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Letta su una tovaglietta di carta in un locale di Bra (da vedere e frequentare)

dal profilo facebook di Claudio Giorno (Note) –  Venerdì 2 aprile 2010 alle ore 19.49

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Ciò che bevi diventa il tuo sangue, pertanto bevi bene.

Ciò che mangi diventa il tuo corpo, pertanto mangia bene.
Ogni tanto però fai qualche eccezione, perché nessun assolutismo è buono.

Sorridi con i cinque sensi.
Quel che si fa sorridendo fa meglio.
Quel che si fa insieme è più gustoso.
Non sempre le buone compagnie sono le migliori.

Coltiva amici, coltiva passioni, coltiva idee.
Ma non aver paura del vuoto, della solitudine, del silenzio.

Il tempo non è denaro. Vale molto di più. Il tempo va goduto non riempito.

Non t’interessa piacere a tutti né piacere a tutti i costi.
Godi nel saltare sul carro di chi non ha vinto.
Godi nel cantare fuori dal coro, purché non diventi un vizio.

La minoranza non ha torto, la maggioranza non ha ragione.
Torto e ragione sono angoli dai quali si osservano le cose.
La libertà è poterle guardare dall’angolo che si vuole.
Scegli il tuo angolo e arredalo con buon gusto.
Ti ci troverai bene.
Quando sei completamente a tuo agio, invita gli altri a visitarlo.

Regala bellezza. Costruisci bellezza. Difendi bellezza.
La bellezza non è mai troppa ed è contagiosa.
La bellezza non è mai carina e spesso è cattiva.

Liberarsi dell’utile, liberarsi del dilettevole.
Fra profitto e superficialità  scegli una buona Barbera.
Fra egoismo e altruismo scegli ciò che fa bene a te e agli altri.

Dubita di tutto, tranne della sacralità di un Barolo.
Credi in tutto, ma senza fretta.
Datti il tempo di farti convincere.
La curiosità è una sbronza leggera che  distilla buoni pensieri.

Tutti hanno qualcosa da insegnarti,
ma non tutto vale la pena di essere imparato.
Fermati ogni tanto a pensare quel che sarai,
prevedi diverse possibilità.

Che tu lo voglia o no, ciò che deve accadere, tanto  alla fine… accade.

Alessandro Monchiero, 1 luglio 2009 alle ore 2.05

***

Letta su un volantino stampato fitto fronteretro,  senza introduzione e commento, distribuito da un ragazzo in una delle prime grandi manifestazioni popolari No Tav della Val di Susa 

Qualcosa era successo
Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto
alla lontanissima stazione d’arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a
livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo
sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di
straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra
per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle
popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive
cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per
giunta.
Ma come il treno le passò davanti lei non guardò dalla nostra parte (eppure era là ad aspettare
forse da un’ora) bensì teneva la testa voltata indietro badando a un uomo che arrivava di corsa dal
fondo della via e urlava qualcosa che noi naturalmente non potemmo udire: come se accorresse a
precipizio per avvertire la donna di un pericolo. Ma fu un attimo: la scena volò via, ed ecco io mi
chiedevo quale affanno potesse essere giunto, per mezzo di quell’uomo, alla ragazza venuta a
contemplarci. E stavo per addormentarmi al ritmico dondolio della vettura quando per caso –
certamente si trattava di una pura e semplice combinazione – notai un contadino in piedi su un
muretto che chiamava chiamava verso la campagna facendosi delle mani portavoce. Fu anche
questa volta un attimo perché il direttissimo filava eppure feci in tempo a vedere sei sette persone
che accorrevano attraverso i prati, le coltivazioni, l’erba medica, non importa se la calpestavano,
doveva essere una cosa assai importante. Venivano da diverse direzioni chi da una casa, chi dal
buco di una siepe chi da un filare di viti o che so io, diretti tutti al muriccioio con sopra il giovane
chiamante. Correvano, accidenti se correvano, si sarebbero detti spaventati da qualche
avvertimento repentino che li incuriosiva terribilmente, togliendo loro la pace della vita. Ma fu un
attimo, ripeto, un baleno, non ci fu tempo per altre osservazioni.
orient

Che strano, pensai, in pochi chilometri già due casi di gente che riceve una improvvisa notizia,
così almeno presumevo. Ora, vagamente suggestionato, scrutavo la campagna, le strade, i paeselli,
le fattorie, con presentimenti ed inquietudini.
Forse dipendeva da questo speciale stato d’animo, ma più osservavo la gente, contadini, carradori,
eccetera, più mi sembrava che ci fosse dappertutto una inconsueta animazione. Ma sì, perché
quell’andirivieni nei cortili, quelle donne affannate, quei carri, quel bestiame? Dovunque era lo
stesso. A motivo della velocità era impossibile distinguere bene eppure avrei giurato che fosse la
medesima causa dovunque. Forse che nella zona si celebravan sagre? Che gli uomini si
disponessero a raggiungere il mercato? Ma il treno andava e le campagne erano tutte in fermento,
a giudicare dalla confusione. E allora misi in rapporto la donna del passaggio a livello, il giovane
sul muretto, il viavai dei contadini: qualche cosa era successo e noi sul treno non ne sapevamo
niente.
Guardai i compagni di viaggio, quelli dello scompartimento, quelli in piedi nel corridoio. Essi non
si erano accorti. Sembravano tranquilli e una signora di fronte a me sui sessant’anni stava per
prender sonno. O invece sospettavano? Sì, sì, anche loro erano inquieti, uno per uno, e non
osavano parlare. Più di una volta li sorpresi, volgendo gli occhi repentini, guatare fuori.
Specialmente la signora sonnolenta, proprio lei, sbirciava tra le palpebre e poi subito mi
controllava se mai l’avessi smascherata. Ma di che avevano paura?

Napoli. Qui di solito il treno si ferma. Non oggi il direttissimo. Sfilarono rasente a noi le vecchie
case e nei cortili oscuri vedemmo finestre illuminate e in quelle stanze – fu un attimo – uomini e
donne chini a fare involti e chiudere valige, così pareva. Oppure mi ingannavo ed erano tutte
fantasie?
Orient-Express (2)

Si preparavano a partire. Per dove? Non una notizia fausta dunque elettrizzava città e campagne.
Una minaccia, un pericolo, un avvertimento di malora. Poi mi dicevo: ma se ci fosse un grosso
guaio, avrebbero pure fatto fermare il treno; e il treno invece trovava tutto in ordine, sempre
segnali di via libera, scambi perfetti, come per un viaggio inaugurale.
Un giovane al mio fianco, con l’aria di sgranchirsi, si era alzato in piedi. In realtà voleva vedere
meglio e si curvava sopra di me per essere più vicino al vetro. Fuori, le campagne, il sole, le strade
bianche e sulle strade carriaggi, camion, gruppi di gente a piedi, lunghe carovane come quelle che
traggono ai santuari nel giorno del patrono. Ma erano tanti, sempre più folti man mano che il treno
si avvicinava al nord. E tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno,
fuggivano il pericolo mentre noi gli si andava direttamente incontro, a velocità pazza ci
precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai?
Non lo avremmo saputo che fra cinque ore, al momento dell’arrivo, e forse sarebbe stato troppo
tardi.
Orient-Express (1)

Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere. Ciascuno forse dubitava di sé,
come facevo io, nell’incertezza se tutto quell’allarme fosse reale o semplicemente un’idea pazza,
allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si è un poco stanchi.
La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal
sonno leva gli sguardi meccanicamente, così lei alzo le pupille fissandole, quasi per caso, alla
maniglia del segnale d’allarme. E anche noi tutti guardammo l’ordigno, con l’identico pensiero. Ma
nessuno parlò o ebbe l’audacia di rompere il silenzio o semplicemente osò chiedere agli altri se
avessero notato, fuori, qualche cosa di allarmante.
Ora le strade formicolavano di veicoli e gente, tutti in cammino verso il sud. Rigurgitanti i treni
che ci venivano incontro. Pieni di stupore gli sguardi di coloro che da terra ci vedevano passare,
volando con tanta fretta al settentrione. E zeppe le stazioni. Qualcuno ci faceva cenno, altri ci
urlavano delle frasi di cui si percepivano soltanto le vocali come echi di montagna.
La signora di fronte prese a fissarmi. Con le mani piene di gioielli cincischiava nervosamente un
fazzoletto e intanto i suoi sguardi supplicavano: parlassi, finalmente, li sollevassi da quel silenzio,
pronunciassi la domanda che tutti si aspettavano come una grazia e nessuno per primo osava fare.
Ecco un’altra città. Come il treno, entrando nella stazione, rallentò un poco, due tre si alzarono non
resistendo alla speranza che il macchinista fermasse. Invece si passò, fragoroso turbine, lungo le
banchine dove una folla inquieta si accalcava anelando a un convoglio che partisse, tra caotici
mucchi di bagagli. Un ragazzino tentò di rincorrerci con un pacco di giornali e ne sventolava uno
che aveva un grande titolo nero in prima pagina. Allora con un gesto repentino, la signora di fronte
a me si sporse in fuori, riuscì ad abbrancare il foglio ma il vento della corsa glielo strappò via. Tra
le dita restò un brandello. Mi accorsi che le sue mani tremavano nell’atto di spiegarlo. Era un
pezzetto triangolare. Si leggeva la testata e del gran titolo solo quattro lettere. IONE, si leggeva.
Nient’altro. Sul verso, indifferenti notizie di cronaca.
Senza parole, la signora alzò un poco il frammento affinché tutti lo potessero vedere. Ma tutti
avevamo già guardato. E si finse di non farci caso. Crescendo la paura, più forte in ciascuno si
faceva quel ritegno. Verso una cosa che finisce in IONE noi correvamo come pazzi, e doveva
essere spaventosa se, alla notizia, popolazioni intere si erano date a immediata fuga. Un fatto
nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del Paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi,
abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno no, il maledetto treno marciava con la
regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell’esercito in disfatta per
raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano
miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!
Mancavano due ore. Tra due ore, all’arrivo, avremmo saputo la comune sorte. Due ore, un’ora e
mezzo, un’ora, già scendeva il buio. Vedemmo di lontano i lumi della sospirata nostra città e il loro
immobile splendore riverberante un giallo alone in cielo ci ridiede un fiato di coraggio. La
locomotiva emise un fischio, le ruote strepitarono sul labirinto degli scambi. La stazione, la curva
nera delle tettoie, le lampade, i cartelli, tutto era a posto come il solito.
orient-express-jpg

Ma, orrore!, il direttissimo ancora andava e vidi che la stazione era deserta, vuote e nude le
banchine, non una figura umana per quanto si cercasse. Il treno si fermava finalmente. Corremmo
giù per i marciapiedi, verso l’uscita, alla caccia di qualche nostro simile. Mi parve di intravedere,
nell’angolo a destra in fondo, un po’ in penombra, un ferroviere col suo berrettuccio che si
eclissava da una porta, come terrorizzato. Che cosa era successo? In città non avremmo più trovato
un’anima? Finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido.
” Aiuto! Aiuto! ” urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi
per sempre abbandonati.

Qualcosa era successo è un racconto dello scrittore milanese Dino Buzzati, apparso nel volume Sessanta racconti, edito nel 1958 da Mondadori.

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