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SI VIAGGIARE

agosto 7, 2016

Borgone è un piccolo paese che da che ci sono nato, a dispetto del nome, è ancorato a un’anagrafe che supera di poco le duemila anime… I più siamo arroccati sul piede della montagna che ci sovrasta ma che non è “nostra” perché i paesi che vi si erano insediati per cercare il sole e sfuggire l’acquitrinoso fondovalle sono diventati uno dopo l’altro borgate di Condove, che anche per questo è il comune più ricco di territorio montano nella nostra valle. A Borgone c’è qualche casa che potremmo generosamente definire “patrizia”. Palazzine edificate dai primi “impiegati” dei cotonifici che un industriale svizzero – Augusto Abegg – insediò nel fondovalle per sfruttare l’acqua della Dora Riparia, canalizzandola verso piccole ma monumentali centrali che – automatizzate – sono ancora oggi in funzione”. E’ dalle persiane socchiuse di una “palazzina signorile” di proprietà di un “assistente” del “CotonificioVallesusa”– (dagli anni sessanta sovrastata da uno dei tre “condomini” che da allora hanno irrimediabilmente compromesso le cartoline “panoramadi”) – che credo di aver sentito per la prima volta provenire una musica che non era mai “uscita” dalle “stazioni” della nostra radio (dove – bambino – ero solito rovistare per ore tra onde medie, lunghe e persino corte…radioTirana! Un altro mondo: chi l’avrebbe detto che la “cortina di ferro” stava appena al di la dell’Adriatico)…1433446808

Imparerò solo molti anni dopo, adolescente e grazie alla gratificante frequentazione di un ragazzo “più grande”, ma soprattutto più colto, che si trattava del Bolero di Ravel, il cui interminabile crescendo mi aveva tenuto incollato alle persiane socchiuse in una serata – che giurerei fosse d’agosto – per un tempo che mi era sembrato magico e infinito Ci sono passato avanti una di queste mattine, le persiane (anche quelle del piano alto) sono ormai chiuse da tempo: i vecchi riposano nel cimitero incuneato tra la ferrovia e la “statale”, figli e nipoti credo abitino a Torino.
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A Torino – per ascoltare “quella musica” come si deve – hanno ricostruito il Teatro Regio, andato completamente distrutto nel 1936: le cronache dell’epoca raccontano che “nella fredda notte fra l’8 e il 9 febbraio, mentre è in cartellone Liolà di Mulè, nei sotterranei del palcoscenico, costituiti da travi e impalcature in legno percorsi da miriadi di cavi elettrici, si sviluppa l’incendio che distrugge il Teatro, sorto quasi duecento anni prima. Il propagarsi del fuoco è «improvviso e violentissimo», cosicché le fiamme raggiungono ben presto anche la sala, nonostante l’immediato intervento dei Vigili del Fuoco e dei soldati del Genio Militare. Alle due di notte migliaia di torinesi accorrono in piazza Castello, impotenti davanti al rogo del “loro” Teatro”. Il teatro che già dopo una prima chiusura tra il 1901 e il 1905 ebbe la capienza complessiva portata a circa 3.000 posti di modo da “assumere una veste più “popolare”: non più ritrovo aristocratico ma specchio dei cambiamenti sociali avvenuti non solo in città” è stato completamente ricostruito dietro la sua facciata barocca in mattoni a vista, e il palco è stato inserito in un contenitore con le strutture portanti in calcestruzzo ma rivestite anch’esse con mattoni a vista, ma di colore molto più chiaro (per scelta dell’architetto e non solo perché molto più recenti).
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Più o meno lo stesso colore dell’enorme contenitore in cui sono stati spostati – qualche anno dopo – i tribunali precedentemente sparpagliati in edifici monumentali e in numerosi altri palazzi più anonimi perché recenti, mano a mano che si manifestava la necessità di nuove aule, di locali di servizio più adeguati e soprattutto di più capienti archivi, in un’epoca in cui l’informatica pareva lontana e inidonea a fornire le dovute garanzie. Ma il nuovo palagiustizia – realizzato in un’area prospiciente le “antiche carceri Nuove” doveva venire inaugurato tra le polemiche per la lamentata sproporzione tra l’ingombro urbano e la palese insufficienza degli interni. Meno scandalo parrebbe aver invece destato il fatto che l’impresa titolare dell’appalto-guida, fosse stata coinvolta, più o meno in quegli anni – febbraio 1994 – nello scandalo degli appalti pubblici siciliani gestiti “a mezzadria” tra mafia e politica: lo si può leggere non in un articolo di giornale, ma nella requisitoria dei Pm Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato nel processo per “mafia e appalti “ nella descrizione delle strategie adottate da Cosa Nostra per infiltrarsi e gestire il mondo degli affari…
Nessuno scandalo pare desti nella opinione pubblica benpensante veicolata dalle redazioni torinesi di stampa & repubblica, che dell’omicidio del magistrato cui il palazzo è stato intitolato – Bruno Caccia – ancora non siano stati cercati con il dovuto impegno i mandanti (oltre che i manovali esecutori) a oltre trent’anni dalla morte… Ad altro (e altri) pare essere rivolto “l’accanimento giudiziario subalpino”… ma forse è un problema di competenza territoriale a vincolare – in questo caso – l’obbligatorietà dell’azione penale.

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Alla obbligatorietà dell’azione penale è stato dedicato un documentario seguito da un dibattito in una calda serata di luglio 2016 svoltasi nella sala della Galleria d’Arte Moderna, nel cuore di quel “Sistematorino” come ebbe a  battezzarlo il giornalista e scrittore Maurizio Pagliassotti, (che la serata l’ha condotta), e che proprio negli anni tra l’edificazione del palazzaccio di via Falcone e Borsellino e le recentissime elezioni (che hanno visto la giovane Chiara Appendino sconfiggere il vecchio Piero Fassino) ha ininterrottamente governato la “Capitale delle Alpi” in simbiosi perfetta col “capitale subalpino”. Ve lo immaginate un sindacalista democristiano eletto sindaco di una delle quattro più importanti città italiane – (sponsorizzato candidato dall’allora presidente della Compagnia di San Paolo, il maggiore azionista della più importante banca italiana) – che a fine mandato ne viene nominato egli stesso presidente, carica che lascia per candidarsi a governare la Regione Piemonte senza nemmeno lasciar passare un anno (per la decenza, se non per ottemperare a qualche futile disposizione di qualche inutile authority?) No? Certo che no perché l’equilibrista istituzionale non è un democristiano, ma un comunista, anzi un “post-comunista”, ma rimasto stalinista come del resto chi gli è succeduto in “sala rossa” – perdendone le chiavi dopo soli cinque anni: Piero Fassino che una banca ebbe a chiedere se ce l’avevano fatta ad avercela “loro”, (grazie al compagno Consorte di Legacoop…). Ma anche in quel caso i magistrati col culto dell’obbligatorietà dell’azione penale non pare che abbiano portato a compimento una inchiesta sull’ incauta domanda, né sugli “aiutini” (e gli aiutanti) messi in campo e/o prestatisi all’impresa attraverso un percorso di “favori di scambio”; un processo in realtà si fece fino in fondo, e finì anche con una severa condanna: sulla liceità della divulgazione a mezzo di “Giornale” di famiglia che ne fece l’allora vicerè dell’italia mai repubblicana, certo Silvioberlusconi
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cesare-pavese
Stragi d’agosto. Non avesse deciso di lasciare Torino e i Torinesi (ma non solo) nel più torrido dei mesi – giorno 27, anno 1950 – (mese a cui aveva dedicato la raccolta “Feria d’agosto”), chissà se Cesare Pavese si sarebbe potuto e voluto occupare delle stragi che mezzo secolo dopo – nella volontà dei mandanti – dovevano riportare l’Italia sull’orlo di una “restaurazione” del fascismo, sta volta con l’approvazione politica di chi lo aveva sconfitto militarmente. Ma leggo su wikipedia che nei racconti eterogenei che la compongono “lo scrittore cerca di fare ritorno all’infanzia non per fuggire alla realtà in una ricerca idillica di un passato consolatorio, ma per “rintracciare nell’infanzia i segni dell’orrore adulto. Pavese, ritiene che dalle prime inconsapevoli esperienze derivi il nostro modo di essere futuro e la conoscenza del mondo” (così scrive nel suo diario il 10 febbraio 1942). Cosa che più che a cronache di guerra fredda mi rimanda all’atmosfera afosa del greto ghiaioso del Belbo infossato nel “mare delle Langhe”, l’odore del grano, il colore di “lampi gialli sul parabrezza”, e la malinconia di giornate al mare come – dopo di lui – (mi pare di poter dire) – sia stato capace di mettere in parole e musica il conterraneo Paolo Conte… Ma un’era geologica dopo, nell’Italia dei golpe mancati… Forse perché i colonnelli erano greci e gli eroi cileni. Ma soprattutto perché non ce n’era bisogno, non si poteva essere più di tanto filo-atlantici. Bastava ed avanzava una strage ogni tanto, meglio se di viaggiatori di treni delle vacanze, meglio se tra Firenze e Bologna, città che di rosso avrebbe avuto solo più il sangue.
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E agosto è anche il mese delle atomiche. Le prime due (e fin qui – fortunatamente – anche ultime), “sperimentate” su cittadini inermi e innocenti. Nessuno, settant’anni dopo, s’azzarda a fornire la “contabilità finale” di chi venne ucciso in un lampo e chi morì tra atroci sofferenze giorni, settimane, mesi o anni dopo il fall out, Tra Hiroshima e Nagasaki. Tutti gli anni ai primi del mese ri-esce sui giornali (e da che esistono invade i “social”) la testimonianza “inedita” e diretta dell’orrore, la storia di un rimorso insopprimibile, di un percorso di “ricerca di punizioni” sempre inadeguate: la storia di Claude Eatherly, l’unico della sua squadra a non trovare pace, a scrivere , a partecipare a iniziative pacifiste, rendendosi inviso alle autorità militari che, come tutte le autorità militari, desiderano fra le proprie fila meri e silenti esecutori di ordini. Il rimorso non si addice ai militari, né ai politici che spesso di tali ordini sono quantomeno formalmente responsabili, benché li pronuncino in nome del popolo e – da sempre – in nome e con la protezione di Dio, quale che sia, (spesso lo stesso, da sempre dilaniato dall’ appartenenza a “noi” come al “nemico”)

Obama con la sua corte a Hiroshima quest'anno (la "prima" di un presidente USA)

Obama con la sua corte a Hiroshima quest’anno (la “prima” di un presidente USA)

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Il rimorso non si addice neanche ai giudici, neppure quando si scopre che è stato condannato un innocente, magari alla penacapitale, come avviene (non così di rado) nella “nazione-guida” dell’allenzatlantica… Ne deriverebbe un vulnus irrimediabile per un rito che non a caso dev’essere celebrato con i paramenti e sui testi sacri. Un rito antico che per essere officiato ha bisogno della conoscenza del Diritto Romano, ma che nel frattempo – come capita agli anziani che ricordano perfettamente la loro infanzia, ma si perdono quel che han mangiato ieri, pare aver dimenticato il pur breve saggio scritto relativamente pochi anni fa da Cesare Beccarla: “Dei Delitti e delle Pene”. Come spiegarsi sennò che in tutto il globo – dal Brasile delle Olimpiadi all’Europa “che aveva abolito le frontiere” all’America del presidente Nobel-colorato, qualunque manifestazione turbi il “prescritto” & ordinato scorrere di giornate scandito delle quotazioni di borsa venga perseguita con fogli di via, misure cautelari e carcere preventivo, e – dove occorre – sparando i neri come neanche il ku klux klan o “consentendo” agli “squadroni della morte” di “far pulizia” facendo sparire anche i bambini se “irrimediabilmente persi per la società dei giusti”?

la foto delle Reuters che ha fatto il giro del mondo e che è destinata a restare il simbolo delle olimpiadi "disuguali" di Rio

la foto delle Reuters che ha fatto il giro del mondo e che è destinata a restare il simbolo delle olimpiadi “disuguali” di Rio

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Ci sono stati anche d’inverno accampati sugli scogli di Ventimiglia sferzati dalla tramontana. Molti di loro hanno attraversato il deserto libico, sono sopravvissuti al naufragio di un gommone lasciato alla deriva… Che d’agosto ci si possa anche buttare a mare per riuscire a raggiungere un lembo di terra francese dove trovare il modo di ricongiungersi a un parente o a un amico pare del tutto “normale”. Lo ha pubblicato “Lastampa” di Torino, (il paludato giornale passato dalla famiglia post reale sabauda a un freddo emigrante svizzero-canadese che l’ha da poco con-fusa con “il secolo” di Genova): ha pubblicato un video in cui i poliziotti che pattugliavano il lungomare si rivolgevano a quella umanità disperata con insulti e volgarità che non potevano restare incomprese essendo le prime parole che si imparano di una lingua straniera… E lo ha pubblicato (audio&video!) nonostante di prima mattina la gerarchia delle notizie imponesse di dar conto della morte per malore del sovrintendente di pubblicazicurezza impegnato a contrastare – assieme ai migranti – anche i “NO-Borders” italiani e francesi che cercavano di favorire i loro tentativi di sottrarsi al blocco…

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Se tutto fila liscio, dovrei riuscire a consegnare l’ultima parte dopo Ferragosto. In quel caso, uscirà per Einaudi il 31 ottobre, data in cui, ogni anno, il movimento No Tav ricorda la «Battaglia del Seghino» (2005)”. Roberto-WuMing1, al Festival dell’Alta Felicità di Venaus, domenica 24 luglio 2016, in una partecipatissima pre-presentazione della sua storia della nostra Lotta , ci ha fatto una promessa impegnativa! Da ferragosto all’ultimo d’ottobre c’è di mezzo la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma certe ottobrate (anche senza il fascino di quelle romane) ce le ricordiamo pure in valle e con ben più nostalgia che per la stagione estiva, spesso consumata tra afa e violenti nubifragi). Non fosse altro per l’esplosione di colori dei nostri boschi e per il profumo di vendemmia e l’aroma delle castagne messe ad arrostire sulla brace. E’ in questo clima e in questa cornice che si svolse la prima, inattesa e un po’ surreale “battaglia” tra i sindaci e cittadini e le forze dell’ordine chiamate a consentire lo svolgimento di sondaggi geognostici “per il Tav”. Proprio fra i boschi autunnali ai piedi del Rocciamelone tra le borgate di Mompantero, tra cui quella rimasta famosa è “il Seghino”: ore (dalle 5 del mattino alle 20 fredde e serali) di ruvido “contatto” e tese discussioni terminate all’imbrunire con la promessa – non mantenuta – che la notte non ci avrebbero riprovato per evitare il rischio di gravi incidenti tra strade sterrate, ponticelli senza protezioni, e scoscese scarpate. Fu forse quella “la fine dell’innocenza”, dopo la “tolleranza” dei tentativi estivi precedenti – Borgone e Bruzolo – dovuta più alla sorpresa e alla impreparazione ad affrontare la inattesa e grande partecipazione popolare che a una reale disponibilità al dialogo. Una innocenza che sarebbe stata giocata tutta e definitivamente in una notte di un rigido inverno tra il 5 e il 6 dicembre 2005. sulla ruota di Venaus, con lo sgombero violento del presidio.
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Ma allora non è vero che “non ci sono più le stagioni”. Sono rimescolate dal riscaldamento globale, che rende sempre più estreme le loro manifestazioni un tempo caratteristiche, ma ventisei anni – un quarto di secolo – di lotta No Tav sono state scandite dal succedersi dei mesi, dei loro colori, del clima (non solo atmosferico) in cui abbiamo dovuto imparare a difenderci dalle “intemperie“. Come ha sottolineato Roberto a Venaus (che ne ha felicemente tratto il titolo per il suo lavoro) “è stato un viaggio che non avevamo promesso breve”, e che oggi si può ragionevolmente ritenere tutt’altro che prossimo alla conclusione. La frase – tratta dal primo articolo dedicato al Tav pubblicato sul periodico militante Dialogo in Valle – la scrivemmo come “avviso ai naviganti” per chi si sarebbe messo in viaggio con noi verso una destinazione e una data di arrivo sconosciute: l’ennesima lotta per la salvaguardia territoriale e sociale di una colonia interna a Italia e Francia qual è da sempre – suo malgrado – la Valle di Susa salvo in alcune felici parentesi come probabilmente è stata quella della Repubblica degli Escartons di cui la “Libera Repubblica della Maddalena” avrebbe riproposto quantomeno lo spirito, la filosofia, molti secoli dopo. E “La meta è il viaggio” titolò felicemente Fulvia Masera il libro che racconta la marcia Venaus-Roma intrapresa l’anno dopo dopo “quel fine 2005”  per raccogliere le istanze territoriali lungo la penisola da consegnare a un governo che si rivelò sordo ma non ancora sprezzante, arrogante e violento (cattivo) come quelli che dovevano succedergli…E “si Viaggiare” resta uno dei brani più belli di un cantautore che quelli della mia generazione hanno amato moltissimo, (chiudendo anche più di un occhio sulle simpatie politiche che gli furono attribuite): Lucio Battisti.
Per me ne è valsa e ne vale la pena.
Borgone Susa, 7 agosto 2016 – Claudio Giorno

la riproduzione dell'articolo di Dialogo in Valle del 29 ottobre 1991 da cui inizia la " narrazione" di quella che doveva diventare la "lotta No Tav", "un viaggio che non vi promettiamo breve"

la riproduzione dell’articolo di Dialogo in Valle del 29 ottobre 1991 da cui inizia la ” narrazione” di quella che doveva diventare la “lotta No Tav”, “un viaggio che non vi promettiamo breve”

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One Comment
  1. paola.martignetti permalink

    E’ sconvolgente la foto dei Balzi Rossi…dai cui si tuffano i migranti sperando di aggirare le frontiere terrestri e raggiungere a nuoto la Francia. Se penso che proprio li dietro c’è il museo dei Balzi Rossi creato da sir Thomas Hambury nel 1898 per esporre i ritrovamenti delle omonime grotte, ancora oggi oggetto di ricerche. Si tratta di uno dei complessi più importanti del Paleolitico e fra i reperti…i resti degli uomini del Paleotico Superiore riferibili all’ennesima uscita dall’Africa. Da loro noi discendiamo…esattamente come gli Africani che si ritrovano oggi sugli stessi scogli!!!! Avendo attraversato lo stesso mare!!!!! Paola

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