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L’UMOR NERO-VERDE

gennaio 22, 2016

L’alfabeto del nostro scontento, letto, meditato e commentato dalla periferia inquieta del regno.

Ieri a Fahrenheit – trasmissione pomeridiana di RaiRadio3, Michele Ainis, professore ordinario di diritto pubblico presso l’Università di RomaIII, costituzionalista, editorialista e saggista, è stato intervistato da Loredana Lipperini sul suo ultimo libro – “l’umor nero” – che prova a indagare l’inquietudine del nostro tempo e la relazione tra la stessa e la selva oscura di leggi, circolari, regolamenti, “riforme” che la fabbrica della politica produce a ciclo continuo in clamorosa controtendenza – oggi – rispetto all’arretramento del PIL…

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“Se qualcuno riceve un privilegio qualcun altro riceve un torto, se una categoria conquista un diritto ce ne sarà un’altra che lo perde. Come nessun pasto è gratis, nessun diritto lo è altrettanto”. Che non significa che sia meglio la legge della giungla, “ma che la moltiplicazione di pretese di tutele da parte di corporazioni, gruppi di pressione, lobby, e non di una intera società non è necessariamente un vantaggio per la stessa”. Senza dimenticare che “per la conquista dei diritti fondamentali come quelli riassunti nella prima parte – i primi 54 articoli –  della nostra Costituzione abbiamo dovuto passare attraverso una guerra civile”! E allora, a costo di essere retorici, occorre sottolineare che “i diritti bisogna conoscerli, gli si deve voler bene e ogni generazione deve re-impadronirsene”. Ma è quando – concludendo la breve conversazione – parla dei “vuoti” (ma dei “pieni”) legislativi che la sua riflessione mi è sembrata particolarmente attuale, e – soprattutto – particolarmente stuzzicante per la nostra condizione di “cittadini sotto tutela”  (ma sotto una tutela che non solo non ci difende, ma tende conclamatamente all’oppressione): “troppo diritti = zero diritti” è la sua lapidaria affermazione: nel senso che “ciascun magistrato, o un poliziotto o un semplice funzionario amministrativo (un prefetto? NdR) deciderà lui quale tra le cento regole è quella che gli serve in quel momento e quindi si trasforma in legislatore, non in esecutore del diritto”…

Aggiungo subito che ovviamente quella che ho scritto non è – come ho provato a fare in qualcun’altra occasione – una sbobinatura letterale dell’intervista, né una recensione di un libro che mi sembra comunque valga assolutamente la pena di leggere (e meditare): e soprattutto che l’ultima considerazione è una forzatura, il che era implicito, ma che qui voglio onestamente dichiarare: non voglio arruolare il prof Aines alla “causa No Tav” (intesa ovviamente non nella sua origine di contrarietà all’ennesima grande opera calata su una valle alpina già affollata di infrastrutture, ma della possibilità di esercitare il diritto di opporsi a delle scelte dichiaratamente penalizzanti per il territorio e la salute di chi vi abita). Ammetto che mi piacerebbe molto lo facesse lui, visto che, tra l’altro,  si troverebbe in compagnia di autorevoli giuristi internazionali come i componenti del Tribunale Permanente dei Popoli; ma, ripeto, non è questo il punto; piuttosto quello se sia concesso accomunare una riflessione di carattere generale, alta, come quella del costituzionalista, alle sensazioni quotidiane trasmesse dalla solo apparentemente nuova  classe politica di governo o – nel caso nostro – dalla convivenza forzata con i terminali dello stato a livello locale: prefetti, commissari di governo, funzionari di PS, militari: Tantopiù che la conversazione – come il libro – termina con una affermazione che Ainis prende in prestito da uno dei più famosi letterati della sua regione di origine, Tomasi di Lampedusa: “perché se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Perché questa scelta, chiede la Lipperini: “ Perché – è la risposta – noi siamo immersi da anni e anni in un ciclo riformista, non c’è mai stato un governo, che io mi ricordi, che non si sia presentato con un grande programma di riforme;  riforme che alla prova dei fatti si rivelano apparenti quando non peggiorative: esempio l’Università; non c’è ministro che non si riproponga di cambiare il mondo, poi però chi ci abita, nel mondo, rimane disorientato. Quindi tutto rimane com’è, talvolta peggiora, mentre tutto cambia.

Borgone Susa, 22 gennaio 2016 – Claudio Giorno

Michele Ainis, L’umor nero, alfabeto del nostro scontento, Bompiani

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