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DISTANZE

ottobre 29, 2013

IERI si sono tenuti a Torino, in forma pubblica e solenne i funerali di Alberto Musy.

Ormai anche i necrologi si postano sui socialnetwork e – scritti col fai da te – sono più diretti e sinceri di quelli che leggevamo un tempo sulle dense e redditizie pagine dei quotidiani…

Ne ho letti alcuni di persone che non avrei immaginato potessero essergli stati così vicini. Io non lo conoscevo e quindi non posso neanche affermare che tutto mi divideva da lui. Posso però dire con onestà intellettuale che tutto mi divideva dalla sua “immagine pubblica”. L’immagine di giovane politico che tentava di svecchiare la grigia nomenklatura postsabauda. Il modo in cui è stata raccontata la sua breve parabola mi induceva francamente a temere che non rappresentasse davvero quel “rinnovamento” di cui tutti sentono il bisogno. Un cambiamento di attori che appena prende forma (e sempre di più attraverso la costruzione mediatica che cancella ogni residua traccia di umano) suscita diffidenza, spesso antipatia, in qualche  occasione addirittura angoscia. E qui più che al candidato sindaco centrista di Torino mi riferisco ovviamente  alle new –entry (per la verità gia un po’ stantìe) dei Renzi, degli Alfano o della sintesi perfetta delle larghintese così care al bi-presidente: la coppia da salotto televisivo permanente Boccia-Digirolamo…

Ma l’uomo Musy,  che “nessuno potrà più restituire alla sua bella famiglia” (come ha postato commosso Michele Curto su Facebook) era sicuramente un’altra cosa. Conoscendolo di persona (come Michele che ne è stato per sia pur poco tempo collega in Consiglio Comunale) ne avrei avuto un’altra e sicuramente migliore opinione (per quel che vale la mia di opinione). Lo certifica anche quel che scrive un altro consigliere di fede politica lontana dalla sua: Juri Bossuto che ricorda di averlo conosciuto studente (o ricercatore) ai tempi del movimento studentesco detto della “Pantera” e re-incontrato sui banchi del Municipio: “Era uno dei rari candidati con cui poter confrontarsi sulla base di elementi ed idee, senza preconcetti anzi con una grande disponibilità, come a quei tempi, alla comprensioni delle regioni altrui (compresa la questione Tav). Dopo quei confronti la sensazione che mi accompagnava era di speranza, ossia poter credere che ancora esistessero politici della vecchia scuola seppur portatori di proposte distanti (…) dalle mie.

Ma il personaggio Musy – il modo in cui fu “venduto” da La stampa di Torino durante la sua brillante e “moderna” campagna elettorale che lo opponeva al “vecchio Fassino” ha rivelato, secondo me, molti dei motivi reconditi per cui il dialogo è stato ormai seppellito da troppo tempo. Il dialogo politico ma anche quello tra città e territori, centro e periferie, di cui la vicenda Tav (ricordata da Bossuto) è secondo me paradigmatica, (come si dice con una brutta ma efficace espressione); perché promettendo di avvicinare ha paradossalmente aumentato le distanze!

Sono state soprattutto le prime reazioni all’attentato di cui è rimasto vittima ad aver reso  esplicito molto del “non detto metropolitano” verso il Movimento No Tav. In questi giorni, anzi nel giorno della morte – coincidenza inquietante (essendo il giovane legale rimasto in coma per diciannove mesi) – il suo presunto assassino (adesso lo si può definire tale) è stato chiamato a rispondere in tribunale.. Alberto Furchì, militante dello stesso partito della vittima, ma – è stato detto – invidioso del suo successo e rancoroso per non essere stato “aiutato” in alcune sue imprese spericolate gli avrebbe sparato, oltre un anno fa, dopo averlo seguito travisato con l’ormai celebre casco da motociclista  marchiato Acerbis  e con una camminata claudicante che non era riuscito a dissimulare (Un’andatura che al Politecnico di Torino si sono convinti riconduca a lui dopo aver esaminato con le più moderne tecnologie i filmati delle telecamere dislocate nel quadrilatero romano che è stato il teatro del delitto). Io non so se le “prove granitiche” che la Procura di Torino ha prodotto in una misura e qualità sufficienti per convincere i giudici della opportunità di tenere preventivamente in carcere l’imputato saranno sufficienti per la sua condanna. Lui – nel frattempo isolato da tutti, a quanto si legge, a cominciare dalla sua famiglia, si proclamava innocente ancora alla vigilia dell’udienza. Ma mi si chiederà dove stia il nesso con “noi” (sottointeso Movimento No Tav) a cui ho fatto si qui solo un accenno. Si tratta di una forzatura, confesso, ma meno singolare di quanto sin qui potrebbe anche legittimamente sembrare. Di una forzatura, ripeto, ma per niente strumentale. Perché in diciannove mesi tra Torino e la Valle di Susa è cambiato tutto, ma anche niente:

MusyPerino2 diciannove mesi fa lo stesso giornalista che La Stampa ha incaricato di seguire il processo Furchì pubblicava la notizia dell’attentato sulla home page del suo giornale corredandola con una foto del faccia a faccia che Albeto Musy aveva avuto con Alberto Perino a Chiomonte dove era venuto per una sortita mediaticamente molto efficace dalla cinta metropolitana della sua campagna elettorale che aveva nel Si al Tav uno dei punti di forza della sua comunicazione. Quale miglior movente doveva essere sembrato fin dall’inizio ai giornali la contrapposizione sul Tav servita su un piatto d’argento (quando la scoperta del probabile vero sicario e delle più plausibili motivazioni erano ancora molto lontane e per niente scontato che potessero un giorno emergere). E quale miglior sfondo fotografico delle bandiere No Tav che facevano da cornice ai due profili contrapposti (così vicini, così distanti) del cittadino contro il valligiano…Eppure uno dei motti che la “contaminazione” che il nostro movimento ha cercato molto più che subito è il “restiamo umani” di quel Vittorio Arrigoni anche lui vittima di un efferato delitto. Si tratta di un motto molto più importante e sentito di alcuni altri che proprio in questi giorni ci vengono rimproverati come fossero la certificazione di’omertà diffusa verso la violenza e i violenti… Sicuramente la pietre tirate (ma anche ricevute) in uno scontro manifesto sono pesanti. Ma può esserlo almeno altrettanto – io credo addirìittura di più – essere sbattuti in prima pagina sospettati se non dell’ omicidio a tradimento quantomeno di esserne capaci. Mi spiego attraverso una esperienza personale: qualche tempo dopo l’attentato – era verso Pasqua del  2012, ancora parecchio tempo prima dell’arresto di quello che è oggi il presunto killer – fui avvicinato nella centralissima piazza Castello di Torino da un importante commercialista della aristocrazia subalpina che avevo conosciuto perché revisore dei conti della società per cui lavoravo. Mi disse che suo figlio – giovane amministrativista in carriera – aveva lavorato nello studio legale di Musy. Io ero li perché digiunavo nell’ambito dell’appello “ASCOLTATELI” che il centro per la pace Domenico Sereno Regis aveva lanciato con l’idea di premere sul “governo dei professori” allora in carica perchè accettasse un qualsiasi confronto almeno con quei docenti e ricercatori (“colleghi”) che avevano prodotto l’ennesimo dossier approfondito e argomentato contro l’opportunità di intestardirsi nel voler mandare avanti il progetto Tav. Attorno alla tenda poche bandiere No Tav, (con disappunto di molti miltanti-digiunanti). Molte di più quelle della pace ed anche qualche richiamo religioso ma in chiave ecumenica. Ma il mio interlocutore nonostante quel contesto e la pregressa conoscenza reciproca mi disse a bruciapelo che temeva che l’attentato fosse potuto maturare nel “nostro ambiente”. E mi chiese anche se io non ero preoccupato. Non riuscii a spiegargli che lo ero eccome, ma del fatto che una persona così “per bene” potesse pensare “così male” di noi!  Avrei dovuto essergli grato se non altro per la schiettezza, ma un  po’ per volta prese il sopravvento un astio – inutile negarlo – verso la Torino da assaporare, se non da bere, che ballando sui pachi delle olimpiadi aveva finito per affamare per sempre quelli che stavano sotto a guardare, rendendoli oltre che i più indebitati, anche tra i cittadini più poveri d’Italia. Cosa voglio dire: che se c’è una cosa che non può essere rimproverata ai valsusini (alla maggioranza dei valsusini che se non si riconosce nel movimento No Tav certamente simpatizza in più modi tutti certificabili) è di essersi rinchiusi in difesa della propria terra. La terra a cui ci riferiamo nei nostri striscioni non coincide con gli angusti confini che vanno dalla chiuse longobarde al massiccio d’Ambin. La nostra terra è diventato sinonimo di comunità, ma di comunità di ideali, di aspirazioni, perché no di condivisione se non di stili di vita di voglia di orizzonti tutt’altro che ristretti, come le affinità consolidate ma crescenti che si sono create con persone come Erri De Luca testimonia. Questa è la nostra “crescita” che ci piacerebbe opporre almeno in termini di liceità di dibattito politico a quella del vecchio (e non mi riferisco all’età) presidente-bis. Ma non mi sogno di negare che il rischio di chiudersi sia in agguato. Tantopiù che è esattamente quello che gli avversari perseguono e in modo quantomai subdolo. Anche per questo non possiamo permetterci di perdere. Così come il pericolo di smarrire l’imperativo categorico del restare umani – denunciato anche dai limiti e dalle inevitabili contraddizioni di queste mie righe – è sempre in agguato: ma se per noi è un rischio, per chi  ci ha gia condannato a metà dell’istruttoria e ben prima dei tre gradi di giudizio è già una triste condizione in essere.

Borgone Susa, 29 ottobre 2013 – Claudio Giorno

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2 commenti
  1. massimo numa permalink

    egr. sig giornoclaudio
    1- sono il giornalista de La Stampa che segue da sempre il caso Musy
    2 – quella mattina ero in via Barbaroux e la foto che comparve sull’edizione on-line non fu selezionata da me (nè mi compete questa funzione) e fu io che la feci togliere, poichè – appunto – poteva ingenerare equivoci.
    Continui pure nella sua campagna d’odio ma almeno si attenga ai fatti.
    mn

  2. egr. sig massimo numa, prendo atto del suo dissociarsi dalla scelta (redazionale?) della foto di repertorio del confronto Musy-Perino con bandiere No Tav sullo sfondo con cui fu in un primo momento illustrato il pezzo relativo al suo sopralluogo sul posto dell’attentato al compianto Alberto Musy oltre diciannove mesi fa. Apprezzo (per quanto possa valere per lei un mio apprezzamento) quel che aggiunge e cioè che lei chiese di toglierla dopo averne presa visione: tanto più che nelle successive edizioni on line del suo giornale tale immagine fu effettivamente sostituita (Ma credo di poter affermare che avvenne anche a seguito delle telefonate indignate di molti cittadini e di qualche legale). Mi rammarico che consideri “una campagna d’odio” le mie riflessioni (o solo alcune di esse, voglio sperare)…Si tratta, come chiunque può constatare, di pensieri in libertà pubblicati su un blog frequentato da pochi intimi (oltre che da lei e – suppongo – qualche questurino insonne sottratto alla caccia ai veri malviventi). Pensieri scritti che peraltro pubblico con cadenze abbastanza contenute rispetto alle vostre campagne di stampa che sono ovviamente quotidiane (e in certe occasioni come quella in questione possono assumere un carattere orario e martellante data la risonanze di certi drammatici eventi). Queste si, possono – come “nel caso di specie” – condurre all’odio del diverso, di chi rifiuta comode omologazioni. di chi dedica la sua vita a lottare contro ingiustizie (non illegalità che sono altra cosa) e disuguaglianze sempre meno tollerabili, quelle si incubatrici di odio che potrebbe esplodere in qualunque momento e con conseguenze difficilmente immaginabili persino per chi come lei – per mestiere – è costretto a occuparsi frequentemente di veri delitti con vero scorrimento di sangue. Mi riferisco soprattutto ad Alberto Perino la cui amicizia mi onora da 50 (cinquanta) anni – mezzo secolo – e che nessuno potrà mai “risarcire” per l’accostamento (maldestro o voluto?) facilmente scaricabile su qualche precario della redazione on line ma la cui responsabilità morale non può che riguardare il direttore del giornale. Come lei certamente sa le minacce che riceve Perino ormai da anni non si contano più e sono arrivate sino all’avvelenamento del suo cane con una modalità che ricorda i peggiori e più efferati avvertimenti mafiosi. Se qualcuno dei suoi colleghi si è sentito libero di accostare l’immagine di un conclamato militante nonviolento a un attentato vile e omicida un motivo ci sarà. E soprattutto ci sono delle responsabilità morali ed anche deontologiche. Per cui nel rinnovarle l’apprezzamento per la sua presa di distanza mi permetto di invitare lei e i suoi colleghi a non cader più (magari inconsapevolmente come può essere capitato a me visto il modo in cui lei mi ha letto nel passaggio che mi ha segnalato) a tenere una condotta più equilibrata nei confronti di una persona le cui idee (e le modalità con cui le difende) possono essere oggetto di critica ma la cui storia personale è talmente consolidata e pubblica da autorizzare a considerare una istigazione al linciaggio (e non solo morale) quel che è successo in quella disgraziata occasione sul suo giornale.
    Borgone Susa, 15 novembre 2013 – claudiogiorno

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