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LUCIANO DEL PRESIDIO NO TAV DI BORGONE

maggio 10, 2018

Presto saranno tredici anni che ci troviamo tutti i giorni (chi più chi meno) al presidio No Tav di Borgone. Sicuramente “più” che meno Luciano Tomalino; perché con sua moglie Piera ha continuato ad essere presente ogni pomeriggio anche dopo la comparsa di una malattia invalidante che però non era “riuscita” a fargli perdere il proverbiale sorriso: quello che non a caso compare nella maggior parte degli scatti che gli abbiamo dedicato.

Fotografie di tredici anni di “resistenza”, la “nostra resistenza”, come amava spiegare a chi veniva a chiederci perché continuiamo a “presidiare” tutti i giorni li e adesso: oltre dieci anni dopo la “scelta di un nuovo tracciato per il Tav”. Dopo che il Commissariovirano aveva cancellato il progetto dal versante nord della nostra valle, quello perennemente esposto al sole, per “nasconderlo” meglio nell’ombra del versante sud. Una soluzione che avrebbe dovuto “accontentarci” visto spariva il viadotto d’ingresso alla “galleria di Chiampano”. Un pesante manufatto in calcestruzzo i cui pilastri avrebbero cancellato la residua area verde tra Bruzolo, San Didero e Borgone. Proprio per “sondare” la consistenza del terreno (a reggere il peso della nuova linea ferroviaria e dei quattrocento treni/giorno che si diceva dovessero solcarla) il 20 giugno 2005 avrebbero dovuto arrivare le trivelle precedute da un imponente schieramento di truppe… Proprio per impedirne lo “sbarco” si mise in atto la prima grande protesta popolare a corredo dei consigli comunali aperti (anzi, “plein air”, perché convocati in un prato destinato a pascolo – tra le ultime vigne di “Borgata Maometto”) – dei 25 Comuni su cui incombeva l’apertura dei cantieri!

Poliziotti e carabinieri risultarono confusi dalle fasce tricolore, sconcertati dalla presenza – assieme – di preti e sindaci, estremisti e rappresentanti istituzionali, e assordati da una colonna sonora improbabile fatta di recita del rosario da una parte e dai canti partigiani dall’altra,

Un popolo di diversi ma uguali (che avrebbe caratterizzato tutto l’evolversi della lotta negli anni successivi); un popolo unito nell’obiettivo comune di impedire la realizzazione della ennesima grandeopaera nel  piccolo fondovalle della vallata alpina più “infrastrutturata”d’Europa…

Un popolo che non ha smesso di opporsi neanche adesso:

“Adesso”che la soluzione “low cost” (imposta dall’assalto permanente alla diligenza  del pubblico denaro ha addirittura cancellato anche “il tracciato di Virano certificando l’ampia sufficienza della ferrovia esistente a reggere il grande traffico futuro!

“Adesso” che sostengono sia irrinunciabile solo traforo di valico tra Italia e Francia (la tratta su cui gli stessi proponenti ammettono esserci meno densità di treni oggi e domani!).

“Adesso”che quel (poco) che resta della Torino Lyon è sotto attacco anche nella Francia del Banchieremacron i cui ministri hanno rinviato al 2040 la decisione su se e cosa eventualmente fare…!

“Adesso”che persino il Governoitaliano scadente e scaduto ha ammesso che le previsioni di traffico su cui furono chiamati a votare deputati & senatori erano “sbagliate” (eufemismo per non dire false).

“Adesso”che la suprema corte della capitale invita il tribunale sub-alpino a un maggiore equilibrio nei confronti di chi di noi si è maggiormente esposto con le iniziative più radicali contro i  primi cantieri (pochi, preliminari ma ugualmente devastanti per i denari e la salute dei cittadini).

Un popolo eterogeneo ma solidale e soprattutto determinato di cui Luciano ha rappresentato  – se vogliamo – quella sintesi che “la politica”, “la giustizia”, “l’informazione” hanno mostrato di non riuscire a capire. Soprattutto di non volerlo fare: nonostante fosse (sia) di una semplicità elementare: proprio come emerge da una risposta che Luciano da a Carlo – in una breve intervista del 2012 in cui l’attivista di “Re:common”, (l’associazione che denuncia la corruzione e i delitti ambientali in Europa e nel mondo) gli chiede conto della sua (nostra) ostinazione:

“Mah qui ci troviamo per chiacchierare del più e del meno: anche delle nostre cose, mica solo di Tav e No Tav, Però principalmente di quello: se c’è qualcuno che viene al corrente di qualche cosa ce la trasferisce e noi a nostra volta la trasferiamo ad altri: la si diffonde col passaparola o attraverso la rete (anche facebook) per tenere viva l’attenzione”.

Una risposta disarmante che Luciano dava a chi forse non osava chiederci in modo diretto  se non ci sentissimo come “gli ultimi giapponesi” a combattere una guerra della cui fine nessuno ci aveva avvertiti. E un po’ una guerra lo era: dichiarata unilateralmente e certificata dalla decisione di definire “area di importanza strategico-militare” l’imbuto terminale della Val Clarea dove era stato installato – manu militari – il cantiere per il cunicolo geognostico della Maddalena di Chiomonte. Decisione corroborata ricorrendo alla forma simbolica, quando il nostro  governo – (con la sensibilità pachidermico-cristalliera che lo caratterizza) – aveva deciso di affiancare alle forze dell’ordine un contingente alpino per “difendere meglio” l’area dagli attacchi “dei No Tav”. Proprio in quella circostanza anche Luciano aveva indossato con orgoglio il suo cappello da Alpino: sul ponte della Dora, (presso la centrale Aem di Chiomonte occupata da centinaia di militari) dove era andato in scena un confronto che si sarebbe potuto titolare “Alpini contro”. Una contrapposizione stridente in cui un corpo molto amato nella nostra terra (persino in ambiente pacifista per la simpatia e il conclamato impegno civile) era stato comandato ad “attaccare” invece che difendere le nostre montagne. (Ma pur nella circostanza sgradevole il sorriso non aveva abbandonato le sue labbra).

Ci si è chiesto, (ci hanno chiesto tante volte) perché abbiamo accettato di continuare “a fianco degli antagonisti” la nostra lotta partita in sordina trent’anni fa da un piccolo gruppo di ambientalisti (che avevano immediatamente individuato nel partito del calcestruzzo e del tondino – (lo stesso dell’autostrada) – il promotore di un progetto venduto come di riequilibrio modale del trasporto a favore del treno (buono) contro il camion (cattivo).

Una risposta ce l’ha data Carlo Dojmi di Delupis (l’attivista di Re:common) commentando così la breve “intervista” di Luciano Tomalino riportta qualche riga più su: “Qualche anno fa, nel 2012, mi ritrovai in Val di Susa con Re:Common per conoscere meglio le persone che stavano lottando contro il TAV. Avevo una piccola videocamera con me e ne approfittai per riprendere e ascoltare diverse delle voci che animavano la lotta nel loro quotidiano. Una di queste mi restò particolarmente impressa. Era un signore incontrato al presidio di Borgone. Aveva una spontaneità e tenerezza incredibile. In qualche battuta riuscì a dare il senso di come una lotta ventennale potesse aver attecchito così energicamente nel quotidiano degli abitanti della Valle. Il suo approccio così semplice, i suoi gesti tranquilli esprimevano per me il valore di una resistenza che ha la sua forza proprio nella costruzione di una comunità che si oppone ad un modello distruttivo del territorio, delle speranze, del quotidiano.
Questa persona si chiamava Luciano e oggi ho saputo che è appena scomparso. Vorrei ringraziarlo ancora una volta per avermi accolto al presidio e avermi presentato in pochi minuti un piccolo spaccato della sua vita e della sua personale resistenza quotidiana”.
Luciano, (ma noi con lui), Carlo lo ha visto “da lontano” (abita e lavora a Roma), ma meglio di tanti tra coloro che passano tutti i giorni molto vicino al più longevo dei presidi No Tav della Val di Susa senza coglierne il significato. Un significato profondo del perché rimane li e lo si frequenti tutti i giorni nonostante quanto detto prima… Fumavano ancora le ceneri dell’incendio doloso appiccato da “ignoti” al primo presidio, che già si metteva mano alla realizzazione del nuovo: nel prato di fronte (l’area delle mancate trivelle era stata posta sotto sequestro per “le indagini”…).

Era una gelida giornata invernale – il 26 gennaio 2010 – e Luciano era li, intabarrato nella giacca a vento, con Riccardo, Silvio, Emilio, Bruno a tagliare, inchiodare, imbullonare, riscaldati appena un po’ da un fusto improvvisato a stufa, perché non un solo giorno l’area potesse rimanere “impresidiata”.

E’ difficile tradurre, “spiegare” cosa significa “presidio” agli amici francesi, tedeschi, spagnoli con cui abbiamo fatto rete inventariando le lotte contro le Grandi Opere Inutili e Imposte per motivi che hanno sempre meno a che fare con i bisogni (di mobilità ma di “benessere”) dei cittadini e sempre di più col trasferimento in casse private (di pochi) del denaro di tutti. Tante le riunioni di questo piccolo gruppo di lavoro “- Presidio Europa – tra le pareti precarie ma amiche dalle cui finestre si vede il monumentale Massiccio d’Ambin, la riserva d’acqua di qualità per un milione di cittadini ignari che la si vorrebbe irreversibilmente inquinare e disperdere trivellandovi un ennesimo tunnel “privato” (ma alimentato a debito pubblico)…E di inquinamento criminale a scopo di lucro se ne è voluto occupare particolarmente Luciano, nonostante o proprio perché il lavoro di una vita lo avesse svolto nel comparto industriale e nei suoi aspetti più pregiati, della progettazione, manutenzione, innovazione. Perché tra il presidio e i monti d’Ambin, nascosta tra file di pioppi e qualche vecchio noce, sorge una acciaieria di seconda fusione (rottami) dai cui camini sono probabilmente usciti fumi che con un corretto processo industriale non dovrebbero aver nulla a che fare. “Pazienza” le diossine;  ma di pcb (l’olio esausto degli apparati elettromeccanici obsoleti) se qualcuno non ha usato i forni come inceneritori di rifiuti (per evitare l’onerosissimo smaltimento, anche all’insaputa della proprietà), non ne sarebbe dovuto uscire neanche uno sbuffo… Ma un funzionario di Arpa (l’agenzia regionale per l’ambiente) ne rileva una quantità allarmante (e in tutti i paesi che stanno attorno alla fabbrica): E’così – che nel pieno della opposizione al Tav – nasce anche il “Comitato Emissioni Zero” in cui Luciano, tanto per cambiare, si impegna in prima persona. Non fosse altro perché uno di coloro che si darà più da fare per analizzare l’entità dell’inquinamento (e soprattutto le ricadute sulla salute dei cittadini) è il dottor Marco Tomalino: suo figlio; già tessitore paziente (i cromosomi non sono acqua) del “coordinamento di medici ed operatori sanitari di valle” che aveva analizzato i documenti progettuali dei proponenti il TAV fin dal loro primo deposito presso i nostri municipi). Un lavoro molto impegnativo e ed estremamente coscienzioso svolto con particolare attenzione alle emissioni dei cantieri (vere e proprie “fabbriche” di ossidi di azoto, polveri sottili, ecc ecc destinate oltretutto a usare materiali provenienti dalla perforazione di rocce dove antiche attività di ricerca mineraria avevano individuato vene amiantifere e uranifere ritenute “interessanti” per una possibile estrazione!).

Tra qualche settimana festeggeremo il tredicesimo anniversario. Lo faremo senza la presenza fisica ma con quella in spirito di Luciano, Emilio, Franco (che ci ha lasciato per primo e a cui abbiamo intitolato il nostro luogo di ritrovo) e agli altri che sono andati avanti  dopo essersi fermati un po’ di tempo con noi.

Un altro sabato manifesteremo ancora una volta sulle nostre strade (questa volta tra i paesi che fanno da cerniera tra il fondovalle e l’area metropolitana di Torino, (quella geografica e non quella insulsamente disegnata per favorire gli interessi di chi specula indifferentemente sui pretesi grattacieli di Torino come sui condomini orizzontali di Sestriere).

TRENT’ANNI DALLA PARTE DELLA RAGIONE recita la locandina che convoca l’ennesima “marcia popolare”. Trent’anni con chi ha scelto di stare dalla parte della ragione. Non possiamo obbligare nessuno a marciare con noi. Ma chi non ci sarà farebbe bene a guardarsi ogni tanto attorno e con attenzione per vedere chi ha vicino; potrebbe finalmente capire perché Luciano sorrideva: sapeva di essere dalla parte giusta

Borgone Susa, 10 maggio 2018 –  Claudio Giorno

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