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FESTA DI SAN GIOVANNI

giugno 24, 2013

Oggi Torino festeggia San Giovanni. Una circostanza particolarmente fortunata perché capita di lunedì:  il “ponte” inondato dal sole dopo la primavera negata deve aver spinto molti cittadini “fuori porta” (ma non troppo…per non finire fuori-budget). Ma quanti sono i torinesi che sanno che il 26 di giugno – (e saranno trent’anni giusti in questo 2013) – fu ucciso Bruno Caccia, il Procuratore capo del tribunale subalpino? Quanti ne ricordano almeno il nome? Se la primacapitale avesse una memoria, se i suoi abitanti fossero consapevoli dei loro “eroi borghesi” di quegli uomini che hanno dato la vita per coerenza estrema col proprio senso civico ci si dovrebbe – tre sere dopo i fuochi che si specchiano nel Po e l’allegria contagiosa di una nottebianca – raccogliere in una veglia di segno opposto, ma di ben più grande suggestione. Se poi i cittadini (perché no) di tutta la provincia sapessero almeno quel poco che è dato di sapere su mandanti ed esecutori di quell’omicidio forse si liberebbero una volta per tutte di quella sorta di “razzismo perbene” che fa ritenere a buona parte di loro che la mafia sia una questione meridionale5ca35185-c8a6-47bf-add7-49e1d9e25331_largePerché la sera del 26 giugno 1983, in via Sommacampagna, una delle vie da cui si sale verso la collina delle dimore che “piacciono alla gente che piace”, due sicari seduti in una “Fiat128” attesero il Giudice e gli spararono diciassette colpi di pistola per essere sicuri di lasciarlo morto sul selciato. Come in una delle tante “esecuzioni” decise e compiute a Palermo, a Caltanisetta, a Reggio Calabria o nei “quartieri spagnoli” di Napoli. E contro un magistrato della stessa tempra e prestigio di Borsellino e Falcone. (Non a caso l’ingresso del Palazzo di Giustizia a lui intitolato si affaccia su una via il cui nome originario è stato cambiato in onore dei due straordinari colleghi siciliani). Ma anche se quest’anno non ci si limiterà alla commemorazione di routine degli addetti ai lavori ma sarà ricordato anche presso “Libera” oltre che in Procura, tutto rischia di avvenire anche ‘sta volta in una Torino distratta e un po’ smarrita (alla ricerca di quel lavoro che non trova più). Eppure al di la della ricorrenza del trentennale ci sarebbe un motivo in più per intervenire in tanti: (oltre che per stringersi attorno ai familiari per mostrare riconoscenza verso il loro caro che – nonostante gli affetti – non si sottrasse al rischio). Bisognerebbe infatti chiedere con forza che la svolta nelle indagini che dopo tanto tempo sembra finalmente affacciarsi venga perseguita senza indugi e – soprattutto – senza guardare in faccia nessuno. Gli “stracci” infatti in questa vicenda sono volati da tempo: il clan ‘ndranghetista dei Belfiore è uscito a pezzi dai processi celebrati negli anni successivi all’omicidio. Ma sarebbe un bel segnale, e soprattutto un momento di grande significato simbolico se – mentre i giudici di Palermo sono sotto attacco per la tenacia e il coraggio con cui tentano di fare luce sul torbido “patto stato-mafia” i cittadini premessero virtuosamente ma con tutta la determinazione che occorre per incoraggiare la riapertura dell’ inchiesta che proprio il processo sulla immonda trattativa ha fatto emergere. Su “La Stampa” e soprattutto su “Il Fatto” sono uscite in questi giorni notizie inedite di indizi inquietanti emersi proprio negli approfondimenti di indagine legati alle “losche intese” tra mafie & stato con l’immancabile contorno di “servizi deviati”: in particolare un magistrato indagato a Reggio Calabria che (in una intercettazione) racconta a un giornalista di una perquisizione effettuata nel 2009 a casa del presunto capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Me): l’avvocato Rosario Pio Cattafi nella cui abitazione venne ritrovata la falsa rivendicazione delle Brigate rosse sull’uccisione del Procuratore Caccia. Ma documento e verbale di perquisizione non compaiono nel fascicolo processuale. Che fine hanno fatto? E qual è stato il ruolo di Cattafi nelle indagini? Quando Caccia viene ucciso la piazza torinese è contesa tra clan catanesi e calabresi e sono proprio i siciliani a collaborare con i magistrati per addossare al boss calabrese Domenico Belfiore la responsabilità unica dell’omicidio. E Cattafi, oggi al 41bis e testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia, è ritenuto l’anello di congiunzione tra mafia catanese e servizi segreti deviati (e da questi tenuto al riparo dalle indagini grazie a coperture istituzionali che sono arrivate sino a una vera e propria tutela degli interessi nel riciclaggio del denaro sporco).
Ora se poche ore dopo che il Tribunale di Milano ha mostrato di non temere i colpi di coda di quello che per oltre vent’anni è stato l’uomo più potente d’Italia, anche quello di Torino desse un segnale forte, forse oltre a fare giustizia servirebbe anche a far capire ai Torinesi che dalla mafia non si è immuni, ma – prendendo esempio dai palermitani – ci si può immunizzare. Ma facendo ognuno la sua parte, senza supponenze o defezioni.
Borgone Susa (TO), 24 giugno 2013 (S.Giovanni Battista) – Claudio Giorno

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