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TOUR-DE-FRANCE

luglio 6, 2013

Non credo che quel che mi passa per la testa di provare a scrivere possa rivelarsi una riflessione particolarmente originale. Qualcuno, anzi, la potrà legittimamente ritenere abbastanza approssimativa (non possedendo io una adeguata “cultura classica” e men che meno una competenza medico-sportiva). Ma mi è capitato – in questi pomeriggi finalmente estivi – di “zappingare” col telecomando su uno dei canali di Raisport reso disponibile dal decoder, quello che riversa nell’etere italico le riprese della Grande Boucle provenienti d’oltralpe… Si potrebbero trascorrere ore a seguire le immagini sempre uguali, sempre diverse – coloratissime – di ciclisti e paesaggio, di strade e canali navigabili che si alternano e si confondono tra le colline della Dolcefrancia, di pianure coltivate che il ritmo della corsa fa sembrare infinite, di villaggi raccolti attorno alla Marie, l’Eglise e l’Ecole che – visti in bianco e nero – sono rimasti tali e quali a quelli che – nei cinegiornali dell’Istituto Luce – facevano da sfondo alle leggendarie imprese di Coppi&Bartali, “coi francesi che si incazzano tra i giornali che svolazzano”, come li canta Paolo Conte. 2012_tour_de_france_stage6_cycling_landscapes1Si potrebbe, non avendo niente da fare, mettere a confronto i filmati di allora e i video di oggi: il sapiente mixaggio tra le riprese ad altezza di pedali provenienti dalle moto al seguito e quelle a fil di terreno di un elicottero che si alza repentinamente per restituire una panoramica suggestiva di centocinquanta ragazzi che formano una variopinta e velocissima fila indiana sul saliscendi delle strade più belle del mondo che seguono le curve di livello del terreno invece che tagliarle senza il minimo rispetto per il paesaggio e l’equilibrio idrogeologico. Riprese la cui colonna sonora potrebbe limitarsi al fruscio del vento tagliato dalle tute aderenti – sempre più una seconda pelle – fornite agli atleti dagli “sponsor tecnici”, risultando il chiacchiericcio monotono dei telecronisti, inevitabilmente ripetitivo, spesso superfluo, qualche volta inutile e scadente. E mai all’altezza del racconto che quelli della mia età ricordano abbastanza bene e che ne veniva fatto essenzialmente dalla radio, quando la TV – per i limiti tecnologici dell’epoca – doveva limitarsi alla postazioni fisse dall’arrivo o sui colli mitici di Alpi e Pirenei per le imprese legate al “Gran Premio della Montagna”. E’ proprio qui, all’inutilità del racconto, che volevo arrivare con la mia riflessione estiva: reso tale da immagini sempre più raffinate, ma invasive, tecnicamente perfette, ma “autosufficienti”, di telecamere sempre accese-h24, prima, durante e dopo lo svolgimento della “tappa”. Chi ha la mia età si sente forse orfano della “radiocronaca” che (come del resto quelle delle partite di calcio), avevamo “in memoria” prima ancora dell’invenzione stessa della radio perché proveniva dalla tradizione del racconto epico: con le “pagine sportive” dei primi quotidiani a far da tramite con l’Iliade quasi a certificare l’accelerazione che fa dire ad alcuni che ci siano stati più cambiamenti – (più separazione) – negli ultimi venticinque anni che nei duemilacinquecento precedenti. Del resto come “giustificare” i tanti scrittori prestati alle cronache sportive? I libri di letteratura (ma di filosofia come due usciti proprio in questi giorni) dedicati al calcio e/o al ciclismo (vale a dire alle due discipline più “popolari”)? Perché –nel calcio, ma ancor più nel ciclismo, è fin troppo facilmente rintracciabile la metafora della vita e della morte, quindi della guerra che – in una Europa finalmente pacificata dopo due guerre mondiali – aveva bisogno di surrogati. Perché chiunque sia andato almeno una volta sul ciglio di una strada asfaltata vivendo il disagio del riverbero del sole di giugno in Italia o di luglio in Francia ha imparato sin da bambino che ci vogliono tre ore di sfiancante attesa per assistere a tre minuti di passaggio velocissimo di campioni spesso irriconoscibili (tranne quello che indossa la maglia – rosa o gialla – del primato in classifica). E un’ora ancora per potersi muovere dopo il transito del furgone (con la scopa) che chiude “la carovana” …Gia la carovana: quante persone possiamo contare per ogni atleta? Dieci, cento, forse mille mettendoci anche quelli che stanno nelle redazioni a impaginare il pezzo o nelle tipografie a provvedere alla distribuzione? Tutti gli “addetti all’epica moderna” che ha tirato su reddito per un decennio dalla costruzione consapevole di un mito contemporaneo: l’ultimo, quello del texano dagli occhi di ghiaccio, non a caso (forse) di nazionalità nordamericana, (cioè la potenza militare d’oggi i cui Dei abitano i grattacieli di Wall Street invece che la vetta del Monte Olimpo). Una religione più dispotica di qualunque fondamentalismo islamico, perché fondata su un unico comandamento, quello dell’ipocrisia, che ha scelto il centesimo anniversario del Tour per scaraventare negli inferi del doping una persona di cui tutti sapevano tutto fin dall’inizio e che – tra l’altro – all’assunzione di micidiali cocktail di farmaci doveva la sua stessa vita essendo riuscito a sconfiggere il cancro solo grazie a terapie sicuramente più pesanti di qualunque pratica dopante…Ma non vorrei che una affermazione così imprudente mi iscrivesse d’ufficio ai fan delle associazioni di culturisti che propongono una farmacia in ogni palestra. Sto solo e in modo dichiaratamente provocatorio affermando che lo sport finanziario del XXI secolo, i cui atleti indossano il body dello sponsor in luogo della biancheria intima, sa benissimo che la demolizione di un idolo – al pari del crollo del colosso di Rodi – potrà privare lui (e soprattutto lui) di qualche marginale ritorno futuro ricavabile dalla gestione di immagine di ex campione, ma i fatturati della gestione decennale della gallina dalle uova d’oro “da parte loro” stanno al sicuro in cassaforte (o tuttalpiù sono reinvestiti nell’eroe del giorno da esaltare al di la di ogni legittimo sospetto in attesa del preventivato avvicendamento). Ma non mi illudo certo che le raffinate immagini da cui sono partito – che ormai semplificano e surrogano il bisogno di epica residua su cui ancora campano i quotidiani sportivi (gli unici peraltro che sembrano in grado di sopravvivere alla morte annunciata della carta stampata) – aiutino i professionisti dello sport a liberarsi – col doping – dei parassiti che li circondano: più facile che – come largamente accade – aumenti la pattuglia dei Signor Rossi che salgono il Moncenisio e L’Iseran – la domenica – con al seguito un furgone da fare invidia a Big-pharma… Susa, 6 luglio 2013 – Claudio Giorno

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