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MIGRANTI: L’”AREA DI SERVIZIO” DELLA VAL ROYA

marzo 12, 2017

La Val Roya è un canyon di rocce verticali, con – qua e là – rare aree verdi che sembrano sfidare pendenze che dovrebbero garantire dal rischio-frana. Un labirinto di muretti a secco trattiene la terra che per generazioni è stata riportata a monte con le gerle per piantumarvi gli ulivi, che con le loro radici collaborano a trattenerla sù.

la Val Roya nei pressi di Breil

Cedric Herrou è un giovane uomo di città. Nel suo dna non avrebbe dovuto esserci traccia di monti, bensì di mare e di periferie urbane: lo “certifica” la biografia breve di Mathilde Frénois che “Internazionale” ha preso in prestito da Liberation http://www.internazionale.it/notizie/mathilde-frenois/2017/02/10/.

Cedric Herrou durante l’intervista di Guido Piccoli

Cedric si doveva sentire in gabbia a Nizza, e ha scelto una striscia di terrazze che dal cielo scendono fino alla “rue nationale” del Tenda, allo spiazzo che da accesso al ponte tibetano a strapiombo tra le pareti e i massi scavati nei millenni dalle piene. Una casa semi-diroccata abbandonata da chi – in cerca di “altra fortuna” – forse ha incrociato la sua risalita. Appena sotto Breil e al piccolo museo ferroviario (cui si aggrappano un gruppo di volontari che difendono la Cuneo-Nizza), ha teso dei tendoni tra gli ulivi; su un terrazzo appena un po’ più largo (ma irraggiungibile dalla strada) ha fatto trasportare anche due roulotte con l’elicottero. E da quando la Francia ha dichiarato guerra ai migranti accampati sui Balzi Rossi di Ventimiglia casa sua è diventata un punto di accoglienza (e anche un luogo da cui ri-partire per raggiungere parenti e amici a Marsiglia, a Lione, a Parigi (o magari l’Inghilterra attraverso Calais).

Cedric sul suo trattore di ritorno dalle consegne

Un’”area di servizio” tra oche e galline (Cedric arriva col piccolo trattore che guida con maestria tra scarpate e muretti con i contenitori vuoti delle uova appena consegnate ai negozi). La grande lavatrice all’aperto, assediata da coloratissime felpe, quelle appena lavate stese tra gli ulivi, mentre un ragazzo si guarda esigente allo specchio per guidare il compagno che gli rasa i capelli sopra le orecchie.

sfumatura alta?…

Una sosta serena prima di affrontare un percorso che Cedric probabilmente li aiuterà a iniziare nonostante l’arresto, il processo, le multe (che per una “impresa” come la sua basterebbero e avanzerebbero per far chiudere baracca e burattini): “Io non chiedo i documenti alle persone che hanno bisogno di aiuto”- si è difeso in tribunale rifiutando altresì l’etichetta di eroe che i verdi, la sinistra (persino il PS che dice di aver votato in passato) hanno provato a cucirgli addosso. Una rivendicazione di normalità che assomiglia molto a quella di Domenico Lucano, l’”inventore” del progetto di accoglienza di Riace che li ha resi famoso in tutto il mondo ma che vivono quasi con fastidio ritenendo del tutto “normale” quel che fanno e semmai del tutto anormale (inaccettabile) quel che (non) fanno i governi e i governanti.

Enzo Barnabà intervistato da Guido Piccoli

Una storia che – purtroppo – si ripete e ancora una volta senza insegnare: ad accompagnarci da Cedric è stato  infatti Enzo Barnabà: che ha studiato lingua e letteratura francese a Napoli e a Montpellier e che oggi abita a Grimaldi, appena sopra Ventimiglia, dove ha fondato il Circolo “Pier Paolo Pasolini”. E che per Infinito edizioni ha da poco pubblicato il saggio “Morte agli Italiani! Il massacro di Aigues Mortes“che racconta l’eccidio misconosciuto dei “nostri” migranti accusati di “rubare il lavoro ai francesi” nelle saline della Camargue, avvenuto nel 1893! Un fatto di sangue rimasto sepolto sotto tonnellate di sale, quello stesso sale che rendeva prospere la “nostra” Repubblica degli Escarton o il sentiero che, proprio dalla Val Roya si dirama lungo il torrente Bendola in direzione dell’entroterra ligure e piemontese all’altezza di Saorge;

Saorge, vista dal Monastero

l’ incredibile anfiteatro di case a picco sulla valle. Di qui, dal vecchio monastero, si raggiunge – in venti minuti rigorosamente a piedi – la casa di Elisabetta: se possibile più realista del re, in materia di accoglienza: doppio passaporto – italiano e nordamericano, cittadina del mondo: ha abitato un po’ ovunque, da Milano agli States, a Gerusalemme e – tornata in Italia – a Sanremo dove aveva aperto una scuola di inglese, francese e italiano. Avventura chiusa per via della crisi economica ma risorta grazie alla rete che rende possibile dar lezioni via skype anche da una casa rurale ristrutturata con amore e duro lavoro dove oggi vive con il compagno londinese-docg e – al momento – una famiglia intera di rifugiati eritrei cui è stato offerto il loro letto matrimoniale per non “dividere la famiglia”; papà. mamma (incinta!), bimbo e zia. Qui la mimosa non è un rametto che appassisce in un vaso sul davanzale di una finestra, ma una pianta che da ombra al tavolo su cui mangiamo assieme pane, pizza fatta in casa (forno a legna nel cortiletto!) e pasta italiana con salse africane.

Elisabetta Wolf Pannelli Tapsell

Via skype chiamano due ragazzi che sono stati ospiti qualche mese fa e che “hanno investito” cinque anni della loro vita per  ricomprarsi quel futuro che qualcuno gli ha rubato. Oggi sono in Germania e forse ce la faranno. Elisabetta ci porta fino al limite della “sua proprietà” : poco più sotto (lungo la via del sale) si scorgono le case di una comune di ex-ragazzi parigini che hanno lasciato molti anni fa la capitale per l’estremo sudest della grande Francia. François,  “vicino di casa” ultraottantenne, ogni tanto ricorda il giovane fratello  sparito tra i boschi alla vigilia della “II Guerra” per sfuggire all’arruolamento coatto. Qui anche le storie tragiche hanno un profumo di libertà.

Incontreremo ancora, alla fine del viaggio, il prete–operaio (in pensione) di Tenda che anima l’associazione che aiuta Cedric a resistere e cerca di vincere egoismo e paure che sembrano chiudere l’orizzonte più delle montagne. Resiste con un pugno di volontari in questa valle dove con la neve sembra destinata a sparire anche quel po’ di effimera ricchezza portata dal turismo invernale

il prete-operaio di Tende

Ci racconta – piangendo – del dietrofront del suo vescovo spaventato da prefetto e politici in carriera che per battere Marine Le Pen non sanno fare meglio che copiarne ogni più squallido slogan razzista.

Breil sur Roya, Saorge, Tende, 9 marzo 2017 –  Claudio Giorno

Un dovuto e sentito ringraziamento a Guido Piccoli che mi ha permesso di accompagnarlo in questi straordinari incontri durante la registrazione di un audio-documentario per la radio della Svizzera italiana

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