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EUROSUICIDIO

ottobre 18, 2012

ANCHE quella che segue è  – a suo modo – una storia. La storia (speriamo a lieto fine) di un continente vecchio di nome e di età media dei suoi abitanti che – una dopo l’altra – si rimangia le tante promesse (avventate?) fatte alle giovani generazioni.

Il diritto allo studio torna ad essere un privilegio. Il lavoro è ormai diventato un lusso. L’eguaglianza una chimera. La libera circolazione degliumani sta lasciando un po’ alla volta il posto a quella (più feroce che libera) delle merci. L’ultimo imprevedibile colpo alla credibilità delle istituzioni di Bruxelles (ormai in caduta verticale) sconfina nel grottesco:

all’indomani del 25° compleanno e dopo aver dato a tre milioni di studenti l’opportunità di andare a studiare presso un altro paese dell’Unione, di perfezionare una lingua, di confrontare metodi di studio e stili di vita, di praticare – insomma – una vera esperienza di integrazione, ERASMUS rischia di chiudere.

Wikipedia, la libera enciclopedia della rete, lo descrive così: Il progetto Erasmus, (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), nasce nel 1987 per opera della Comunità Europea e sancisce la possibilità di uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria sede di iscrizione. (Il nome del programma si richiama dichiaratamente all’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam che nel XV secolo viaggiò diversi anni in tutta Europa per comprenderne le differenti culture).

Ci troviamo quindi di fronte non a un complemento d’arredo, ma a una vera e propria pietra angolare su cui si è fondata per tanti anni la politica dell’Unione. Un caposaldo che rischia di sgretolarsi nella crisi generale che coinvolge l’intero Fondo Sociale Europeo. Una cassa comune che ha sin qui sostenuto i programmi strutturali contro la disoccupazione, per la riqualificazione professionale, e i tanto sbandierati finanziamenti comunitari per la ricerca e l’innovazione! L’allarme è stato lanciato alcuni giorni fa dal presidente della commissione Bilancio del Parlamento di Strasburgo, Alain Lamassoure che – solo per  Erasmus – ha parlato di un “buco” di 400 milioni di euro spiegando che tutto parte dalla richiesta di tagli per complessivi 5 miliardi di euro da parte dei ventisette stati membri. Il 23 ottobre la Commissione presenterà la proposta di bilancio correttivo. Poi decideranno il Consiglio e l’Europarlamento.

Sono gli stessi governi democraticamente eletti (o nominati) che hanno deliberato prestiti a interessi zero al sistema (privato) bancario-cicala dell’eurozona (e alle loro finanziarie offshore). Sono gli stessi leaders che – riconoscenti al sistema delle imprese per i finanziamenti ricevuti per le loro campagne elettorali senza fine – si propongono di annegare decine di miliardi di euro in una colata di calcestruzzo che potrebbe desertificare in pochi anni un’area delle dimensioni della Confederazione Helvetica.

Loro quindi – e non altri – si accingono a chiudere i rubinetti destinati a ciò che a parole tutti (stagionati o freschi di elezioni che siano) invocano. E senza perdere una sola occasione, e ad ogni vertice e nelle dichiarazioni finali congiunte di ogni riunione delle decine di club soprannazionali inventati per integrare il già principesco reddito ai soliti noti… (In questi giorni abbiamo saputo, grazie all’ormai monotono e sterile mantra sulla crescita dell’inquilino del Quirinale dell’esistenza di una Fondazione Cotec italiana che assieme alle omonime di Spagna e Portogallo, sarebbe “impegnata nel rappresentare, presso l’Unione Europea, gli interessi nazionali e mediterranei inerenti alle politiche e alle azioni a sostegno dell’Innovazione tecnologica”… Proprio i capitoli a cui i tre governi si accingono a tagliare i viveri ma senza privare del gettone di presenza gli stagionati lobbysti di turno e qualche loro giovane rampollo).

Ma se davvero dovesse essere chiusa – (o fortemente ridimensionata) – una attività come quella di Erasmus, che al valore reale assomma anche quello simbolico della formazione dei nuovi cittadini della UE, vorrebbe dire che l’attitudine dei governanti di ogni latitudine e idioma a segare il ramo dell’albero su cui stanno appollaiati ha raggiunto un punto di non ritorno.

Inutile (e soprattutto ipocrita) versare lacrime di coccodrillo sull’europeismo in crisi e il populismo dilagante se chi si straccia le vesti dalle tribune persegue queste politiche quando si siede sui banchi degli esecutivi

Borgone Susa (Piemonte/Italia/Europa),  8 ottobre 2012 – Claudio Giorno

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