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IPPOCRATE E GALILEI

ottobre 29, 2012

La riflessione di oggi riguarda la polemica di cui s’è fatto un gran parlare nell’ultima settimana, anche per la coincidenza tra una sentenza di magistratura – quella de L’Aquila – e il picco di intensità dello sciame sismico che affligge da mesi il confine tra Calabria e Basilicata tra i monti del Pollino; e ancora l’ondata di maltempo che si è scaricata su alcune aree tra Liguria e Toscana, già colpite dall’ultimo alluvione, e – ultimo ma non ultimo – l’urgano su New York le cui raffiche – prima ancora di mettere a rischio le vetrate dei grattacieli di Manhattan – hanno spazzato via dalla scena nientemeno che la campagna per le presidenziali a una settimana dal voto! (A dimostrazione del fatto che la sensibilità sull’argomento va ben oltre il nostro cortile…).
La sentenza è ovviamente quella che ha condannato l’intera Commissione Grandi Rischi (istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri) a seguito delle rassicurazioni che furono improvvidamente date alla BCpopolazione del capoluogo abruzzese poco prima del 6 aprile 2009 e della tragica scossa delle 3,32 che – al culmine di una sequenza tellurica iniziata anche li molti mesi prima, causò il crollo di palazzi vecchi e nuovi e – in particolare – della “casa dello studente” sotto le cui macerie persero la vita molti ragazzi. La polemica è quella sulla processabilità della scienza esplosa in seguito alla opzione della maggior parte dei giornali e delle televisioni di deviare strumentalmente l’oggetto del pronunciamento del giudice sulla prevedibilità dei terremoti (e dei loro effetti). Pochi hanno correttamente scelto di riferire la specificità della situazione presa in esame: la decisione di “tranquillizzare” la cittadinanza sfinita dalla interminabile sequenza sismica in atto. Una cittadinanza cui andavano addirittura nascosti i “reali pericoli” che incombevano nel caso di una scossa di intensità maggiore di quelle registrate sino ad allora. (Cosa che emerge anche – e clamorosamente – dalle intercettazioni telefoniche provenienti da un altro processo, quello sugli appalti per il G8 spostato dall’isola della Maddalena proprio a L’Aquila).
Ora se è vero e ricorrente che ogni sentenza di Cassazione diventa – nelle mani degli opinionisti – una sorta di giudizio universale e preventivo su qualsiasi vicenda che possa richiamare anche solo marginalmente quella oggetto del pronunciamento, è altrettanto vero che mai si era arrivati – neanche forse nel delirio dell’ex presidente del consiglio – ad accusare la Magistratura di voler riscrivere le più consolidate tra le teorie scientifiche e “suggerire” implicitamente agli esperti che cosa è “giusto” dire (e che cosa no) bruciando i libri su cui si fonda la scienza moderna. Per questo – perché distorta – la notizia ha fatto il giro del mondo (come raramente accade per i fatti di casa nostra), per questo ha suscitato e continua a suscitare scandalo.
Uno scandalo che tra tanti comprimari armati di microfono o tastiera ha – secondo me – almeno due protagonisti d’eccezione: uno diretto e uno di riflesso (ma in attesa di finire probabilmente al centro delle prossime puntate). Due personaggi separati dalla sorte recente ma uniti per tanti aspetti solo apparentemente di dettaglio: Corrado Clini e Guido Bertolaso. Che sono stati divisi nel destino recente, uno promosso a star del “Governotecnico”, l’altro ormai lontano dalla luce dei riflettori, ma con in comune molti tratti delle loro forti personalità: innanzitutto una interpretazione arrogante del ruolo attribuitogli in seno alla pubblica amministrazione; con la vocazione a “non creare allarmismi” tra i cittadini (evidentemente ritenuti non in grado di “capire le complessità scientifiche”). E la rivendicazione reiterata a una “cauta somministrazione dei dati” manifestamente ritenute pozioni velenose di effetto devastante qualora usate da “non addetti ai lavori” (cioè loro). E infatti non è un caso che l’uno sia corso in soccorso dell’altro (nonostante la sentenza per ora non lo coinvolgesse se non indirettamente). Ma soprattutto non dev’essere un caso che si tratti di due medici prestati alla burocrazia e al potere politico in due tra le più delicate funzioni di governo: la tutela della pubblica incolumità e della integrità dell’ambiente. A dimostrazione – forse – che anche del giuramento di Ippocrate si possono dare interpretazioni diverse. E che la loro è certamente diversa da quella che ne dava un collega che ci ha purtroppo lasciato troppo presto: il dottor Giulio Maccaccaro – fondatore di Medicina Democratica – cui si deve lo slogan PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE che – al di la dell’efficacia della sintesi – sta alla base non solo della medicina moderna e del suo ruolo sociale, ma anche di un uso etico e responsabile delle risorse pubbliche.
Borgone Susa,  29 ottobre 2012 – Claudio Giorno,

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