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ADESSO SAPPIAMO… ANCHE QUESTO

agosto 15, 2017

 

Qualche giorno fa – il 6 agosto – Marco Revelli ha scritto un pezzo destinato a rimanere scolpito nelle coscienze di chi non è ancora riuscito a sopprimerne anche l’ultimo alito. Una denuncia che non sarà possibile ignorare, e che inchioderà alle proprie responsabilità una intera classe politica (ma non solo) come è stato – forse – solo per le leggi razziali.

Oggi – ferragosto  – Declan Walsh, giornalista americano (li ce n’è ancora qualcuno) del magazine del New York Times, conferma nei dettagli quel che tutti sospettavamo: Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, fu torturato e ucciso da uomini dei servizi della dittatura egiziana. Di più: il governo del Democraticobama ne rivelò dinamica e motivazioni all’esecutivo del Democraticorenzi,  ma la cosa è rimasta fino ad oggi ostaggio degli interessi economici e delle priorità strategiche superiori.

Revelli riprendeva il passo agghiacciante di uno scritto di Gorge Stainer del 1966: Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.

Walsh scrive nero su bianco che “ gli americani sapevano per certo che la leadership egiziana era totalmente consapevole delle circostanze attorno alla morte di Regeni. Non avevamo alcun dubbio che i vertici sapessero. Adesso sappiamo anche questo.

Revelli fa nome e cognome, nessuno sconto: Chiama in causa il Ministrominniti, la sua lunga militanza comunista, la sua esibita cultura post-sessantottina a scavalco tra Marcuse e la scuola di Francoforte che non gli hanno impedito di trattare con aspiranti dittatori (in questo caso libici) l’internamento dei migranti e di scrivere un “codice” (poi imposto alle Ong) per bloccarne il flusso nel Mediterraneo.

Ma adesso sappiamo anche che mentre voleva cancellare con un plebiscito una Costituzione che aveva il torto di privilegiare l’uomo e i suoi diritti – (come rimproverato esplicitamente  dalle agenzie di rating) il premier che tutto il mondo ci invidiava recitava una parte in commedia: quella dell’uomo che avrebbe perseguito la verità sopra ogni interesse. Ma se un terzo di quel che rivela il NYT corrisponde al vero come ha potuto  reggere lo sguardo dei genitori di Giulio? E come potrà continuare a farlo quando dovrà re-incontrarli? “Il Times parla apertamente di “fratture” all’interno dello Stato italiano. “C’erano altre priorità. I servizi di intelligence italiani avevano bisogno dell’aiuto dell’Egitto nel contrastare lo Stato islamico, gestire il conflitto in Libia e monitorare il flusso di migranti nel Mediterraneo“.

Marcominniti, ministro di ferro del governo del Doporenzi (quello di Gentiloni che all’epoca di Regeni – non imentichiamolo – era ministro degli esteri!) si compiace ad ogni cedimento di Ong, minimizza la rinuncia a continuare i soccorsi di quelle più coerenti come Medici Senza Frontiere, celebra l’atto di sottomissione dei Vescovitaliani…Ma dalla inchiesta del più prestigioso quotidiano atlantico apprendiamo ancora che “a questo (alle rivelazioni del governo Usa sul coinvolgimento certo dell’Egitto nel sequestro e nella barbara uccisione del ricercatore NdR) bisogna aggiungere il ruolo dell’Eni, che solo poche settimane prima dell’arrivo al Cairo di Regeni aveva annunciato una grande scoperta: il giacimento di gas naturale di Zohr, 120 miglia a nord della costa egiziana, contenente 850 miliardi di metri cubi di gas.

Così adesso sappiamo anche che sul fondo del Marenostrum – finalmente liberato dal traffico congestionato di gommoni e navi-soccorso – c’è una ulteriore prova (ma non sarà certo l’ultima) della vera ragione per cui l’Europa non si è mai rassegnata alla perdita delle colonie (ma non vuole neanche sentir parlare del diritto di coloro che vengono rapinati da secoli delle proprie ricchezze a venirsi a riprendere una sia pur modesta quota di benessere): aiutiamoli a casa loro, certo: smettendola intanto di derubarli.

Borgone Susa 15 agosto 2017, ferragosto – Claudio Giorno

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http://www.huffingtonpost.it/2017/08/15/sono-stati-gli-apparati-egiziani-il-governo-sapeva-inchiesta_a_23078158/?utm_hp_ref=it-homepage

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l’articolo di Marco Revelli:
NOI VENIAMO DOPO

“Noi veniamo dopo” scriveva George Steiner nel 1966, “Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”. Anche noi “veniamo dopo”. Dopo quel dopo. Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia e migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.
Quanto sta accadendo in questo inizio torrido di vacanze è una vera apocalisse culturale. Un rovesciamento di tutti i valori nel pieno di una catastrofe di massa. Difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Che “Dagli al Samaritano!” potesse diventare l’incitamento più diffuso nei media e in politica nel pieno dell’Occidente cristiano è davvero uno shock imprevisto. Governi e Stati che grondano sangue da ogni centimetro dei loro corpi informi mettono sotto processo i pochi – e i soli – che si dedicano al salvataggio delle vite umane nel compiaciuto silenzio di un giornalismo senz’anima. Il vizio che pretende di mettere alla sbarra la virtù, la irride e calunnia, dalle prime pagine dei quotidiani mainstream e dalle Cancellerie dei governi europei. Il salvataggio delle vite trasformato in vergogna e crimine: “crimine umanitario”, concetto coniato dallo stesso manigoldo che – ha ragione Saviano – aveva contribuito a suo tempo a mettere in circolo l’oscena espressione “guerra umanitaria”.
Diciamolo una volta per tutte: non c’è un gran differenza tra il fascista ungherese Orban e il post-comunista italiano Minniti. Alzare muri di filo spinato alle proprie frontiere o costruire muri diplomatici al confine del deserto, nella sostanza, non cambia la natura della cosa: forse è più letale la seconda tecnica, perché consegna ai tagliagole delle tribù del Sael e del Fezzan uno jus vitae ac necis su uomini, donne, bambini, che scompariranno silenziosamente, lontano dai nostri sguardi delicati, fuori dalla portata d’azione delle famigerate Ong che s’intestardiscono a voler salvare vite.
Denunciamoli, questi nuovi “specialisti del disumano”, al Tribunale dei popoli.

Marco Revelli

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