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IL TESTAMENTO DELLE VITTIME DEL VAJONT

ottobre 14, 2013

Il cinquantesimo – qualche giorno fa – dell’eccidio del Vajont è servito a riportare sul tema della difesa del territorio il dibattito avvilito e avvilente che i giornali e le televisioni concentrano morbosamente sul gossip di palazzo. E rispetto alle miserabili cronache dell’oggi – già logore dopo poche ore dal ”lancio d’agenzia” – danno un brivido le parole dell’arringa che Sandro Canestrini (l’avvocato delle vittime del profitto ad ogni costo) pronunciò a L’Aquila il 23 settembre 1968. Il capoluogo abruzzese era stato scelto per celebrarvi il processo perché i ricchi e illustri imputati non fossero messi a disagio da una eccessiva vicinanza al luogo della “strage degli innocenti”. E i pochi superstiti di Erto, Casso e Longarone vi erano stati deportati in corriera per potervi assistere e testimoniare. Un percorso lungo e doloroso oltre la notte dell’apocalisse, dopo le umiliazioni delle sentenze ingiuste rovesciate con dignità, coraggio e tenacia da chi non ha mai smesso di lottare…Siamo tutti colpevoli e tutti debitori verso chi perse la vita e verso chi perse anche “solo” tutte le sue povere cose nella notte del 9 ottobre 1963. Se, nonostante tutto, è stato possibile almeno appellarsi al principio di precauzione nelle contro-deduzioni di innumerevoli follie progettuali successive, lo si deve a loro. Probabilmente si deve in larga parte a loro anche il fatto che il giornalismo di inchiesta ha avuto riconosciuto, nell’Italia arretrata di quegli anni, quel ruolo sociale che oggi i cronisti precari e le firme mercenarie stanno smarrendo: è grazie a Tina Merlin se si riconoscono a prima vista i subdoli tentativi (quantomai attuali) di bollare (e intimidire) con l’accusa di “procurato allarme” coloro che denunciano con particolare ostinazione i rischi connessi al conseguimento di profitti illeciti e non dichiarati (al posto degli obiettivi propagandati). Così come se uno dei primi magistrati

l'avvocato Sandro Canestrini

l’avvocato Sandro Canestrini

disposti a vendersi una sentenza è stato denunciato all’opinione pubblica lo si deve all’inarrivabile etica umana e professionale di Canestrini (che col collega Tosi) patrocinò gratuitamente i superstiti difendendoli anche dalle calunnie dei carnefici dei loro cari che sostenevano che mirassero solo a risarcimenti milionari…Una arringa memorabile, uno straordinario atto di civiltà fin dall’esordio: “Non posso salutare questo Tribunale perchè non è quello giusto” furono le sue prime parole. E, intervistato per l’ennesima volta, qualche anno fa, ricorda: “Quando il Presidente della Corte mi chiese quanto intendevo parlare, gli risposi “due giorni”. Lui aprì il giornale e si mise leggere, io dissi “faccia come crede, chiedo solo di non essere interrotto” – Un confronto che si apriva senza sconti e che non poteva essere destinato a un risultato di parità: qualcuno doveva uscirne sconfitto e così fu. E per una volta fu l’arroganza del potere ad avere la peggio. In un recente convegno “Vajont genocidio dei poveri” (svoltosi nel 2011 a Belluno) è stato evidenziata la mole di lavoro svolta e l’attualità della lezione che ne è derivata. Se ne trova un efficace resoconto sul “Corriere delle Alpi”: «Gli avvocati di parte civile si divisero i compiti; Tosi era il più giovane, e dedicò due anni a studiare le perizie riuscendo a renderle comprensibili a chiunque. Canestrini si occupò della responsabilità dei singoli imputati. Un grido che chiedeva giustizia, anche per l’intera nazione schiacciata dagli interessi privati. Leggendo le arringhe di allora pare che il tempo si sia fermato, perché «la storia del Vajont continua a ripetersi sotto altri cieli». L’avverbio “impercettibilmente” entra di diritto nella storia: «Una montagna che si spostò di 4 metri in tre anni, e che Tina Merlin denunciò nei suoi articoli su L’Unità, per i quali venne processata ma assolta, diventa uno spostamento “impercettibile in una relazione parlamentare »! Dalla lettura emerge anche un particolare raccapricciante: «Nel primo processo celebrato a Padova venne arrestato il geometra Rizzato perché sottrasse la relazione del prof. Ghetti per far conoscere la verità. Avrebbe meritato un premio». Cosa avrebbero dovuto fare – in proporzione – all’ingegner Carlo Semenza, responsabile della Sade (al società idroelettrica che gestiva la diga) «perché quando vide piegarsi gli alberi sul monte Toc aveva ancora 10 ore per dare l’ordine di evacuazione. Non lo fece, e si affidò alla provvidenza». Per un momento Canestrini (che nel 2011 era sulla soglia dei novant’anni!) deve essere sembrato ai presenti come se avesse rivestito la toga, quasi a voler aggiungere una appendice alla sua arringa di oltre quarant’anni prima: «La tecnica pura non esiste, è al servizio degli interessi. Guardatevi dai giudizi tecnici troppo sensibili ai quattrini. E dalle brave persone, sempre d’accordo con i potenti. Come Montanelli, che scrisse delle pagine orrende sul Vajont. Le brave persone, invece, sono quelle che si battono per la verità».
Borgone Susa, 14 ottobre 2013 – Claudio Giorno

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