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IL (VICE) BOSCAIOLO, IL (VICE) DISBOSCATORE, E IL CONTE ZIO…

febbraio 13, 2019

favola triste e solitaria sulla caduta delle stelle (e degli alberi)

Il primo ramo lo segò a Taranto; vi si era seduto per osservare le poveri rosse uscire dall’Ilva per posarsi negli alveoli polmonari di uomini e donne, vecchi e bambini del quartiere Tamburi-prima-e su tutta la città-poi.

Rischiò di cadere ma fece in tempo ad afferrarsi a quello a fianco. Assai più lungo e proteso verso il mare e da cui si vedeva l’intero tracciato del Tap, da Lecce (Puglia) a Sulmona (Abruzzo) e oltre, (Marche). Si rese conto che i tubi, le centrali di compressione, e tutto l’impianto seguiva (quasi che la cosa fosse voluta) la faglia dei più recenti e devastanti terremoti…Ma affondò la lama nel legno tenero e la spinse con forza.

Cadde , sta volta, ma per miracolo rimase impigliato in altro un ramo da cui si vedeva comunque l’Adriatico e anche lo Jonio: e tutte le piattaforme  con le trivelle pronte a cercare idrocarburi ma pagando un “canone delle patate”…fu salvato a stento da un forestale che gli suggerì di aumentare almeno il canone alle petrolifere (come facevano gli altri paesi europei) interponendo anche una moratoria che però provocò l’ira del suo vice-collega (un cui importante e navigato staffiere doveva aver fatto qualche promessa).

Ma la smania di segare i rami su cui stava seduto era divenuta compulsava: risalì il tronco fin quasi sulla cima per essere sicuro di vedere distintamente il Limonte, dove giaceva asfittica una associazione temporanea di imprese che era riuscita – tanti anni fa – a farsi affidare progetto, approvazioni ed esecuzione dei lavori per il cosiddetto Terzo valico appenninico (anche se in realtà sono almeno cinque)…Era nel frattempo stata redatta una analisi costo-benefici clamorosamente negativa, ma l’architettura contrattuale-fai-da-te della lobby costruttrice affermava che le penali di recesso – come per lo la società del Ponte sullo Stretto di Messina – sarebbero state tali da costate più di continuare il buco. Usò la relazione – bella spessa – per accomodarsi meglio e  ricominciò a spingere e trascinare la lama dentata con lena.

In questa parte del fusto i rami erano più corti e più ravvicinati, come e’ normale quando ci si avvicina alla sommità. Non gli fu quindi difficile precedere lo schianto e afferrarsi (sia pure con i piedi) a dei rametti da cui si vedeva distintamente la cupola di una chiesa: era la cattedrale di S.Gaudenzio di Novara da cui lo sguardo poteva spingersi, tra le risaie, fino all’aeroporto militare di Cameri, dove veniva assemblata la ferramenta degli F35 dando lavoro a un po’ di metalmeccanici. Pensò che almeno su questo  la CGIL non lo avrebbe attaccato e giù a segare a testa bassa. Ma sta volta rischiò il collo perché anche il santo di cui era manifestamente devoto, il vescovo Gennaro di Napoli, fu per un attimo tentato di non rinnovare il miracolo. Ma si sa, i santi son tali perché perdonano anche chi-non-sa-quello-che-fa e così si ritrovò posato sul ramo di nordovest, quello dove da trent’anni era in piedi una lotta di boscaioli, montanari e qualche viandante venuto da una città che pure era stata industriale e forse proprio per questo era amante della natura. Si ricordò d’esserci stato – una volta –  quando la cosa da difendere era – se possibile – ancora più importante: la Costituzione Italiana! Si ricordò che il fondatore della congregazione delle stelle si era addirittura ammanettato in una baita cui erano stati apposti dei sigilli dallo sceriffo di Nottingham, il propugnatore del TAV, e della necessità di tassare i poveri cittadini devoti a Re Riccardo per arricchire i signori del tondino e del cemento che avevano seduto sul suo trono il principe  Giovanni-senza-terra (ma con facoltà di espropriare i legittimi proprietari)…

Provò a fermare il braccio, a lasciar cadere l’impugnatura della lama, ma il collega vice-disboscatore con la complicità del Conte-zio e di certi avvocati della repubblica – non libera – di Bananas gli afferrarono saldamente il polso. Strinsero la mano e spinsero violentemente il gomito…

Cadendo –‘sta volta  irreparabilmente – vide la montagna su cui l’albero (ormai quasi privo di rami) era radicato.  C’erano ancora i segni del grande incendio che aveva distrutto molti altri boschi, delle frane che minacciavano ogni pendio e che avrebbero necessitato di tante piccole opere utili e desiderate (come i paesi terremotati e i viadotti ammalorati…o mal realizzati). E lassù – più in alto – c’era ancora la neve e una processione che pareva di formiche: erano i migranti scampati ai blocchi navali ordinati dal feroce disboscatore e di cui s’era occupato (con molto più zelo che non di Tav & Tap) il suo liutaio da Cremona (che di sviolinate un po’ se ne intendeva ma di tunnel e viadotti assai meno)…Vide che qualcuna di quelle povere anime scampava a morte certa per assideramento (decretata tra l’altro da un banchiere che s’era fatto predidente e risiedeva nella reggia che fu del Re degli astri; uno di cui pure lui s’era occupato, e proprio a proposito di paesi sovrani e di colonie africane). Fece ancora in tempo a vedere che a salvarli da morte certa c’erano anche quei delinquenti dei No Tav che il suo feroce collega voleva incatenare tutti in galera. (Quindi non era vero che fossero tutti Nimby ed egoisti, asserragliati in difesa delle loro villette)

Poi rovinò al suolo con tutto l’albero sul cui ramo più alto – inarrivabile – stava una campana di vetro con dentro una tesserina blu con su scritto “reddito di cittadinanza”: la “card di Robin Hood” con cui ridare ai poveri appena un po’ di quanto nelle mani avide dei ricchi. Che però avevano capito prima di lui che non potevano permettere che le elemosine venissero sottratte ai profitti di Tav & Tap sui monti e colline, di Triv e fonderie in mezzo al mare, e che nel frattempo avevano affidato le loro sorti a un feroce ma furbo disboscatore che solo qualche mese prima detestavano per come stava seduto a tavola ruttando nello smartphone.

Borgone Susa, 12 fenbbraio 2019 – Claudio Giorno

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