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CEMENTO DISARMATO?

dicembre 17, 2012

Qualche giorno fa il Ministroclini deve aver improvvisamente riacquistato la memoria. Si deve essere ricordato – tutto di un colpo – di aver giurato nelle mani del Capodellostato come titolare del dicastero dell’ambiente (e non di quello dello sviluppo economico). Ma anche di esserne stato, in una vita precedente, il direttore generale. Tuttavia non volendo alienarsi le simpatie dei suoi più accaniti fan (l’associazione degli industriali), ha ritenuto utile e opportuno conciliare territorio, ambiente e impresa in nome del PIL, del fatturato e dello spirito…santissimo (che come è noto ai cultori del catechismo ecumenico della lobby del tondino e del cemento è particolarmente venerato dalla congregazione del movimento-terra). E con lo scopo dichiarato di trovare una terza via per la crescita, tale da soddisfare sia l’inquilino del Quirinale che i proprietari di Viale dell’Astronomia si è quindi fatto promotore di un piano di messa in sicurezza del territorio. Per una strana coincidenza negli stessi giorni L’editoriale L’Espresso–La Repubblica ha pubblicato un dossier esclusivo da cui mi permetto di rubare (a fin di bene) la carta della fragilità del belpaese, e – in particolare – il dato raccapricciante che pone il Piemonte finalmente in testa a una classifica: ma alla poco invidiabile graduatoria della regione col più alto numero di situazioni censite di rischio idrogeologico e – anche – del più vasto numero di ettari ad alto e garantito tasso di dissesto!

da Dossier L'Espresso "il paese che frana" del 12 dicembre 2012

da Dossier L’Espresso “il paese che frana” del 12 dicembre 2012

La regione amministrata nell’ultimo quarto di secolo dal democristiano Brizio, quindi dal conservatore Ghigo, poi dalla progressista Bresso, per finire nelle mani dell’autonomista Cota avendo nel frattempo subito – nell’ottobre del 2000 – la più devastante e luttuosa delle alluvioni, non si è giovata evidentemente neanche un po’ dell’alternanza di potere che le è toccata in sorte e mentre ha decretato la fine bypartisan delle comunità montane si è rassegnata mestamente a veder franare vette e colline e alla inondazione periodica di fondovalli e pianure! Eppure dal primo governatore che tenne a battesimo il comitatopromotore all’ultimo, che regge il moccolo di cavatori padani e carpentieri di altre e più assortite latitudini, è stato ed è uno solo l’obiettivo cui sono stati dedicati tutti gli sforzi e le speranze di futuro: la costruzione di una nuova ferrovia tra Torino e Lione…(Prima veloce, poi capace, fino ad oggi quando ci accontentiamo anche solo di un buco con niente attorno…)! Mentre non pare essere mai stata all’orizzonte l’unica Grande Opera che una regione ridotta a un colabrodo dovrebbe chiedere allo stato centrale di finanziare: la manutenzione urgente e indifferibile del territorio. Ogni tanto mi sembra di dover giustificare il mio non darmi pace per tanta ottusità manifesta. Per una ostinazione che non solo non è rivolta verso la messa in sicurezza di un territorio che pure è il più fragile della nazione, ma presuppone di aggiungere un ulteriore e insostenibile carico di milioni e milioni di metri cubi di calcestruzzo e la conseguente impermeabilizzazione irresponsabile di centinaia di migliaia di ettari di territorio. E che naturalmente determina la contemporanea e irreversibile sottrazione di terra all’uso agricolo. Una pervicacia che non si spiega se non attraverso la pigrizia nel voler conservare, con un modello di sviluppo rivolto al passato, anche le modalità collaudate di finanziamento dei partiti e – soprattutto . della relativa nomenklatura. Un intreccio che – e forse per questo non riesco a rassegnarmici – conosco bene per via di quella che è stata la mia professione per oltre trentacinque anni. Ho infatti vissuto oltre metà della mia vita nel mondo delle Grandi Opere. E ho anche (nel mio piccolo) tentato di denunciarne le zone d’ombra tant’é che sono anche stato ascoltato qualche volta dai magistrati come “persona informata dei fatti” (in merito ad alcune delle innumerevoli inchieste che da sempre accompagnano l’apertura di grandi e piccoli cantieri). Ma ho anche potuto vedere all’opera e documentare la potenza straordinaria di quelle macchine da guerra che sono le grandi imprese delle costruzioni. La competenza delle maestranze, lo spirito di sacrificio che si manifestava nella capacità di adattarsi alle più proibitive condizioni di lavoro (spesso al limite dell’eroismo). Quando – proprio dopo le alluvioni (molto spesso autunnali) occorreva provvedere a ripristini “urgenti e indifferibili” che portavano a dover lavorare in pieno inverno per terminare la ricostruzione di un ponte crollato, riaprendolo al traffico la vigilia di Natale o “festeggiare” il capodanno in una galleria per evitarne il crollo perché una imprevista e devastante venuta d’acqua non aveva…tenuto conto del calendario! Confesso che in quelle occasioni la mia militanza ambientalista mi procurava un po’ di disagio verso colleghi di cui non condividevo l’inebriarsi per l’odore del bitume, ma di cui ammiravo la grande competenza professionale. O nei confronti di progettisti di cui sospettavo la “disinvoltura contabile”, ma a cui riconoscevo la capacità di affrontare e risolvere brillantemente anche i più gravi imprevisti senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà a volte angoscianti che sono prassi consolidata nella vita di cantiere. Ecco, vedendo all’opera sul greto di un fiume ancora minacciosamente in piena un palista che sarebbe stato capace di “grattarti la testa” coi denti della benna dell’escavatore, senza farti neanche un graffio, mi sono più volte scoperto a fantasticare sulla possibilità di riconvertire in modo virtuoso una “potenza militare” come quella che si intuiva scorgendo l’avanzata di un’imponente autocolonna di mezzi d’opera al sorgere della prima alba dopo la tempesta. Erano gli anni del pacifismo militante, in cui era lecito sognare di riconvertire l’industria bellica in civile, e si pensava che all’Oto-Melara di La Spezia si potesse proporre di fabbricare yact per gli sceicchi al posto di motosiluranti per Gheddafi…Per cui l’idea di una “riconversione ecologica” delle grandi imprese di costruzioni mi pareva coerente e – se possibile – di ancor più facile realizzazione. Poi guerre del golfo ed esportazioni sempre più cruente della democrazia mi hanno convinto che la direzione intrapresa dal mondo – nonostante la fine della guerra fredda – fosse opposta a quella auspicata. E vien da temere che se non insegna nulla il sangue sempre più copioso che esonda dai conflitti di pezzi sempre più vasti di mondo, perché dovrebbero insegnarci qualcosa lo straripare di fiumi ingabbiati, il franare di pendii sovraccarichi, il devastante crollo di edifici – pubblici e privati – inidonei a reggere la sismicità conclamata del nostro paese? Per questo temo che – tornando a Clini – per una volta che ci si poteva dichiarare d’accordo lui, ci si debba chiedere se non stia semplicemente tentando di rifarsi la verginità perduta.
Borgone Susa, 17 dicembre 2012 – Claudio Giorno

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