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UN BUCO NELL’ACQUA

marzo 10, 2015

Da Re Mida a Mariovirano: quando trasformare in oro tutto quanto si tocca diventa una maledizione.

Non tutta l’expo verrà per nuocere? Non ho cambiato idea: l’Expomilano2015 è a tutti gli effetti una “Grande Opera”, vale a dire uno di quegli eventi-contenitore promossi sempre più di frequente da esclusivi club di influenti privati con l’obiettivo di drenare quanto più denaro pubblico possibile. … Club costituiti in lobby di fatto che il potere politico di turno annusa immediatamente grazie al fiuto servito a scalare il palazzo;  che poi, grazie alla protezione congiunta, diventano un formidabile collettore di tangenti gonfiando il “portafoglio ordini” delle imprese appaltatrici con qualunque iniziativa si riesca a “giustificare” come “necessaria ed urgente” allo scopo irrinunciabile di “ far funzionare la manifestazione”…

Che in realtà non sia così lo dimostrano le innumerevoli “incompiute” che la “cerimonia di chiusura” (o di inaugurazione, quando va proprio tutto bene) si lascia dietro: che si tratti di un tronco autostradale, di una olimpiade o di una città della salute; la cronaca (delle inchieste giudiziarie tardive per definizione, perché non si vogliono/possono celebrare processi alle intenzioni neanche quando queste sono manifestamente finalizzate a delinquere) ci informa quotidianamente di “quanti buoi sono scappati”; mentre propone ipocritamente la chiusura dei vecchi recinti guardandosi bene dal verificare i chiavistelli dei nuovi… Per non dire dei rari cantieri che si è riusciti (malamente) a terminare ma che, anche quando l’infrastruttura è destinata ai più condivisibili usi sociali, ma finisce solitamente in stato di totale abbandono rendendo la percezione dello spreco con una efficacia che neanche la più severa delle sentenze riesce a raggiungere!

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Ma sul Corriere della Sera di oggi  10 marzo 2015, a pochi e probabilmente insufficienti giorni dalla cerimonia di apertura della kermesse global-meneghina, Sara Gandolfi firma un articolo inquietante ma istruttivo che “giustifica” l’incipit della mia riflessione. Si tratta infatti di un quadro davvero impressionante dei conflitti sempre più cruenti generati dalla sete non di oro, ma di acqua: Ne rubo un paio di brani con lo scopo di invogliare a leggere l’intero – apprezzabile – lavoro della giornalista  http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_09/expo-inchiesta-guerra-acqua-f21b9c22-c66d-11e4-80fc-ae05ebe65fb1.shtml : “La prima – e secondo alcuni unica – vera guerra per l’acqua risale al 2500 avanti Cristo. Eannatum, re della città Stato di Lagash, in Mesopotamia, costruì una serie di canali irrigui che deviarono il corso del fiume e privarono delle risorse idriche la vicina Umma, non lontano dall’attuale Bagdad. Seguirono tre giorni di aspri combattimenti che terminarono con la vittoria di Lagash, celebrata dalla bellissima Stele degli avvoltoi oggi conservata al museo del Louvre di Parigi”. Ma poco dopo aggiunge quel che sta accadendo sotto i nostri occhi (assai distratti) e che rivela come le guerre in corso per l’acqua siano ormai più numerose e feroci di quelle per il petrolio:

 l’8 settembre scorso, il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’area intorno alla diga di Haditha, aiutato dai raid aerei statunitensi. I miliziani dell’Isis erano avanzati fino alle soglie del grande sbarramento sul fiume Eufrate, nella provincia di Anbar, a circa 200 chilometri dalla capitale. Se l’avessero conquistata, i jihadisti avrebbero avuto fra le mani una potentissima arma di guerra. L’acqua”. E aggiunge che “è il caso 343 sulla mappa cronologica dei Water Conflict, aggiornata costantemente dai ricercatori del Pacific Institute, in California.

L’articolo – altro motivo per andarselo a cercare – è arricchito dalle straordinarie – vorrei dire commoventi – fotografie di Kadir van Lohuizen «Emergenza acqua a Gaza»(*) http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/15_marzo_09/emergenza-acqua-gaza-fotografie-kadir-van-lohuizen-74123818-c672-11e4-80fc-ae05ebe65fb1.shtml : corredate da questo essenziale accenno al fotografo e alla sua agenzia che saranno quest’anno ospiti del Festival internazionale di fotografia di Reggio Emilia. “Il più grave problema della striscia di Gaza? L’Onu non ha dubbi, è la scarsità idrica. Il milione e mezzo di abitanti di questo lembo di terra potrebbe ritrovarsi senza acqua potabile entro il 2016. A meno che non si riesca a finanziare un impianto di dissalazione, che trasformi l’acqua da salata a dolce. 

Cosa aggiungere? Che l’affermazione iniziale (esplicitamente legata al “catenaccio” che ho scritto sotto il titolo) non è il tentativo “gratuito” di tirare in ballo TELT (come si chiama adesso LTF già Alpetunnel)…Né un pretesto per sfogare l’antipatia per il suo neo-direttoregenerale (che peraltro non fa nulla per rendersi simpatico)…Perché sono stati la stessa CommissioneUE e i governi interessati alla perforazione ad ogni costo della maggiore e più pregiata riserva d’acqua dolce del continente (quelli di Francia e ed Italia)  a rendere  “certificato” l’aspetto ambientalmente più demenziale dell’impresa del secolo: commissionando alla società di ingegneria COWI la validazione  del progetto (all’epoca intero) di nuovo collegamento ferroviario tra Lyon e Torino (che è ormai limitato al solo tunnel sotto le Alpi).

E’ stato citato tante volte ma secondo me mai abbastanza, né soprattutto messo in luce a fronte di uno scenario come quello descritto oggi sul Corsera, per cui gioverà copiare e incollare ancora una volta (né dovrà essere l’ultima) quel che segue: “LTF ha stimato che i due tunnel principali (il tunnel di base e il tunnel di Bussoleno, le discenderie, ecc. riceveranno un flusso cumulativo di acque sotterranee compreso tra 1951 e 3973 Litri al secondo nel caso stabilizzato. Ciò equivale alla portata compresa tra i 60 e i 125 milioni di Metricubi/anno, comparabile alla fornitura d’acqua di una città di circa 1 milione di abitanti”. E’ LTF (oggi TELT), vale a dire il “proponente” (la lobby, insomma) a dichiarare ciò che gli ingegneri “indipendenti” di COWI furono chiamati a validare nel “rapporto finale” del dicembre 2006! E questo significa che i decisori politici non possono non conoscere il costo dell’opera a questo punto non solo ambientale ma “strategico” (per usare la definizione a loro più cara); sono gli stessi politici professionisti che hanno deciso di fiondarsi – tra “missioni di pace” e interventi sempre più frequenti di “esportazione della democrazia” –  in molti dei  343 teatri di guerra “Water Conflict” censiti dal Pacific Institute di California. Conoscono quindi anche i costi delle guerre per l’acqua e dovrebbero quantomeno avere gli strumenti contabili per valutare se continuare a rendere imbevibile quella di casa nostra è una operazione sensata (a prescindere dalla valutazioni etiche che implicano le partecipazioni a guerre in violazioni sempre più spesso palesi delle rispettive carte costituzionali).

Borgone Susa, 10 marzo 2015 – Claudio Giorno

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(*) Il lavoro di Kadir van Lohuizen fotografa la situazione e rientra all’interno della mostra collettiva «Consequences&Solutions» dell’agenzia fotografica NOOR, che ha sede ad Amsterdam ed è composta da dodici fotografi di fama internazionale provenienti da nove differenti paesi nel mondo. Quest’anno il Festival, giunto alla sua decima edizione, ospita 16 mostre di fotografia e oltre 50 attività tra conferenze, incontri e corsi di formazione dedicati al tema «Effetto Terra». (©Kadir van Lohuizen/NOOR – Le fotografie fanno parte della mostra collettiva Consequences and Solutions al Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia dal 15 maggio al 26 luglio 2015 www.fotografiaeuropea.it).

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