ’68 si definisce “anarco-socialdemocratico” o – più provocatoriamente “anarco riformista”. Viene chiamato spesso a dire la sua su violenza/nonviolenza (specialmente quando i giornali – per apparire democratici – hanno bisogno del commento di un intellettuale docg da “sbattere” di spalla alle farneticazioni dell’Alfano di turno, dopo gli scontri che hanno caratterizzato uno sciopero o una manifestazione. Questa volta è lui stesso a prendere l’iniziativa di condensare il suo pensiero su nonviolenza e disubbidienza civile in un libretto davvero “tascabile” (10 x 15, il formato di una fotografia di quelle che si incollavano all’album), 90 pagine, compresa una bibliografia essenziale di “libri consigliati”, edizioni Nottetempo.  Ne copio e incollo qui di seguito integralmente l’incipit. Con lo scopo dichiarato di stimolarne la lettura completa e meditata .

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Vincenzo Cottinelli-Goffredo Fofi, Firenze, 2000

“Sulla disubbidienza civile il lettore italiano ha a disposizione una vasta bibliografia – meno vasta di quella in altre lingue e soprattutto di quella statunitense, e più interessante nella parte non accademica – che si muove su direttrici prevedibili, “americane”, e su un versante filosofico e politico (politologico) spesso astratto anche quando riferito a esperienze concrete. Questa bibliografia, di solito cita molto Thoreau (*) e anche la Arendt (**), vi sono rari riferimenti al movimento operaio e numerosi invece a Gandhi (non potrebbe essere altrimenti anche se sono pochi coloro che ricordano l’immane fallimento nella sua India, uno dei paesi più violenti del mondo), e numerosi anche, benché di meno, a Martin Luther King e alle battaglie degli anni ’60 per i diritti civili. Le teorie sembrano contenere, per gli accademici, più delle pratiche e della riflessione sulle pratiche, la filosofia più della storia e, si, dei suoi ammaestramenti, positivi o negativi che siano. Occorre dunque strappare ai teorici il monopolio della discussione per riportarlo nelle mani dei militanti – siano essi violenti o nonviolenti, o possibilisti nei confronti dei due atteggiamenti. Occorre anche sganciare questa riflessione da quella sulla nonviolenza, nonostante un’intima correlazione che non è interdipendenza. Per essere subito chiari “La disobbedienza civile può fare a meno della nonviolenza – la storia ci ha dato esempi importanti e continua a darcene – mentre la nonviolenza non può fare a meno della disobbedienza civile, salvo trasformarsi, come è perlopiù accaduto, in happening collettivi o in forme di autoperfezionamento di gruppi e di singoli molto vicini al New Age, e dello stesso genere di consolazione narcisistica”.

Un bel sasso nello stagno, non c’è che dire. Buona lettura.

Cg

Note:

(*)

Henry David Thoreau, il primo teorico della disobbedienza civile, che nel 1846 finì in carcere essendosi rifiutato di pagare la tassa che il governo imponeva per finanziare la guerra al Messico. “Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi” scrisse “è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto, e rifiutare le imposizioni della legge (…) quando spingano a commettere atti che la mia coscienza e la mia conoscenza delle cose considerano ingiusti”.

(**)

Hannah Arendt – Hannofer 1906. New York 1975 – è stata una filosofa, storica e scrittrice. La privazione dei diritti civili e la persecuzione subìte in Germania a partire dal ’33 a causa delle sue origini ebraiche, unitamente alla sua breve carcerazione contribuirono a far maturare in lei la decisione di emigrare. Il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937, quindi rimase apolide fino al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense.

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3) STRENNE NATALIZIE

E poi dicono che noi (No Tav) ce l’abbiamo coi giornalisti. Vi propongo un esercizio molto semplice per il cui svolgimento non è necessaria né una laurea in scienze della comunicazione e – per far di conto – è sufficiente aver superato l’esame di terza media; né occorre esporsi nell’analisi di domande e risposte (che lascerei a un altro momento o ad altri più autorevoli di me di fare): per adesso basta e avanza fermarsi agli “aspetti contabili” (le statistiche disponibili per qualunque testo in ogni programma di scrittura) e alle più semplici e schematiche delle osservazioni.

Ma vediamo di quale testo parliamo:

Huffinngton Post, prestigiosa(?) testata on line (affiliata al gruppo Espresso di Debenedetti) e  importata dagli states dalla pioniera del giornalismo radical-atlantico Luciannunziata,  propone ad una grandefirma come Andrea Purgatori di passare il Natale assieme al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli a due giorni dal traguardo della pensione.

HPC

Il numero delle domande formulate a quello che è ritenuto a ragione o a torto un monumento vivente della pubblica accusa del nostro paese dopo 46 (quarantasei) anni di attività le può contare facilmente un alunno di prima elementare, (sono anche scritte in neretto): 22

Su 22 – scelta insindacabile dell’intervistatore –  solo 5 riguardano le recenti inchieste sui “No Tav” (e solo in una occasione nella risposta c’è 1 accenno ai No Tav anche se la domanda è di carattere generale). Aumentiamo leggermente la difficoltà ma restando nel campo non opinabile dei numeri: contiamo le righe delle risposte: sono 83. Di cui sono 25 quelle che il procuratorecapo dedica all’argomento No Tav: il 30,1% se non ho sbagliato qualche somma, una moltiplicazione e una divisione (e soprattutto ad impostare la proporzione : sempre più difficile!).

Ripeto: non voglio addentrarmi per ora sul giudizio da dare all’intervistatore (alla pertinenza e/o correttezza delle sue domande sui No Tav) e men che meno sull’onestà delle risposte: annoto solo che a mio modesto giudizio sono nel complesso meno “cattive” che in altre occasioni (mettere a confronto analoghe risposte ad analoghe domande non credo che sia un esercizio così difficile; (né più di tanto opinabile visto che a formularlo nell’uno e nell’altro caso è lo stesso soggetto: io). Ma mi spingo oltre le colonne d’Ercole provando nientemeno che a separare e individuare  gli argomenti delle altre risposte della lunga intervista (che riguardano almeno quaranta dei quarantasei anni di carriera di Caselli):

1– Gli “anni di piombo, le indagini e i processi sul terrorismo “rosso”.

2– la sua decisione di andare a Palermo dopo l’assassinio del prefetto Dalla Chiesa

3– la cattura di Totò Riina

4– il fatto che alcuni dei più alti gradi dei carabinieri non perquisirono il covo del capomafia

5– la possibilità che ciò possa essere stato dovuto a una trattativa in corso tra stato e mafia

6– le attuali  minacce di Riina al pm Nino Di Matteo collegate proprio al processo sulla “trattativa”

7– l’incriminazione gravissima nei confronti di Andreotti e il relativo processo

8– l’esito di quel processo “storico”, le conseguenze “politiche contro Caselli (che per quello  fu escluso dalla possibilità di divenire capo della procura nazionale antimafia!)

9– l’infiltrazione delle mafie al nord e le ultime inchieste e processi relativi

10– il processo ai Ligresti, la concessione degli arresti domiciliari alla figlia e l’”interessamento” discutibile della Ministracancellieri e le roventi polemiche politiche conseguenti.

11– cosa farà “da grande” (la proposta della Coldiretti di occuparsi di  “agromafie”).

12– la impegnativa dichiarazione che non farà politica (“non è il mio mestiere”).

Bene. Può essere che io abbia dimenticato qualche argomento, (che ne abbia arbitrariamente separato alcuni o cumulato altri) ma credo che oltre  al “nostro” siano almeno una dozzina gli aspetti rilevanti (in qualche caso clamorosi o di assoluta attualità) su cui si poteva legittimamente titolare il pezzo. So bene che non è il giornalista che fa i titoli, so bene che potrebbe essere stata opera di un precario messo li a lavorare per un pezzo di panettone ammuffito tra natale e santostefano. Ma chiunque egli (o ella) sia indovinate quale argomento ha scelto per sparare la notizia:

Gian Carlo Caselli: “Il cantiere Tav è un laboratorio di violenza”. Intervista HuffPost, 40 anni di inchieste.

Persino Caselli potrebbe dolersene, se tutta la sua carriera venisse letta solo attraverso il “teorema” suo (e dei suoi attuali collaboratori più stretti di magistratura e polizia)  sulle “frange estreme e violente No Tav” perché se la storia (anche processuale) gli darà ragione sarà stata la sua ultima grande intuizione, ma in caso contrario potrebbe anche rappresentare “l’unica grande cazzata” di una longeva e celebrata carriera (con l’unica attenuante che solo chi non lavora non sbaglia)…

Giornalisti, vil razza dannata (fatte le dovute ma sempre più esigue eccezioni)….E poi hanno il coraggio di lamentarsi per le “liste di proscrizione di Grillo”. Ma andate a cagare (e giusto perché a Natale siamo tutti più buoni ed evacuare – dopo i pasti abbondanti – è una pratica igienica salutare).

Borgone Susa, 26 dicembre 2013 (Santostefano) – Claudio Giorno

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2) IN ATTESA CHE RIFLETTERE DIVENTI REATO

di Luca Giunti e Bruno Teghille, cittadini No Tav della Valle di Susa

Il Procuratore della Repubblica di Torino interviene sulla manifestazione di sabato 19 a Roma, spiegando che se una marcia pacifica si può fare a Roma allora in val Susa si possono e si devono isolare i violenti. Con il massimo rispetto per la sua figura e la sua storia, proviamo a esprimere qualche riflessione, perché da molti anni sentiamo ripetere questo ritornello. Giornalisti e politici, anche sensibili alle ragioni della protesta, spesso ci spiegano quali danni porterebbe alla causa non espellere le mele marce. Noi, stolidi montanari, continuiamo a non capire. In realtà anche a Roma qualche scontro si è verificato, certamente non come due anni fa, sempre in ottobre, quando un analogo corteo ha avuto tutt’altro esito, né come – ricordiamo tutti – a Napoli e ancor più a Genova nel 2001. In quelle situazioni, anche sabato scorso, i filmati mostrano che curiosamente la polizia fa agire i violenti per poi accanirsi con i più tranquilli. In qualche caso si vedono agenti in borghese confondersi con i manifestanti o con i giornalisti. La storia del nostro Paese ci ha fatto conoscere anche le figure dei provocatori e degli infiltrati. Non c’è ragione per credere che gli antitav siano riusciti a restarne immuni.

Non è la popolazione della valle di Susa che, alimentando simpatie antagoniste, ha promosso il progetto Torino-Lione e l’apertura del cantiere di Chiomonte. Sono questi che, per la loro insostenibilità e protervia, hanno richiamato l’antagonismo, in maniera quasi turistica. D’altronde, se qualcuno ritiene – a torto – che possa scoppiare una rivoluzione, sarà inesorabilmente attratto dove sussistono forti tensioni sociali e ambientali. Non andrà certo a Montecarlo o in Costa Smeralda! La gran parte delle iniziative condotte in vent’anni contro la Torino-Lione sono azioni pacifiche e culturali. A cominciare dalle manifestazioni, che continuano a radunare migliaia di persone in marcia a volto scoperto, per arrivare alle assemblee, alle serate informative, alle feste e agli spettacoli, a decine di conferenze di ospiti interessanti e competenti. Focalizzarsi sugli episodi violenti e sui sabotaggi è facile e strumentale ma non rende onore alla verità e al lungo cammino percorso da questo movimento.

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L’opposizione NoTav non è un partito o un’istituzione. Non ha un segretario politico né un presidente. E’ fatta da centinaia di persone con sensibilità diverse, anche distanti, che si ritrovano concordi nel denunciare un sistema perverso di potere, di opere, lavoro ed economia deviati, che non deve più trovare albergo nel nostro paese. Quindi non esiste nessuno che possa, in nome di tutti gli altri, prendere le distanze da qualcosa o espellere qualcuno. Al suo interno sono presenti anche moltissimi amministratori pubblici, sindaci in testa. Sempre, sempre, hanno condannato e rigettato – senza balbettare – ogni violenza, a cominciare proprio dagli eccessi nelle manifestazioni. Negare il fatto non lo cancella. Hanno anche ricordato, però, che i violenti sono molti. Persino lo Stato può esserlo, se prima impone un’opera, poi la camuffa come condivisa e infine la difende con i militari. Persino le forze dell’ordine e la Magistratura possono eccedere, non solo quando usano la forza fisica oltre il necessario, ma anche quando indagano con visioni preconcette e in una sola direzione. Persino i massmedia, se sono ossequiosi con lo sloganeggiante notabile di turno o se ignorano gli appelli alle istituzioni, i dati tecnici, la pochezza dei progetti, i dubbi espressi in altri Stati, possono fare violenza.

La politica nazionale pare sappia rispondere soltanto con arroganza e con sotterfugi. L’ultimo esempio si trova nella legge sul femminicidio, che assimila i cantieri a caserme e allarga il perimetro dell’art. 260 del codice penale. Tratta di spionaggio e usa termini come stato in guerra, efficienza bellica, operazioni militari. Addirittura, in caso di conflitto, contemplava la pena di morte! Oppure si può analizzare la ratifica dell’ultimo accordo internazionale proposta al Parlamento: con essa si applicherebbe anche sul lato italiano il diritto francese, spostando oltralpe gli eventuali contenziosi ma soprattutto annullando ogni normativa antimafia, che là non esiste. Non sono forme di eversione anche le dismissioni di sovranità e lo svilimento dell’ordinamento dello Stato?

La “Libera Repubblica” della Maddalena non voleva un altro Stato, ma uno Stato migliore e più rispettoso della Costituzione italiana. Rivendicava – forse immodestamente – il collegamento con la Resistenza da cui quella Costituzione nacque. Qualcosa come i 40 giorni di libertà della val d’Ossola, i 23 giorni della Città di Alba o la difesa del Monte Rubello. Non una “enclave” ma un laboratorio, fantasioso, disordinato, partecipato e vitale come ogni esperimento. Sono altre le enclaves che dovrebbero preoccupare gli italiani, le regioni dominate dalla criminalità organizzata, ad esempio, o i grumi affaristico-politico-finanziari i cui scandali scoppiano ogni settimana, ma sempre dopo che i guasti sono avvenuti. I NoTav invece, con tutti i loro difetti, stanno cercando di fermarli prima che accadano.

Per quanto possa apparire blasfemo, i cittadini che si oppongono alla costruzione della Torino-Lione sono consapevoli di infrangere talvolta le leggi esistenti. Ma lo fanno in nome di un senso di giustizia più alto, magari confuso per gli altri ma limpido per loro, seguendo il principio che Giuseppe Dossetti, guardando alla Francia, avrebbe voluto inserire nella Costituzione della Repubblica Italiana: La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino. Tra quei diritti inviolabili ci sono la salute e il paesaggio che proprio la Torino-Lione massacrerebbe. Le buone ragioni di chi ha ragione non vengono cancellate da metodi poco ortodossi o addirittura illeciti. La compresenza di pratiche diverse per sostenerle non è motivo valido per sconfessarle o ignorarle. Restano valide, anche se è comodo nasconderle enfatizzando le azioni più clamorose.

La fiducia nella giustizia e nei loro rappresentanti viene messa a dura prova. Cittadini informati e vilipesi l’hanno perduta perché ogni loro appello, denuncia, ricorso, esposto, è stato sempre lasciato cadere da chiunque l’abbia ricevuto, magistrato o Presidente della Repubblica che fosse. Si badi bene: non è stato accolto, giudicato e poi, eventualmente, ritenuto infondato nel merito. Non è proprio stato recepito. Non solo. Chi si è permesso di denunciare abusi e pericoli è stato inquisito per false comunicazioni e procurato allarme. Come una certa Tina Merlin a proposito del Vajont. Alla lunga una certa disistima nelle istituzioni centrali appare giustificata. L’incrollabile convinzione del Procuratore di Torino sull’eversione ricorda con amarezza le “prove granitiche” che dieci anni fa sono state considerate dalla Cassazione insufficienti per sostenere proprio l’accusa di terrorismo nella nostra valle, non senza aver cagionato due suicidi in carcere e 4 anni di ingiusta detenzione al terzo indagato. Si sta recitando da capo lo stesso identico copione, e nessuno qui in giro vuole che si ripeta anche lo stesso epilogo.

Nonostante tutto, rimane la speranza – forse ingenua – che la giustizia faccia il suo corso. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione nell’analizzare progetti, sorvegliare il cantiere, produrre documenti, redigere i famosi esposti. Va poi ricordato, per quanto fastidioso sia, che in tutta questa storia si annoverano tre sentenze: quella che ha assolto i presunti Lupi Grigi dall’accusa di terrorismo, quella che ha condannato la dirigenza Sitaf per turbativa d’asta per gli appalti di Venaus, quella che riconosce i pestaggi ingiustificati delle forze dell’ordine durante lo sgombero del 2005, sempre a Venaus. Quest’ultima addirittura proclama l’omertà dei funzionari e la loro reticenza davanti ai giudici! Sentenze, non chiacchiere NoTav. Tutte decisioni ultime della Magistratura che in qualche modo confermano le tesi degli oppositori alla Torino-Lione. Aspettiamo dunque rispettosamente leconclusioni dei processi istruiti negli ultimi due anni: potrebbero rivelare delle sorprese.

Il Procuratore ha già radicato la convinzione che tutti i sabotaggi sono da ricondursi al movimento NoTav, nonostante non siano stati rivendicati, le indagini siano in corso, e addirittura alcuni bersagli abbiano dichiarato di pensarla diversamente. Ma il giudizio è già vissuto come inappellabile. Eppure, molti dubbi si affollano sulle dinamiche dei singoli episodi, così come sul contesto in cui sarebbero avvenuti. Ad esempio, si apprende dalla stampa che attentati simili si sono verificati nel chivassese e nell’emiliano, sempre a carico di ditte in qualche modo coinvolte nei movimenti di terre Tav. In quelle aree lontane, per fortuna, nessuno ha ancora incolpato i NoTav. Non sarà possibile, almeno in ipotesi, che anche in val Susa gli autori siano altri e abbiano altri scopi? Che la torta da spartire sia così succulenta da attirare appetiti più onnivori di qualche presunto contestatore più esuberante di altri? E’ positivo che la legge finanziaria in discussione preveda nuove risorse proprio per risarcire le ditte eventualmente colpite dai NoTav. Costringerà a individuare senza dubbi i veri autori dei danneggiamenti, perché senza responsabilità accertata in capo ai NoTav i risarcimenti saranno zero. Come in una famosa pubblicità: No colpevoli, No soldi!

A nostro modo di vedere, c’è un sistema molto facile e immediato per scoprire se davvero esiste una frattura negli oppositori e se una frangia del movimento vuole lo scontro a tutti i costi. Ascoltare le voci degli amministratori e dei docenti universitari, che chiedono di fermarsi a riflettere – ma in maniera seria, trasparente e obiettiva – sui dati trasportistici, economici, ambientali e sociali dell’opera. Se dopo tale analisi si dovesse appurare che la Torino-Lione è utile, proposta in maniera cristallina, sopportabile dall’ambiente e dalle casse dello Stato, una buona parte di chi si oppone sarebbe disposto a farsi da parte. Noi, almeno, lo faremmo. In ogni caso, è indubitabile che sic stantibus rebus non si possa andare avanti. Occorre prendere atto che l’Osservatorio governativo istituito nel 2006 ha fallito. Era stato incaricato di condividere il progetto con il territorio, di facilitare l’accettazione dell’opera, di ridurre la contestazione e abbassare la tensione. Non c’è riuscito, per la semplice ragione che la Torino-Lione è indifendibile sotto ogni punto di vista.

Per accorgersene definitivamente, basta smettere di ascoltare i proclami rassicuranti che il Commissario dipinge nei salotti e in luoghi protetti, ben lontano da ogni confronto. Non potranno certo essere installati i cantieri a Susa nei prossimi due anni, come più volte annunciato. In mezzo a quartieri abitati, aziende, scuole, strade e altre strutture pubbliche. Non ci si troverà più in una valle secondaria isolata tra i monti e disabitata. Dall’estate del 2011 Chiomonte e la val Clarea insegnano che costa di più difendere l’opera che costruirla. A Susa questi costi potrebbero decuplicare. E ormai dovrebbe essere evidente a tutti che repressione e falsità non sono i metodi idonei per uscire da questo buco.

Luca Giunti e Bruno Teghille, “Riflessioni sulla lettera del procuratore della Repubblica di Torino”, 24 ottobre 2013.

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1)_ LA “NOSTRA” TERRA

di Davide Rostan Pastore chiesa valdese di Susa

Ai partecipanti alla conferenza con Erri De Luca di sabato 5 ottobre Ad Alberto Perino, Erri De Luca, Gigi Richetto. Alla Val di Susa

il lago (prosciugato) e la "faraonica" diga del Moncenisio
il lago (prosciugato) e la “faraonica” diga del Moncenisio

Sono uno dei tanti che sabato 5 ottobre ha partecipato al bell’incontro alla sala Rosaz con Erri De Luca. Come molti altri avrei voluto parlare ma non sempre le cose vengono fuori nel momento e quindi ho pensato che sarebbe bello continuare il dialogo di quella sera via lettera. Sono anch’io un frequentatore di antiche scritture sacre, da un anno circa sono pastore della chiesa Valdese di Susa e di quella Battista di Meana. Frequento questa valle da molto tempo, prima come alpinista e come arrampicatore della domenica sulle falesie di Borgone, poi per amicizie e infine come partecipante alle manifestazioni No-Tav di un po’ di anni fa. Da un anno ci vivo e ci lavoro. Forse non è abbastanza per considerarmi uno di qui, spero lo sia per discutere insieme. Visto che lo ha fatto Erri De Luca, mi permetto anch’io di raccontare una storia biblica che secondo me ci può aiutare nella nostra riflessione su come andare avanti. Se avete una bibbia a portata di mano potete prenderla, Esodo capitolo 16. La storia della manna. Questa umanità che è stata appena liberata dall’Egitto, dalla schiavitù è adesso in marcia verso la terra promessa. Dio ha sconfitto il Faraone e adesso guida il suo popolo nel deserto, dove non c’è nulla da mangiare e subito il popolo comincia a lamentarsi… Allora Dio prima gli manda delle quaglie e poi subito dopo la Manna. Una specie di bacca che si schiaccia e ci si fa una farina con cui si possono preparare delle focacce, delle piadine un po’ dolci. E Dio disse “Ognuno ne prenda quanto gli basta per il suo nutrimento per lui e per la sua tenda. Nessuno ne conservi per il giorno dopo perché ogni giorno ne troverete”. Ma ovviamente alcuni del popolo non si fidano e ne raccolgono di più e la manna marcisce perché piena di zuccheri che la fanno fermentare. Ogni giorno dice Dio ne troverete ,tranne che il sabato, poiché è un giorno consacrato a Dio, al riposo, perciò ne troverete per due giorni il venerdì. Anche in questo caso qualcuno non si fida e il sabato mattina esce dalla tenda pensando di raccoglierne in più. E anche in questo caso Dio li sgrida ricordando loro che il nutrimento verrà dato per tutti ma non il sabato che è il giorno per ricordarsi che la terra e il nutrimento sono dati da Dio e non dal nostro bisogno umano di averne sempre di più. Credo che questa storia dica molto a noi oggi sul nostro utilizzo umano della terra e del giardino che Dio ci ha dato da servire e custodire come ha ricordato Erri de Luca. Il desiderio di appropriazione e di accumulo porta a far marcire tutto, il desiderio di appropriazione del giardino porta al considerarlo come un qualcosa da sfruttare fino all’ultimo senza rendersi conto dei danni, senza curarsi delle generazioni future, senza condividere le risorse con gli altri abitanti del giardino. Credo anch’io che l’importanza di ciò che si sta difendendo in questa valle sia il rapporto tra l’umanità e la terra, come poneva alla fine della sua relazione Erri de Luca e proprio per questo avrei voluto intervenire e lo faccio solo adesso con un po’ di ritardo. Nel dibattito successivo ad un certo punto Alberto Perino ha posto una domanda che ha definito un p’ provocatoria a Erri: “ Quale pensi sia il limite posto per difendere la propria terra ?“ Non voglio tornare sulla questione della liceità del sabotaggio o sui limiti della lotta per la difesa di un territorio a cui la domanda mi sembrava alludere. Voglio invece parlare di quell’aggettivo possessivo: “propria” nostra. Come spesso si dice..la nostra valle, la nostra terra. Se è vero che la terra, il giardino ci è stato dato come spesso ricorda Dio al suo popolo. Se è vero che siamo qui per servirlo e curarlo al meglio perché tutti possano averne di che vivere dignitosamente mi interrogo sull’uso legittimo di questa parola che suona a me a volte violenta. Siamo sicuri che si possa dire nostra solo perché abitiamo qui ? Certo i danni ambientali saranno soprattutto su questo territorio dove molti di noi abitano; certo dire la nostra Valle aiuta il senso di appartenenza e rinsalda lo spirito e il morale. Ma siamo sicuri che siano due buone motivazioni. ? Se davvero qui si sta discutendo del rapporto futuro tra umanità e creazione allora che differenza c’è tra la val di Susa e il delta del Niger e i suoi pozzi di petrolio o la deforestazione dell’amazzonia ? Io credo nessuna. Il mondo è pieno di luoghi dove la speculazione e gli interessi di poche ditte passano sopra a danni ambientali, diritti delle popolazioni, buon senso economico. Penso che dire “difendere la terra “ anziché “la propria terra” faccia oggi una certa differenza: 1. Ci aiuta a spiegare meglio, anche fuori dalla valle che cosa c’è in gioco. Non solo i danni ambientali per questo territorio ( ognuno di noi si interroghi oggi a distanza di anni e si chieda quanti sarebbero ancora qui se lo stesso treno fosse dovuto passare anche solo in val d’aosta per esempio ) non solo i fatti nostri, come spesso si viene accusati, bensì la difesa della terra, l’utilizzo diverso delle risorse economiche, un diverso ordine delle priorità ( prima la sanità e l’istruzione, per esempio ). 2. Evita di far passare un messaggio violento e di chiusura. É ben vero che il movimento è ormai uscito dalla valle ma troppo spesso la retorica de “La Valle che resiste” rischia di essere in fondo un ostacolo a far conoscere le vere ragioni della protesta. L’aggettivo possessivo applicato alla terra contiene in sé un qualcosa di violento e di volontà di possesso che in fondo è proprio quello che si vuole combattere. La terra non è nostra come non è di nessuno di coloro che la vuole sfruttare, al massimo appartiene a Dio che ci ha chiamato a custodirla. So bene che lo si usa per dare importanza al legame che ognuno di noi ha con il suo territorio, con le vigne, con le bestie, le montagne, l’acqua; con il luogo dove si è nati e cresciuti. Ma forse si può fare un passo indietro. Altri usano oggi lo stesso aggettivo legato alla terra per dire che ognuno è padrone nella sua terra, o nella sua casa. Non credo che nessuno voglia rischiare di mischiarsi con chi parla di casa propria per dire chi può o non può entrarci lasciandolo morire al largo delle coste di Lampedusa. 3. Penso che oggi non basti più difendere “la nostra terra”e resistere. Nella storia valdese dalla quale provengo, la difesa del territorio e la resistenza in montagna è stata per alcuni secoli quello che ci ha impedito di soccombere agli attacchi delle truppe francesi e del regno sabaudo. Ma se oggi esistiamo ancora credo sia più dovuto al fatto che a metà ottocento siamo stati spinti ad uscire dal nostro ghetto alpino nelle vallate qui vicino per testimoniare la parola di Dio facendo conoscere la bibbia in italiano a questo paese che a causa del latino da secoli non la leggeva più e per costruire delle scuole. Qui in questa valle noi stiamo difendendo “la Terra”, il giardino. Stiamo sperimentando una diversa socialità; stiamo suggerendo un nuovo modello di sviluppo; stiamo insieme a molti altri nel mondo proponendo un rapporto diverso tra creature e creato, tra terra e umanità. Credo che l’aggettivo possessivo non ci aiuti a dirlo anche se magari è quello che tutti avevamo in mente.

Mi piacerebbe che il dialogo continuasse perché anche questo fa parte di ciò che si sta sperimentando. Spero che nessuno si sia sentito offeso da questo mio intervento che vuole solo essere il mio contributo a questo movimento nella consapevolezza che le riflessioni di questa lettera sono quello che mi è venuto in mente dopo questa bella serata e non sono in alcun modo una polemica contro qualcosa o qualcuno che peraltro conosco solo di nome..

Un caro saluto, Davide Rostan, Pastore chiesa valdese di Susa

Nel caso qualcuno mi volesse contattare: davide.rostan@tiscali.it, 7 ottobre 2013

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