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ILPAESE DI MEZZO

Per arrivare a Salbetrand ci si deve arrampicare su quattro ripidi tornanti della statale 24 del Monginevro, due in salita e due in discesa: sono lì – provvisori – dal 1957, (la grande alluvione raccontato da un allora giovane cronista di Stampasera: Emilio Fede)…

Serre la Voute”, è il punto più stretto della Valle di Susa; il versante nord (quello dei tornanti) è una “paleofrana”, che però non ha spaventato i progettisti dell’autostrada del Frejus che vi hanno scavato due gallerie senza seguire i consigli di chi studiava la geologia della valle fin dall’800 e che non a caso indicarono – oltre un secolo prima – il pur altrettanto ripido versante sud per realizzare la omonima ferrovia (allora a binario unico): altra lunga teoria di gallerie e arditi ponti in muratura fondati sui coni alluvionali che i torrenti scoscesi disegnano tra gli abeti e i pini del “Gran Bosco”.

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Salbetrand, panorama con sullo sfondo l’area esondabile della Dora Riparia

Laggiù in fondo la Dora Riparia si allarga in una vasca di espansione saccheggiata da cave di ghiaia, dai relativi impianti di betonaggio, occupata dal lungo viadotto autostradale che prosegue le gallerie fino ad allargarsi, prima su due ampie aree di servizio, poi sul vasto piazzale realizzato per l’esazione di un pedaggio assai salato (del resto siamo sul percorso della Via del Sale che rese prospera la “Repubblica degli Escarton”…). Ma il conto è ancora una volta a carico dei pochi abitanti e dell’esiguo territorio pianeggiante di un paese da cartolina, raccolto attorno alla sua chiesetta e sparso (per quanto possibile) su una cengia lunga e stretta che ospita il Municipio, la scuola primaria, le vecchie case col tetto in lose e qualche brutto condominio ispirato a quelli della “Vallata Olimpica” di cui “Salabertano” (come nel ventennio ne avevano italianizzato grossolanamente l’elegante denominazione occitana) è la misconosciuta porta est.

Nel residuo spazio pianeggiante ha trovato posto anche la sede del Parco, oggi riunificato in quello regionale delle Alpi Cozie, e il suo sorprendente  eco-museo, ma (per contrappasso?) anche alcuni milioni di metri cubi di ogni sorta di rifiuti, mimetizzati tra ogni sorta di “inerti”,  alcuni coperti da smisurati teli di plastica bianco-sporco e da decenni oggetto di sequestri e dissequestri da parte della Magistratura, quella che alloggia nella capitale delle Alpi così vicina, così lontana dalle sue montagne e dalle sue valli da aver scelto di chiamare Cittàmetropolitana anche gli alpeggi popolati essenzialmente da vacche – razza piemontese – coi loro rimbombanti e decoratissimi “rodon”…

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TORO:”eh ormai noi siamo diventati i mafiosi.., di… della zona.., no!?!… adesso gli portiamo via.., la fornitura a VALLE…poi a ***gli portiamo via il frantoio…”. (…), i due indagati, alla luce degli evidenti vantaggi economici che potevano ottenere dalla locazione in corso in caso di svolgimento sul luogo di attività redditizia, hanno completamente mutato atteggiamento nei confronti di TORO, rendendosi compartecipi dello svolgimento dell’attività di illecito trattamento dei rifiuti: pacifico è invero da un lato che essi sapevano benissimo quale attività veniva svolta sul sito e dall’altro che essi si sono personalmente adoperati per ridurre i controlli da parte delle autorità pubbliche e consentire a TORO di proseguire nell’attività predetta. (…):

 E’ un brevissimo estratto di oltre 650 pagine di una ordinanza del Tribunale di Torino di rinvio a giudizio di impresari edili-stradali che hanno molto a che fare con la Valle di Susa: l’inchiesta San Michele, un nome che riconduce alla Sacra, alla Polizia di Stato, ma anche alla ‘ndrangheta di cui l’Arcangelo con la spada è (suo malgrado) “santo protettore”. O più pertinentemente alle cave che per decenni, nella più assoluta e colpevole indifferenza, hanno minato il monte Pirchiriano su cui sorge l’ultramillenario monumento-simbolo del Piemonte, e usate oggi per depositarvi e riciclare  materiali inquinanti troppo cari da smaltire correttamente. O ancora – più banalmente – a un bar di Torino a due passi dal deposito dei mezzi della Polizia, gestito da un “compare”, che è stato teatro di molte delle intercettazioni “ambientali” del “Ros” dei Carabinieri a supporto dell’inchiesta… Sant’Ambrogio e Chiusa San Michele, il teatro di misfatti certificati dalle inequivocabili conversazioni intercettate  degli “attori” di questa piccola terra dei fuochi del profondo nordovest; ma forse anche Salbertrand, il suo esiguo fondovalle occupato e devastato da tutti un po’: da centinaia di migliaia di metri cubi di smarino provenienti dallo scavo di gallerie dell’”ecologico” raddoppio della ferrovia negli anni ’80, dalla realizzazione dell’autostrada, qualche anno dopo, dalla realizzazione  (da cosa nasce cosa) di depositi di “inerti” che si sono rivelati non essere tali se è vero – come è vero – che quello in atto è l’ennesimo sequestro dell’area per il fondato sospetto che sotto le colline artificiali, “pudicamente” coperte dai teli plastici, è stato rinvenuto amianto nei primi metri sondati, e nulla si sa ancora su cosa e quanto altro possa esservi sotto!

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la collina dell’amianto (accertato) e di altri rifiuti non indagati che si voleva “tombare”

I terreni sono in parte del Comune (che affittandoli per anni ha potuto tenere “in nero” il precario bilancio), e in parte di uno dei tanti “marchi” di un gruppo finanziario e di impresa che anche alla realizzazione del raddoppio ferroviario aveva messo mano, ma soprattutto a quella dell’autostrada del Frejus, di cui è divenuto il primo azionista privato di una concessionaria ancora a maggioranza pubblica perché i mutui contratti per la costruzione sono garantiti dallo Stato, secondo la consolidata regola italica di pubblicizzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Anche se proprio in questi giorni si va parlando di una possibile acquisizione di azioni di provenienza sia privata che pubblica che saranno messe a gara dopo una sentenza del Consiglio di Stato.  L’”entità di cui si parla è il Gruppo GAVIO, secondo gestore privato dopo i Benetton della rete autostradale italiana (costruita, giova ricordare, interamente con soldi pubblici). Non sarebbe male occuparsene, visti gli intriganti intrecci tra ferro (TAV) e gomma (Sitaf) che coinvolgono la valle, a cominciare dal fatto che l’attuale DG di TELT (Virano) è stato per anni AD di Sitaf proprio su nomina del gruppo di Tortona… Ma qui e ora la lente di ingrandimento va posata su un “dettaglio”, anzi su una figura che di quel dettaglio si è occupato ad alto livello, ma che risulta suo malgrado coinvolto nelle torbide faccende di competenza giudiziaria: il “dettaglio” è ITINERA, nome per così dire “evocativo” con cui è stata battezzata una delle imprese di costruzioni stradali (ma non solo) più importanti del Gruppo. Mentre la “figura” si chiama Manlio MOGGIA che di Itinera è stato legale rappresentante, per un tempo non trascurabile, in particolare nel periodo in cui  “i nuovi mafiosi di zona”, come si autodefiniscono – tronfi – loro stessi, sono alle prese con appalti “turbati” e smaltimenti illegali! E mentre irrompe sulla scena un nuovo e importantissimo attore protagonista  (sia pure nella mani di vecchi capicomici): TELT, cui già si è fatto cenno, ma che – terminata la realizzazione del cunicolo di Chiomonte (ormai cerniera geografica e strategica tra alta e bassa valle), realizzato il collegamento geognostico (ma in asse tunnel ferroviario) tra le due discenderie in terra di Francia tra La Praz e Saint Martin La Porte ha fretta (è in abissale ritardo) di allargare il cantiere di Val Clarea; e soprattutto di impadronirsi di cosa rimane del piccolo ma “strategico” fondovalle di Salbertrand per realizzarvi la fabbrica dei conci di galleria da destinare al tratto italiano del Tunnel Euroalpin (quel che resta –  57 Km in devastante ritardo – dei farneticati 260 ad Alta Velocità che separano Torino da Lyon).

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Già, ma MOGGIA, l’ex dirigente di Itinera che c’entra? Probabilmente niente dato che dal Gruppo è stato nel frattempo  liquidato. Sarà stato qualche suo successore (o ex subalterno) ad avere l’idea geniale di consegnare l’area a TELT senza pagare gli esorbitanti costi di bonifica che l’asportazione, trattamento e trasporto in discariche idonee di tutto il materiale accumulato da decenni comporterebbe: ci facciamo un Eliporto! Era già tutto concordato con l’eterno sindaco uscente (ma che mai si pensava potesse “uscire”): la motivazione socialmente utile e “irrinunciabile” a cominciare dall’”offerta” di un punto di atterraggio per il soccorso di vittime di incidenti stradali, ferroviari, domestici, come se le due aree di servizio e il vastissimo piazzale di esazione (illuminati a giorno) non potessero offrire lo stesso supporto a costo zero (o di un ordine di grandezza inferiore, volendo delimitare un’area con opportuna segnaletica). Ma il vero scopo è la “tombatura” – sotto un sarcofago di calcestruzzo –  di tutte le schifezze note (e soprattutto ignote) che giacciono sotto il sudario di teli plastici…

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il sindaco Roberto Pourpour nel suo ufficio

Ma intanto anche a Salbetrand si è votato e – nonostante le previsioni dei bookmaker (e le menzogne sugli esiti dei giornali “di proprietà”) il sindaco uscente questa volta è uscito. Non dalle urne, ma dalla Sala Giunta. E Roberto Pourpour – il nuovo primo cittadino – è “un uomo tranquillo; non è uno scatenato “no tav”, non è un antagonista: si è candidato ed è stato votato contro il suo “eterno predecessore” perché ama il paese dove è nato: proprio nei pressi dell’area contaminata ci sono le baite dei suoi nonni, attorno a cui vorrebbe  tornare a fare agricoltura di qualità, ai piedi di un “grande bosco” dove anche fotografandoli d’inverno (o in bianco e nero!) gli abeti bianchi e i pini cembri riflettono mille tonalità di verde; con gli ungolati e i lupi (se si vuole) si può convivere e – se fanno danni – sono incomparabilmente meno devastanti delle discariche di veleni.

Già, ma come si fa dire veleni? Intanto c’è la certificazione del materiale amiantifero e i sequestri (con intimazione di bonifica inosservata)…

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Poi…

(…) conversazione registrata il 28 maggio 2012(…) Nell’occasione, *** chiedeva a TORO, (…), di dissuadere MOGGIA Manlio della ITINERA dal presentare offerte per l’appalto per lo sgombero neve bandito da ANAS per le strade statali (…) Si leggano, a tale proposito, le significative affermazioni di TORO: “…ho dovuto minacciarlo non hai visto che ho dovuto andare lì col muso duro e farlo spaventare se no non riuscivo ad ottenere niente, e tu invece volevi, con le buone volevi risolvere i problemi, con quella gente lì non risolvi con le buone!”. Le minacce, nello specifico erano consistite nel promettere l’invio di materiale compromettente raccolto sul conto ai suoi titolari GAVIO, qualora non avesse accondisceso alle sue richieste (…) io ho c’ho dei documenti in mano sulla scrivania che se arrivano a Tortona_muore…muore, lui la moglie tutti suoi scagnozzi (…) a vedere le fotocopie gli viene gli viene il pelo tutto arricciato, visto che è pelato…

Non c’è bisogno di essere un investigatore di polizia, men che meno un magistrato inquirente, per sospettare legittimamente che un responsabile di un sito di discarica permanente quanto poco visibile e per niente vigilata – se ricattabile – possa aver chiuso un occhio. E comunque se non è così (o non è dimostrabile) perché si è tardato così tanto a intervenire in modo efficace? E perché tanto ritardo in posti in cui appaltanti in odore di  crimini ambientali (e non solo) e controllori compiacenti prosperano (mentre i cittadini oltre a non trarne minimo beneficio lecito, si ammalano spesso irreversibilmente)?

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l’area sotto sequestro ai piedi del Parco del Gran Bosco e a pochi passi dalla Dora Riparia

Quando – poco meno di 30 anni fa – fondammo il “Comitato Habitat per la difesa della residua vivibilità della Val di Susa” ponevamo queste distonie al centro dell’attenzione. Eravamo uno sparuto gruppo di ambientalisti appena sconfitti dalla nomenklatura politico-speculativa che aveva imposto la realizzazione dell’autostrada Torino-Bardonecchia dopo aver perforato (a fianco della “storica” galleria ferroviaria)  il tunnel autostradale del Frejus. I “TIR”, nella bassa valle, tiravano giù i balconi dei paesi attraversati in pieno centro storico e i vecchi motori diesel rilasciavano polveri (niente affatto sottili, ma di spessa fuliggine) che si mescolavano con quelle delle allora numerose acciaierie di fusione di rottami provocando esasperazione (e giustificata paura di incidenti sempre più gravi) tra i cittadini. Affrontammo ugualmente una lotta evidentemente impopolare denunciando il rischio che la nostra valle divenisse “un corridoio plurimodale di transito” come lo battezzarono all’epoca i consulenti di Sitaf assoldati per un progetto di “ottimizzazione ambientale”: la direttiva VIA della Unione Europea non era ancora stata adottata dall’Italia e di “compensazioni” c’era se non altro pudore a parlarne… Solo le tangenti correvano allora come adesso, una corsa che non si voleva arrestare: di lì a poco doveva iniziare la campagna promozionale del TAV: gli stessi promotori dell’Autostrada (negazionisti ai tempi di Habitat) ci venivano a dire che i camion erano inquinanti e il treno – ecologico per definizione – avrebbe salvato i nostri polmoni; peccato che sin dai primi studi si ammettesse che non i treni, ma la costruzione della nuova ferrovia avrebbe aumentato l’incidenza delle malattie cardiovascolari del 15% (Fonte Alpetunnel, “nonno” di LTF a sua volta “madre” di TELT).

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il Gran Bosco di Salbertrand

Pochi anni prima in Alta valle (quella che diventerà la Valleolimpica) i torinesi si erano finalmente integrati coi calabresi (poco dopo aver tolto dai palazzi di città i cartelli “non si affitta ai meridionali”): il “cemento unificante” era stata la speculazione edilizia: si era messo mano ai primi piani regolatori: i pascoli erano diventate aree edificabili e i pendii, tagliate le piante, piste da sci. Pro Natura (Mario Cavargna) denunciava coraggiosamente lo stato delle cose mentre quelli che sarebbero stati individuati come i mandanti organizzavano l’assassinio (ancora da chiarire fino in fondo) del Capo della Procura Torinese Bruno Caccia…Chi sa se i ragazzini delle medie del quartiere Cit Turin che passano davanti al nuovo tribunale sanno chi fosse… E chi sa quanti neo-avvocati o giovanissimi magistrati sanno che una delle imprese che vinsero l’appalto per la costruzione del (brutto) Palazzo di Giustizia era finita sotto inchiesta in Sicilia per aver concordato gli appalti pubblici con il geometra Siino, meglio noto come il “ministro dei lavori pubblici di Totò Riina”…

Ecco è questa eterna “sospensione” in cui vive la giustizia nel nostro paese a far temere che anche su  Salbertrand, il suo territorio offeso, prevarranno “gli interessi superiori” (nonostante il coraggio straordinario del suo nuovo sindaco, dei suoi cittadini che quella “fabbrica” farà ammalare: quasi un milione di viaggi di camion previsti dagli stessi proponenti il Tav in aggiunta alle polveri dei frantoi, alle emissioni dei forni);

per non dire della collocazione “autorizzata” in alveo fiume che potrebbe far allagare mezza valle.

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una drammatica immagine dell’alluvione del 1957 a Salbetrand (archivio Pro Natura)

…Quegli interessi che (sotto forma bancaria) hanno creato il mostruoso debito pubblico del nostro paese, che “per salvare Venezia” hanno autorizzato il Mose (che – è notizia di questi giorni – nemmeno “Lastampa” il cui “editore” ha avuto un ruolo chiave in progettazione e direzione lavori, difende più! Mentre difende ancora – magari per corroborare la fusione/acquisto PSA/FCA – non solo la realizzazione del “TAV”, ma che si paghi noi la quota dei francesi!). Quel che risulta inaccettabile è la sproporzione (crescente invece che calante) tra l’”attenzione vendicativa” dedicata ai “delitti ” di chi non accetta che possano essere considerati interessi superiori le Grandi Opere e i Poteri Forti che le impongono “nell’interesse pubblico”… Mentre si tratta di vere e proprie catene di santantonio  illegali che non esisterebbero senza l’intermediazione parassitaria dei Grandi Gruppi (del tutto equivalente al “lavaggio del denaro sporco”) se ad accompagnarne e consentirne la realizzazione non fossero le turbative d’asta, i subappalti truccati, i materiali scadenti pagati per buoni, le tangenti alla politica (sia pure quelle a livello di accattonaggio come dimostrano gli ultimi episodi) ecc ecc. Ma alla cui tutela (a volte per motivi che paiono legittimamente di astratto principio) sono schierate con evidente sproporzione battaglioni di forze dell’ordine, interi uffici giudiziari, e una massiccia e costosa fabbrica del consenso come ampiamente dimostrato dal Controsservatorio Valsusa:

http://controsservatoriovalsusa.org/172-la-fabbrica-del-consenso-video-e-materiali .

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a sinistra l’abnorme deposito di detriti e amianto tra ferrovia, autostrada e fiume 

Anche per questo è importante che il piccolo paese di Salbetrand, né alta né bassa Valle di Susa, paese di mezzo – possa vincere la sua piccola-grande battaglia. E – paradossalmente ma non troppo – a fare il tifo per i suoi cittadini i suoi nuovi coraggiosi amministratori dovrebbero essere soprattutto quelli che il Tav dicono di volerlo, senza sapere né cosa è, né quanto costa, e sopratutto quali sarebbero (anche per loro) i costi nascosti.

Borgone Susa, 4 novembre 2019 – Claudio Giorno

VERDE MA NON TROPPO

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A volte ritornano, sotto altro nome

“Aspenia” è una rivista (del conosciuto Aspen Institute) che si autodefinisce “verde ma non troppo”, ma naturalmente ecosostenibile. Il suo vicedirettore è stato intervistato per 1/2 ora ieri sera (23 ottobre 2019) su rai-radio-uno in fascia oraria pre-partite “champions” (che si ha quindi motivo di ritenere sia tra quelle di maggiore ascolto). 1/2ora di sevizio pubblico (il protagonista sei tu, ripete ossessivamente lo slogan)  “spesa” per dire che va bene Greta, ottimo il Fridays For Future, ma occorre farlo “accettare” dalla maggioranza dei cittadini neipaesi occidentali dove le cose si fanno col consenso”…  A patto – ovviamente – che il movimento diventi “adulto” rinunciando a parole d’ordine antagoniste e posizioni pregiudiziali contro le grandi multinazionali che sono le uniche ad avere le “risorse” finanziarie (ma umane: i cervelli) per procedere spediti verso una economia che deve si mutare radicalmente ma con gradualità – “avanti piano” – per far “accettare i costi” che il cambio anche dello stile di vita clima compatibile comporterà. E qui splendido “assist” (mancava poco alle partite) del conduttore della radio pubblica che chiama in causa i gilet gialli che hanno messo a ferro e fuoco per mesi la ville lumière e i campi elisi per la “giusta ma un po’affrettata decisione di Macron” di aumentare il costo del gasolio da autotrazione per tassare l’inquinamento.

Non la faccio ulteriormente lunga perché dal link della rivista (in carta patinoriciclata) http://www.aspeninstitute.it/aspenia/numero/verde-ma-non-troppo si può scaricare l’editoriale (e tanto basterebbe) e altri materiali per farsi venire l’acquolina in bocca (per gli apprendisti eco-pragmatici la rivista cartacea è disponibile in edicola e librerie).

Ma il tono, più ancor che gli argomenti “vincenti” illustrati dalla coppia intrattenitore/venditore (a spese di chi paga il canone) ha ricordato molto da vicino l’approccio dell’anche “luiconosciuto Nimby Forum quando nel 2005, (dopo la visibilità straordinaria acquisita dal movimento No Tav, a seguito della rivolta popolare di Venaus), tentarono di rinchiuderci in un angusto cortile, paragonandoci a chi – pur producendone a tonnellate e non differenziandoli – non vuole i rifiuti (e soprattutto le discariche e gli inceneritori – perdon – “termovalorizzatori”) sotto casa…

Greta (che peraltro pare assai avveduta senza bisogno dei buoni consigli del nonno che qui scrive) è avvisata. E soprattutto lo sono i milioni di ragazzi che si sono ispirati alla risoluta intransigenza del suo j’accuse: sanno che le loro rivendicazioni possono essere “accolte” (dai ladri del loro futuro) solo a patto che divengano il motore della “green-economy”, del “bio-business”, soprattutto se si riveleranno un mezzo (che giustifica ogni fine) per drenare sempre più risorse pubbliche dal welfare, dalla scuola e sanità verso le lobby finanziarie divenute gestori delle utility a (a loro volta realizzate interamente col denaro pubblico). E’ così che la rete autostradale (manu-tenuta come tragicamente sappiamo) è stata privatizzata, così sta accadendo per le ferrovie, (ma solo il pezzo che fa utili grazie alle enormi risorse finanziarie messe – a sua insaputa – dalla collettività per realizzare la dorsale AV); così è (se vi pare) per l’energia le cui società pubbliche sono finite nelle mani degli oligarchi di casa nostra così diversi, così uguali a quelli russi fino a ieri “capipolitici” del partito unico che governava l’ex Unionesovietica…  Ma da noi serve il consenso, che lorsignori costruiscono tutti i giorni con i propri giornali tenuti in piedi (tanto per cambiare) col contributo pubblico, con i giornalistarservi della tv & radio di stato; ma la fabbrica del consenso è ampia e articolata, ed ha ovviamente tante bocche da sfamare, genitori e figli, portatori di borse, “creativi”, tutto certificato dai bollini-verdi (ma non troppo): non sia mai che i soldi dei cittadini servano davvero  a invertire la rotta climaticida in atto. Grazie anche e soprattutto alle più subdole delle Grandi-opere – vedi alla voce MOSE – che promettono di salvare Venezia dall’innalzamento del mare, ma – mentre la Serenissima sprofonda – innalzano senza fine il reddito occulto dei politici in sempre più veloce, e quindi famelico, avvicendamento.

Per questo penso che sia essenziale, oggi più di ieri, smascherare i “certificatori”, prima ancora dei certificati; capicomici che salgono quotidianamente su piedistalli fondati sulla sabbia predicando la “real-politique ambientale” ma praticando illusionismo da avanspettacolo: imbonitori passati dai mercati rionali al “cloud” che hanno aggiornato il “venghino signori” con l’”hashtag” di giornata, l’”unguento miracoloso” con l’attestato “verde-bio” con cui persino il “TAV” può diventare eco-sostenibile, anzi desiderabile per sconfiggere definitivamente l’effetto serra; (chi sa, forse la rivista eco-patinata promossa dalla Rai-di-tutto-di-più, lo sostiene esplicitamente e senza pudore nelle pagine interne in attesa di spararla in prima. E sempre a spese nostre).

Anche per questo ci manca Mirco Federici, il giovane ricercatore della Università di Siena   (scomparso prematuramente e “generosamente” ormai molti anni fa) che per primo, con il prof. Segio Ulgiati come tutor, ha indagato e smascherato il bluf del bilancio energetico (quindi di emissioni)  delle Grandiopere di cui proponenti/gestori omettono accuratamente gli abnormi costi ambientali di cantiere per “far tornare i conti

Ma il lavoro di Federici resta, e basta e avanza per sbugiardare non solo i “paper” degli eco-intrattenitori, ma anche gli slogan stampati sui biglietti delle “frecce ” con  dati addomesticati sul risparmio di CO2 di quel 5% che si sposta col Tav rispetto a un treno ordinario su linee pre-esistenti; (quelli e quelle che vanno a scomparire proprio grazie alle risorse dirottate sull’AV e che sono usate dal 95% dei cittadini).

Borgone Susa, 24 ottobre 2019, Claudio Giorno

CORREVA L’ANNO…1989

“Rievocazione” di un incontro convocato a Trento il 13 ottobre 1989 (!) da Alex Langer per sottolineare l’importanza di una politica europea di tutela dell’ecosistema alpino cui ci recammo – Mauro Rubella ed io – giusto 30anni fa. Fu la prima volta che (con riferimento al Brennero) sentimmo parlare del rischio che il partito unico del calcestruzzo proponesse i megatunnel ferroviari come “soluzione eco-compatibile” del trasporto di merci (prevalentemente inutili o superflue) attraverso le Alpi!

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Correva l’anno 1989, ne stava finendo l’estate quando con un titolo provocatorio “il manifesto” pubblicava un intervento destinato ad aprire una forte polemica, ma anche ad attirare l’attenzione su un territorio geograficamente al centro dell’Europa comunitaria, ma irrilevante politicamente parlando: le Alpi: “Per una volta viva l’Austria” era firmato dall’eurodeputato verde Alex Langer  (anche se dubito che il titolo fosse da attribuire all’autore) e piombava (rafforzato da una intervista concessa a Lastampa di Torino) nel pieno della crisi diplomatica (ma sociale) tra il governo austriaco, il nostro e la Commissione di Bruxelles per via dell’annunciato contingentamento di transito (e la minaccia di blocco) dei “TIR” attraverso il Brennero.

Langer – mentre i camionisti mettevano i loro bisonti per traverso sulla carreggiata autostradale – bivaccando attorno a falò improvvisati per intiepidire i primi freddi delle notti alpine –  spiegava come la posizione di Vienna fosse non solo conseguente alla drastica riduzione dei permessi di transito in atto da tempo in Svizzera, ma anche perché bisognava finalmente porsi il problema della tutela del delicato ecosistema alpino, riserva non infinita di aria pulita e acqua potabile di tutto il vecchio continente (e non solo degli allora stati membri confinanti con la catena alpina).

La polemica che ne scaturì generò un duro ma schietto dibattito ospitato dal quotidiano fondato dal gruppo dissidente espulso dal PCI dei Napolitano (favorevoli tanto alla sanguinosa repressione sovietica della rivolta ungherese che a una avvicendamento alla DC nel fare da sponda politica allo “sviluppismo” della Confindustria già allora a “trazione” ANCE – l’associazione di palazzinari e cementisti). Intervenne a favore dei “camionistioperai” e contro i banchieriecopportunisti un grande studioso di trasporti e società come Sergio Bologna, ma furono in molti a prendere coscienza , forse per la prima volta, che se l’ambiente non è riconducibile né alla sinistra e tantomeno alla destra, il ritardo accumulato sulla sua tutela dai partiti tradizionali era di una gravità assoluta.20191009_143137RrCL

Ma l’eurodeputato – da poco eletto nell’assemblea di Strasburgo dopo l’esperienza di consigliere della Provincia autonoma di Bolzano, non era certo tipo da limitarsi alle denunce. Fin dalla sua militanza giovanile nella sinistra estrema ma pacifista la “convivenza” era stata al centro del suo impegno, i ponti (culturali e interetnici) erano le uniche “grandi opere” cui si dichiarava favorevole tutto il giorno e tutti i giorni, e muri non solo non dovevano esserne costruiti di nuovi, ma andavano abbattuti gli esistenti.

Lo stesso spirito, che oggi gli è universalmente riconosciuto, lo mise nel “costruire” una iniziativa che doveva partire dalla presa di coscienza degli italiani, prima che dei popoli confinanti, che l’arco alpino si chiama così proprio per l’appartenenza del suo versante sud, da est a ovest, al nostro paese, e solo di limitati segmenti (al di la della estensione) dalla Francia alla Slovenia, passando per Svizzera, Austria, Germania; e della paradossale ma conclamata maggior sensibilità della fragilità ma della importanza del patrimonio da difendere presente tra gli abitanti sui versanti dei paesi confinanti: prima dei camionisti l’Autobrennero era stata oggetto di blocco da parte degli ecologisti austriaci e tedeschi, gli ambientalisti elvetici di “Iniziativa da las Alps” si opponevano con tenacia al raddoppio del tunnel autostradale del Gottardo, il traforo del Monte Bianco e le sue strade di collegamento erano spesso teatro di blocchi spontanei degli abitanti di Espace Mont Blanc… Italia non pervenuta: in Val di Susa come lungo la Modena Brennero, nelle Dolomiti venete che avrebbero dovuto essere sventrate per realizzare la Venezia Monaco le associazioni ambientaliste coi loro attivisti erano lasciate sole (e più spesso osteggiate) dalla politica, dai sindaci, dai giornali “d’opinione” (saldamente in mani grondanti calcestruzzo) nell’opporsi al traforo e autostrada del Frejus, o del Mercantour, ma persino nelle coraggiose denunce contro la speculazione edilizia delle “vallate olimpiche” sempre più strettamente legata al lento ma inesorabile avanzare della presenza mafiosa anche in alta quota.

Furono questi motivi che indussero Langer a organizzare (e un primo nucleo di ambientalisti a partecipare) a Trento a un seminario (oggi lo definiremmo “Stati Generali delle Alpi”) dal titolo essenziale, “TRAFFICO TRANSALPINO”, ma dal sottotitolo inequivocabile: “UNA BOMBA PER L’AMBIENTE”,  convocato nella saletta consiglieri della Regione Autonoma e indirizzato a “rappresentanti e tecnici del movimento ecologista di tutte le regioni dell’arco alpino, Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Veneto, Trentino AltoAdige/Sudtirol, Friuli V.G.”: il programma era molto ambizioso; “verrà confrontato (si legge nella lettera di convocazione) lo stato dei diversi transiti alpini nelle loro implicazioni economiche ed ecologiche, anche con riferimento alla ulteriore integrazione tra i paesi della CEE (1992/3) e con orientamento verso un necessario generale riassetto (e contenimento) del traffico merci e del rapporto autostrada/ferrovia (da rovesciare)”. Affermazione che potrebbe far dire a un lettore superficiale o più probabilmente e uno in malafede che gli ecologisti erano favorevoli a qualcosa di cui all’epoca si sentiva solo sussurrare nei corridoi di qualche loggia massonica: i mega-tunnel ferroviari (naturalmente non da sostituire, ma da sommare a quelli autostradali): non fosse che (con sorprendente intuizione per l’epoca) gli estensori dell’invito aggiungevano qualche paragrafo dopo: “pur tuttavia, di fronte al disastro delle ferrovie italiane (…) rischiano di passare ipotesi non valutate in tutte le conseguenze. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla proposte di nuovi tunnel ferroviari: in primo luogo quello del Brennero sul quale più di uno studioso ha espresso dubbi”! ( E si che il Brennero sta sulla direttrice nord sud su cui il traffico, sia pure a causa dei trasporti inutili,  è ancora oggi in leggero aumento, mentre sula direttrice est ovest è da 30anni in calo sia su ferro che su gomma, NdR)

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La lettera era firmata da Sandro Boato e Alessandra Zendron: quest’ultima avrebbe poi “dato gambe” (come si dice in brutto ma efficace “politichese”) alla proposta di Langer (cui era subentrata in Consiglio Regionale) costituendo l’associazione “SOS Transit” che per anni è stato il riferimento di cittadini, politici, tecnici che volevano seriamente ragionare sulle conseguenze dell’eccesso di traffico (e di domanda “drogata” di infrastrutture) in quello che è un vero patrimonio della umanità, (non a caso la Convenzione delle Alpi, fu impostata a Berchtesgaden proprio nel dicembre del 1989  e non a caso il “protocollo trasporti” fu ratificato dall’Italia con vergognoso ritardo)…  Un patrimonio – (le Alpi) – continuamente sotto attacco mercenario e sconsiderato di chi fa politica a esclusivo (e miope) scopo di lucro. Un “fare politica” a favore dell’unica terra che abbiamo; cosa di cui la generazione di giovanissimi pare aver non solo preso coscienza assai più dei loro fratelli maggiori , padri e nonni (noi), ma che sia stato sin qui capace di edificare una piccola grande fortezza attorno alla intransigenza e alla determinazione sorprendenti di una ragazzina che ha avuto il coraggio di denunciare i tanti re nudi che ci circondano (senza che nessuno li indicasse prima di lei alla pubblica disapprovazione); ragion per cui la “rivendicazione” della intuizione di Langer nel trentesimo anno  della  convocazione degli stati generali dei popoli e dei territori delle Alpi, (e destinata a smascherare sul nascere ogni pretesa “ecocompatibilità” delle Grandi Opere), non vuole certo costituire un copyright sulle elaborazioni che in piena e legittima autonomia i nostri figli e nipoti stanno velocemente dandosi – (consapevoli come nessuno di noi del perdurare di “furto di futuro” che un manipolo di faccendieri spaccia per soluzione di tutto il male sin qui da loro stessi seminato). Ma solo una modesta testimonianza producibile (se lo si ritiene utile) a carico di chi oggi – dai banchi di governo mondiale, nazionale o locale – cerca di “ruffianarli” mentre fa proprie le politiche di chi usa ancora le vecchie categorie economiche inserendo svogliatamente e irresponsabilmente nella categoria “INVESTIMENTI” progetti che per le loro conseguenze devastanti sul cambiamento climatico andrebbero incasellati nella categoria CATASTROFI e – vista la malafede di chi li impone – considerati “CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

Claudio Giorno e Mauro Rubella, Borgone Susa, Villar Focchiardo – 13 ottobre 2019

NON SPARATE SULLA MINISTRA DELLA PAPPA…COL POMODORO

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Qualche giorno fa Tomaso Montanari è stato accusato di sessismo (!) per aver osato criticare un post di Maria Elena Boschi che replicava con una foto in costume  a un “rutto-social” dell’ex ministro delle guerra (ai poveri) che l’accusava di essere una mummia. Montanari dall’alto della sua straordinaria cultura ha facilmente replicato (su diversi media) alle invettive di alcune donne (prevalentemente in carriera) che pur non essendo ancora tornato al governo il “loro partito” hanno tentato di guadagnare qualche “punto-talkshow” fingendo di non capire le sue pur chiarissime argomentazioni. In questo clima (e con “la ditta” tornata a governare) potevo pensare di uscirne indenne io che non sono nessuno?

La mia “colpa”?

Aver condiviso su facebook un vecchio post sulla neoministra del Tav –  Paola De Michelis – pubblicato quando era sottosegretaria del governo Renzi e riproposto in occasione della “promozione a ministra del Conte-zio-2.0…un post che linko qui  https://www.facebook.com/massy.dema/posts/1092749880921429 per chi volesse verificare se c’è una qualche traccia di grave misogenia di chi lo scrisse ma che – ammetto – presta il fianco (anzi il petto) nella scelta della foto con cui l’autore l’aveva illustrato e che nella condivisione “automatica”rimane “incollato” al testo. Ne estraggo un breve passo (anche a beneficio dei saggi che non frequentano i social solo per giustificare il titolo della mia modesta ma appassionata arringa di difesa, e per sottolineare che uomo o donna, chi ha venduto pappa avariata non promette bene neanche sul cementARMATO:

Un anno dopo, infatti, (la De Micheli, ndr) diventa Presidente e Consigliere Delegato (…) di una cooperativa che fa conserve di pomodoro, la Agridoro scarl, ed in cinque anni riesce nella non facile impresa di farla fallire (ma non cercate questo piccolo particolare sul curriculum, non è riportato), il buco sarà di 4,5 milioni di euro. Riesce pure ad essere condannata dal Tribunale di Piacenza a pagare una multa di 2.000 euro perché la Agridoro aveva distribuito sul mercato, riporto fedelmente, “merci alimentari in cattivo stato di conservazione, nonché insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione”. Insomma anche questo mi sembra un bel record … merci insudiciate … parassiti … proprio una bella aziendina gestita bene. Naturalmente anche di questa condanna sul curriculum non c’è traccia. (…)”. M.D.M.

***

Ed ecco (per chi vuole) la mia risposta alle critiche dell’altra metà del cielo-social: post aperto ad (amici e non) di Fb

EBBENE SI:

ho cancellato i commenti (a mio giudizio of topic) e sostituito la foto di cui era corredato il post originale (e datato perché scritto all’epoca in cui la neo ministra del Tav era “solo” sottosegretaria all’economia del Governorenzi) scritto da Massimiliano De Martino. Non ho capito se le accuse di sessismo fossero rivolte all’autore o a me, e si basassero sul testo caustico o sulla foto a corredo. Francamente letto e riletto il testo di De Martino ( che non ho il piacere di conoscere) mi pare assai graffiante ma per nulla accusabile di misoginia, visto quanto si pubblica anche sui giornali (non solo in rete) su chiunque si espone accettando un incarico politico, maschio, femmina o gay che sia. Ricordo il vero e proprio massacro mediatico riservato proprio al predecessore della De Micheli – il povero maschietto Toninelli (cui io stesso amo storpiare il cognome in Toninulla). Per il defenestrato del MIT la “cattiveria” si giustifica con quanto fatto (e soprattutto non compiuto) nei mesi del governo in cui il giallo (che già è un colore un po’ ambiguo) è stato messo al servizio del verde (marcio)…e da lui in particolare – di cui salverei solo la decisa presa di posizione contro i Benetton e chi regalò loro la rete autostradale pubblica (i nuovi alleati del Conte-zio-bis)! Ma condanno senza sconti innanzi tutto l’aver fatto da “mozzo del capitano…di fregata” chiudendo i porti su comando del Viminale e il pavido abbandono delle incontrovertibili analisi costo-beneficio che condannavano (e condannano) non solo quanto resta della “cosiddettaTav” Lyon–Turin, ma tutte le “Grandiopereinutili” prima denunciate per la sottrazione delle (scarse) risorse alla manutenzione di quelle esistenti ammalorate, ma progressivamente recuperate sotto i colpi del comitato d’affari dei pregiudicati del “cazzaroverde” (e  con la decisiva alleanza della “ditta”, come chiamava il PD un piacentino-maschio di nome Bersani, ormai da tempo occupato a smacchiare leopardi).

E a proposito di piacentini (‘sta volta femmina) chi è stata estratta dal cappello a cilindro del fratello maggiore del Commissariomontalbano per sostituire il ministro-travicello di quel covo di lobbysti sito in Piazza della Crocerossa, a un tiro di schioppo dalla “sacrilega”  Breccia di Porta Pia?

Qui casca l’asino/a (o il mulo o il bardotto se dobbiamo “buttarla in generi”): Paolademicheli, non proprio una new entry visto che ha occupato con largo anticipo l’impegnativa poltrona di sottosegretaria all’economia che  poi affidata fino a ieri e forse da domani a nientepoppò di meno Lauracastelli, “la più pragmatica” del quinto firmamento (peraltro anche lei femmina)!

E’ del suo ormai remoto approdo alla “poltroncina del MISE” (ma non meno importante della “poltrona del MIT”) racconta De Martino nel suo godibile ancorché feroce post che è stato ripreso e ri-pubblicato ieri da molti naviganti (io l’ho a mia volta ripreso da “terza amiciza Fb”). E’ particolarmente “cattivo” perché la Demicheli è femmina? Ripeto, non mi pare affatto, ma leggendolo ciascuno può farsene una idea. Certo va un po’ oltre la “biografiautorizzata” della vicesegretaria del “nuovo” PD perché “nuove” erano anche le “coop” che fondava e rifondava tra il fallimento di una e la condanna per aver messo in commercio conserve avariate dell’altra (sempre da lei amministrate con delega)… Sono reati meno gravi se compiuti da una donna?

Ma forse ho capito, il problema è la foto con cui era corredato il post originale e che col tasto “condividi” diventa automaticamente la “vetrina” anche di quello copiato e incollato. Una foto in cui la neoministra appariva in vertiginoso decolté (qualcuno ha commentato grevemente  la foto più che il testo – senza che peraltro io approvassi con pollici e faccine): ho provveduto (tardivamente e me ne scuso) a sostituirla, ma – provate, donne, per credere – non è facile trovare foto castigate della già sottosegretaria oggi ministra: speriamo domani; ma pazienza per il talk show assiduamente da lei frequentati, ma quella (come tante altre immagini) la ritraevano tra i banchi parlamentari…sarà stata pure una sua scelta recarvisi scollata (evidentemente non di rado) …

Bene (se fa per dire). Sono un No Tav da 29 anni, 11 mesi e un paio di settimane, e della compagna di partito di cotanti maschi, (Bersani, Letta, Renzi; Gentiloni) non mi interessa l’aspetto: neanche (e qui faccio una dichiarazione per me impegnativa) penso che possa fare più danni al movimento valsusino – ma soprattutto al paese  intero – del suo predecessore: perché essendo come tutti quelli venuti prima dell’assicuratore dei Cremona dichiaratamente amica del partito del Tondino e del cemento (come Matteoli buonanima, Dipietro, Lupi, Delrio, solo per citare alcuni tra gli ultimi) prenderà ordini dalla cosiddetta  “struttura tecnica di missione”…(vale a dire dai lobbysti sedimentati in 50anni di assalto alla diligenza e attentati al territorio del fu bel paese…altro che Brecciadiportapia) A lei – data anche la presenza indubbiamente meno  sgradevole de i quella maschia e volgare di Salvini – sarà riservato il compito di megafono in casco giallo e una immancabile trasferta – elitrasportata – a Chiomonte… o meglio ancora a Chambery, visti i calorosi (e rispettosi) auguri dei “femministi di Transalpine”, i veri “padroni del Tav” (come ben ha imparato a nostre spese il suo – per lei nuovo – presidente del consiglio dei ministri).

A me questo interessava e interessa. Le dispute sull’uso del corpo delle donne (auto o altrui) vorrei evitarle… se faccio parte della percentuale di malati cardiovascolari o se dovrò pagare una patrimoniale sulla mio reddito da pensione (da devolvere ai trapanatori francesi)  per “colpa” di un uomo seminudo che faceva comizi anti-umanitari ma protav  dal Papete-beach (a breve distanza dalla sede della CMC) o per “merito” di una donna sensibile al fascino- ieri della conserva da pomodoro, domani  del Cementarmato – non mi pare faccia molta differenza.

Borgone Susa, 6 settembre 2019 – Claudio Giorno,

 

GENOVA, UN FERRAGOSTO FA

A ferragosto, si sa (anzi si sapeva) quotidiani e telegiornali sono a corto di notizie. Esaurite le immagini e le interviste ai turisti più temerari attorno a fontane prese d’assalto nei  centri storici roventi, archiviata la “cerimonia del ventaglio” in cui augurano buone ferie (“di crisi”?!)  ai presidenti della Repubblica, e di Senato e Camera, dato conto degli inevitabili fatti di cronaca nera che non vanno mai in ferie, si fatica a riempire le pagine e gli spazi televisivi tra gli affollati (e redditizi) inserti pubblicitari di stagione.

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Ma da un anno non è più così, da quel “maledetto” 14 agosto del 2018 in cui le prime notizie frammentarie accennavano al crollo di un ponte in una Genova che si era svegliata sotto una delle ormai sempre più frequenti tempeste estive di acqua e vento…un ponte? Un ponte autostradale? “IL PONTE”, il viadotto Morandi, il Brooklyn della Superba, che (assieme alla brutta sopraelevata che ha nascosto per sempre le splendide facciate dei palazzi dei potenti del passato) aveva stravolto la skyline anche per chi si poteva permettere di entrare in porto da una cabina dell’ultimo piano di una Costacrociere.

43 le vittime che l’improvvisa, devastante torsione dell’impalcato stradale (causata verosimilmente dallo spezzarsi di uno dei tiranti ammalorati ma mai adeguatamente mantenuti) aveva scaraventato assieme migliaia di metri cubi di calcestruzzo sul greto del torrente Polcevera, sul fascio-binari sottostante, su raccordi stradali, capannoni e case scavalcate dall’ardita opera di ingegneria degli anni de boom economico, della motorizzazione di massa, dell’orgoglio di imprese e maestranze impiegate nella realizzazione delle Grandiopere che – iniziate con la ricostruzione del dopoguerra – nessuno osava mettere in discussione.

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La data di apertura fu il 4 settembre 1967” – ci ricordano  Marco Lillo e Ferruccio Sansa in un dossier  esclusivo de il Fatto Quotidiano dell’11 agosto; un documento di straordinaria importanza storica e forse anche giudiziaria se la Procura di Genova vorrà acquisirlo. Ma qui quel che voglio evidenziare è la madre del Viadotto sul Polcevera: perché del “padre”  – l’ingegner Riccardo Morandi – hanno parlato tutti;  della “madre” senza il lavoro di Lillo e Sansa non si saprebbe neanche il nome: “Parliamo della Società Italiana Condotte d’Acqua. Fondata nel 1880, e che fino al 1970 è stata di proprietà dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede e di Bastogi. Dopodiché è stata acquistata dal finanziere Michele Sindona che l’ha venduta al gruppo IRI-Italstat. Oggi si chiama Condotte e sta affrontando un difficile risanamento”.

Vorrei che ci si concentrasse su questi nomi e sulla situazione attuale: il Vaticano-impresario, Lo Stato-Impresario e il tramite, Michele Sindona, “banchiere di dio”, pericolosamente vicino ad Andreotti e affiliato alla Mafia italo-americana (che lo avrebbe soppresso in un carcere Usa,  ma solo dopo che era divenuto troppo scomodo quale mandante dell’omicidio dell’Avvocato Ambrosoli; l’efferato assassinio  dell’eroe borghese – lasciato solo dalla politica della Milanodabere – a liquidare la banca del finanziere sodale del cardinal Marcincus)…

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Ma vorrei soprattutto che si riflettesse su una impresa storica, un tempo tra le più solide; passata più volte di mano e presieduta fino all’arresto dello scorso anno da un rampollo di un’altra “famiglia- impresaria”, Duccio Astaldi;  è per alcune classifiche la terza in italia con 3mila dipendenti e, con una “qualificazione” (il curriculum delle società)  da fare invidia a molti gruppi di finanza e costruzioni del nostro paese;  quantomeno per quel “portafoglio ordini” che comprende (in associazione temporanea con altre aziende) il sottoattraversamento Tav di Firenze, la linea Tav tra Brescia, Verona e Vicenza, il lotto austriaco del tunnel di base del Brennero e – in Svizzera  – del tunnel di base del Monte Ceneri, tra Bellinzona e Lugano e l’autostrada Chiasso-San Gottardo; e – tornando in Italia  la partecipazione al consorzio Venezia Nuova  per il famigerato MOSE, e l’autostrada Messina Gela sui cui appalti è inciampato il presidente accusato sia in sede civile che penale di gravissimi reati che lo hanno condotto lo scorso anno agli arresti domiciliari! Ma non prima di aver portato i libri in tribunale per anticipare i creditori (banche e fornitori) con una esposizione di poco meno di 2 miliardi di Euro!

Perché l’ammaloramento delle infrastrutture del nostro paese pare andare di pari passo con quello – intimo – delle imprese di costruzioni, vasi di coccio tra i giganti di ferro degli altri paesi UE, che – paradossalmente – sembrano essere state penalizzate proprio da quel mercato domestico e protetto degli anni del Morandi  in cui non dovevano lottare con la concorrenza. L’inchiesta di Lillo e Sansa riesuma un ponderoso carteggio fatto di fogli battuti a macchina, annotazioni a penna, schizzi su carta ingiallita, a corredo di ricordi degli abitanti del disgraziato quartiere finito sotto un viadotto e di foto d’agenzia in bianco e nero dei megacantieri di realizzazione delle torri, di tesatura dei cavi, di assemblaggio degli impalcati.

Emergono i dubbi e le preoccupazioni (per la incolumità di automobilisti e abitanti ) che fin dai primi lavori di realizzazione delle tre imponenti torri, serpeggiavano tra coloro che firmarono i progetti, i libri di direzione lavori, i verbali dei collaudi statici . Lo stesso Ingegner Morandi viene più volte chiamato direttamente in causa; Lillo e Sansa: citano “una lettera raccomandata del 23 novembre 1968 “ in cui “l’ingegner Nicolò Trapani, capo dipartimento Anas”, scriveva: “A seguito di sopralluogo effettuato congiuntamente a tecnici dell’impresa e di Autostrade, che ha in concessione la Genova-Savona, è stato rilevato che su entrambe le pareti laterali esterne della travata scatolare facente parte dell’elemento bilanciato (pila 11) in corrispondenza dell’attacco dei ritti sono visibili filature capillari con inclinazione a 45 gradi circa”. Trapani era un ingegnere puntiglioso che non aveva timore di mettere nero su bianco i suoi dubbi. A lui non importava che quel ponte fosse un’arteria fondamentale per il traffico del Nord. Che la politica premesse tanto perché si trattava di un simbolo dell’Italia che in quegli anni cavalcava il boom. Trapani temeva che lo Stato pagasse miliardi di lire per un’opera che eventualmente non fosse stata eseguita a regola d’arte. Ma soprattutto si curava della “pubblica incolumità”.

Il Ponte delle Condotte in costruzione

Dai faldoni polverosi conservati in qualche archivio (dell’ente concedente? Di un funzionario diligente?) emerge un’altra Italia, elettrizzata dalla crescita a due cifre, ma intransigente, organizzata in modo semplice ma rigoroso: Il progettista, il direttore dei lavori, una concessionaria (pubblica) deputata alla realizzazione del tronco autostradale, l’ente concedente Anas (braccio operativo del ministro non a caso denominato dei Lavori Pubblici), l’impresa costruttrice che ha vinto la gara d’appalto (spesso coi famigerati massimi ribassi): un  conflitto  di interessi in delicato equilibrio che se ben governato produce opere durature e corretto uso del denaro pubblico, se “traggheggiato” genera tangenti e infrastrutture destinate a deperire in pochi anni e a trasformare la pubblica amministrazione in un appaltificio permanente: abbattimenti, rifacimenti, manutenzioni ordinarie assenti perché poco appetibili,  e straordinarie che divengono routine…e soprattutto contenziosi legali infiniti (coi quali si “recuperano” i ribassi d’asta più inammissibili e si creano le “provviste” per una tangentopoli infinita; che è quel che succede oggi con la legalizzazione della intermediazione parassitaria attraverso l’invenzione dei contraenti generali di cui non si capisce la funzione e l’utilità;  e con la progettazione definitiva in mano all’impresa costruttrice  (nelle cui sedi crescono a dismisura gli uffici legali a scapito degli uffici tecnici)!

I giornalisti del Fatto correttamente non pretendono di sostituirsi al peraltro arduo compito che attende la Procura di Genova. Il loro dossier è un contributo (straordinario) alla storia contemporanea destinato non a stabilire la responsabilità penale del crollo, ma (appunto) a capire “cosa siamo” attraverso il “come eravamo”. Non da risposte a domande quali : -Il ponte era mal progettato? -Il collaudo statico fu svolto superficialmente caricando l’impalcato con autocarri meno pesanti del prestabilito? – Doveva essere chiuso perché  pensato per un traffico giornaliero medio di 30mila veicoli di peso e velocità anni-settanta e “costretto” a sopportare 100mila veicoli di peso e velocità anni duemila e oltre ? – Un viadotto  di quell’impatto (anche inquinante) era la soluzione giusta per bypassare una città-porto,  annodare la viabilità Tirrenica con quella della Pianura Padana che l’apertura della Voltri-Gravellona Toce fece più che duplicare? Perché sono domande alcune delle quali si pongono tal quali oggi visto che il percorso della “bretella autostradale” sarà lo stesso (sia pure attraverso una struttura che si annuncia più pragmatica, nonostante la Grandefirma posta sotto il primo progetto di massima).

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Perché ci vorrebbe un processo parallelo (e di difficile classificazione tra penale, civile e amministrativo) per stabilire chi e con quale motivazione ha stravolto l’impianto (già di per se discutibile)  delle concessioni autostradali stabilendo che la privatizzazione di un monopolio naturale e la legittimità di garantire utili adeguati a reggere le dinamiche speculative della Borsa non avrebbero determinato queste e – dio non voglia – altre tragedie nel futuro prossimo e a maggior ragione in quello “remoto”: gli allarmi lanciati in Italia come in Francia e in tutto il mondo sull’”aspettativa di vita” del calcestruzzo, unito alla tutela degli interessi dei costruttori (e delle banche con essi esposte) e alla idea criminale di affidare la gestione delle utility (autostrade, ferrovie, porti e aeroporti, energia, acqua ecc) a finanziarie multinazionali garantendo loro profitti mal governati da authority sempre più notarli quante altre morti rischia di provocare?

Capisco e che i familiari delle vittime abbiano chiesto con dignità e forza la non presenza alla commemorazione dei loro congiunti dei vertici della concessionaria cui è stata affidata più di metà della rete autostradale pubblica  (costruita e mantenuta col denaro dei cittadini sia attraverso le tasse che col pedaggio); persone ambiguamente e incautamente invitate dalle autorità civili e religiose che si sono intestati la cerimonia…). Ma forse – se vogliamo per una volta essere ammaestrati da quanto emerge dalla nostra storia pur recente, è ora di riconsiderare radicalmente la gestione delle reti nevralgiche del paese sottraendole alle speculazioni (e ai capricci) del “mercato” denunciando la responsabilità morale di chi lo ha deciso e continua a permetterlo a vantaggio  di “cittadini evidentemente più uguali degli altri”.

 Borgone Susa, 14 agosto 2019 – Claudio Giorno

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(Quest’anno non hanno aspettato la notte di San Lorenzo)

Lettera aperta a una… vincibilearmada convinta che nel 2018 si sia votato “proprio per loro” (nome, cognome e indirizzo) e non contro “gli altri”.

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Sono uno dei sette milioni di italiani (ovunque nati o residenti) che negli ultimi anni hanno avallato l’intuizione di un comico prestatosi alla politica; cosa un po’ stravagante – ammetto – anche se dalla Francia alla Polonia , agli USA non mancano né i precedenti, né gli imitatori;  nel mio caso – poi – il fatto è ancor più anomalo perché sono vecchio e recidivo rispetto all’elettorato “grillino” prevalentemente giovane e distaccato… Ma un voto dichiaratamente di protesta mi pareva l’ultima possibilità rimasta di mandare un segnale – chiaro e forte – alla aristocrazia ladra che si è impadronita dei nostri destini. Mi si scuserà – spero – se non mi rifaccio alle analisi raffinate dei Paolomieli, se “volo basso”, ma votare movimento 5 stelle per me non è stata una scelta ideologica. (In quella armata brancaleone c’è tutto tranne che le ideologie croce e delizia degli anni – non solo giovanili – della mia frequentazione della Politica…). Confermo (l’ho dichiarato più volte pubblicamente) che dopo una vita passata nella illusione che si potesse “votare per”, ho “votato contro”. Contro l’FMI, JP Morgan e tutte le società di rating / banche d’affari che governano l’umanità intera senza nessuna delega, che scommettono sul nostro futuro (soprattutto su quello di chi verrà) sottomettendo le leggi inderogabili della termodinamica a formule astratte di matematica finanziaria che presuppongono che le risorse del pianeta siano illimitate. Che considerano PIL sinonimo di benessere anche e soprattutto quando lo si alimenta con la vendita di ogni tipo di armamento a ogni “razza” di umani (dai terroristi islamici, ai “principi” sauditi ai suprematisti bianchi)…Che pretendono che le Costituzioni, scritte da uomini saggi e di alto profilo etico siano “adattate” alle “esigenze dei mercati”… e che – ritornando al nostro sempre meno bel paese –  certificano che interessi bancari da usura per finanziare guerre& Grandiopere siano considerati legittimi mentre non corrisponderne affatto ai risparmiatori (anzi rapinandoli anche dei piccoli capitali depositati) possa godere di impunità assoluta. (Sia per gli amministratori delle banche colabrodo e ancor più verso chi cumula stipendi e pensioni d’oro “giustificate” da una funzione di vigilanza …mancata).

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Ecco, in tutte le ultime tornate sono andato a votare contro; contro (per fare un paio d’esempi) “i Visco” o “i Bassanini”, nato – quest’ultimo – come “eroico oppositore” del  Craxi-padrone ma  divenuto il simbolo della sottrazione di ogni possibilità di governare a chi è stato  democraticamente eletto nei piccoli comuni come nel parlamento; l’”architetto” che è riuscito a trasferire il potere (un po’ alla volta e quasi senza che ce ne si accorgesse) dai cittadini normali ai burosauri che nessun asteroide riuscirà mai a estinguere…

 Ho votato contro chi ha regalato a privati-predoni le banche pubbliche, le aziende elettriche e petrolifere di stato, le concessioni autostradali e – prossimamente – quel che resta della rete ferroviaria…

 Ho votato contro i rami cadetti delle famiglie che sedevano nei “salotti buoni” della Milanodabere ai tempi in cui Mariochiesa nascondeva nelle sue mutande non le vergogne, ma le banconote sottratte all’istituto dei “poveri vecchi”…

 Ho votato contro e non mi sono preoccupato – confesso – di capire chi – per banale calcolo aritmetico – avrebbe beneficiato del mio voto. Mi sono fidato delle personalità indicate quali punti di riferimento etico, politico, professionale (Rodotà, Imposimato, qualcuno li ricorda?)… E persino del ruolo di garante del fondatore (ormai superato anche se non ho mai capito se per sua o altrui volontà); e si che –  va riconosciuto – non mancavano gli “avvertimenti” ad ogni presentazione di liste elettorali; “ma guardateli in faccia, ma vi sembrano persone capaci di amministrare la vostra città, la vostra regione, lo stato centrale?” e giù botte da orbi a candidati sindaci, consiglieri e poi deputati e senatori dalle facce pulite ma dall’aria smarrita, consapevoli di star per compiere un (triplo) salto mortale nel buio; sembravano battute al vetriolo ma autoironiche come quelle degli spettacoli, prima e dei waffaday, dopo  e invece erano – evidentemente – la fedele fotografia dei futuri “capipolitici”; tanto più inadeguati quanto più sgomitanti… di qui – immagino – il lento ma inesorabile farsi da parte non solo dovuto alla rogna del dover dirimere faide tra cerchi magici (in continua scomposizione come in un caleidoscopio rotto), ma anche alla consapevolezza crescente di aver dato vita a una “creatura” forte quanto infelice la cui sovradimensione doveva rivelarsi in tutta la sua grandezza con le elezioni politiche del 2018.

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Potrei andare avanti a congetturare e rimurginare ma so che questa “letteraperta” verrà probabilmente letta e stigmatizzata da chi sa sempre come votare e soprattutto non votare e in ogni caso non da Beppegrillo in persona; e un po’ mi dispiace, perché avrei voluto chiedergli  se dopo la lettera di licenziamento dal  cazzaroverde a Conte e quel che resta di Dimaio non si senta un po’ Frankensteinsenior. Perché se si guarda disincantatamente  a quel che hanno combinato coloro ai quali era stato consegnato un progetto di buon uso della Politica lo smarrimento è d’obbligo.

 Molti di noi semplici ma dichiarati elettori hanno seguito con crescente sconcerto questa sorta di “evoluzionedarwiniana” di una specie che gli anticorpi, li ha usati non tanto contro gli impresentabili di ieri e di oggi (buona parte dei quali seduti con arroganza negli stessi banchi di governo!) bensì contro gli attivisti prima, e i cittadini poi, che li invitavano a recuperare lo spirito fondativo del movimento (anche a costo di rinunciare di propria iniziativa ad essere “forza di governo”, non fosse altro per elementare “furbizia”, e cioè prima che fossero “gli altri” a staccare la spina ribaltandogli addosso la responsabilità della crisi…).

 So bene – proprio perché sono (ripeto) un vecchio elettore recidivo che c’è sempre una ragione per tenere in piedi la più indecente delle baracche: quando ho votato PCI “bisognava” farlo per non consegnare il paese alla destra reazionaria, i DS per non cascare dalla padella democristiana alla brace forzitaliota, Rifondazione per evitare che la politica sociale venisse gestita dai “miglioristi” di Napolitano&Legacoop…Ho fatto persino parte dei fondatori delle liste verdi (non partito) con cui ci si illudeva di condizionare le forze politiche tradizionali (che all’epoca ci sembravano destinate all’eternità) verso una politica più rispettosa del territorio e dell’ambiente…col risultato che a ogni elezione c’è qualche foglia di fico equamente distribuita tra tutte le coalizioni alla ricerca del quorum col solo scopo di raccattare anche qualche “voto ecologista di bocca buona”… Ma faccio parte di quella specie (probabilmente in via di estinzione) che non ha  mai attribuito ai soli momenti elettorali “il tempo del far politica”(anzi) mi ostino a pensare che “stare con la gente”, “essere la gente – sia più importante che “governare la gente” tanto più che la vera funzione di “esecutivo” sta ormai in tanti altrove.

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Godendo di una dignitosa pensione sono consapevole che milioni di persone aspettano con comprensibile ansia che il reddito di cittadinanza si consolidi invece che venir spazzato via per far posto alla flat tax  a beneficio dei furbetti della elusione.

Ma come sa qualche autolesionista che mi legge sono un cittadino della Valle di Susa che 30anni fa ha dato vita con molti altri al movimento oggi universalmente noto (al di la di ogni aspettativa) come “No Tav”… In tanti anni siamo divenuti una “comunità consapevole”. Consapevole delle dinamiche finanziarie fini a se stesse, occulte e rigorosamente private che stanno dietro alla realizzazione di opere pubbliche … (siamo la vallata alpina con – probabilmente –  la più alta densità di Grandi Opere per metro quadro di terreno utile e per abitante). Siamo consapevoli dei nostri diritti (calpestati da una militarizzazione senza precedenti) di difendere la nostra terra e , ma anche dei limiti della nostra pur ammirata e lunghissima lotta: Io non credo che si possa “esportare” la ribellione popolare di Venaus dell’8 dicembre 2005 su cui aprirono tutti i telegiornali nazionali, esattamente come non si può “esportare la democrazia”. Né che la nostra vertenza sia più importante di quella contro l’inquinamento-serialkiller di Taranto (a danno soprattutto dei bambini), della contestazione di un gasdotto imposto per ragioni “geopolitiche” (come si dice adesso) e per giunta collocato lungo una faglia sismica attiva; né che acquistare aerei da guerra (che tra gli stessi militari vengono considerati superati) sia preferibile a investire un ordine di grandezza in meno di denaro pubblico per aumentare – ad esempio – mezzi e piloti di Canadair in un paese flagellato dagli incendi boschivi. Nessun “diritto di tribuna” – insomma – a danno delle mille vertenze territoriali di un paese bello quanto fragile e indifeso come il nostro. Ma che può rivendicare con fierezza di aver dato un non trascurabile contributo alla caduta di un governo (*) che – per tanti motivi che vanno ben oltre l’ennesimo si al Tav – non avrebbe mai dovuto nascere

 (*) lo certifica  inequivocabilmente la mozione di sfiducia al suo stesso governo redatta dal cazzaroverde e dal suo braintrust, orgogliosamente detto “labbestia”

 Borgone Susa – 10 agosto 2019, notte di San Lorenzo – Claudio Giorno

CINQUANTANNI A GUARDARE IL DITO CHE INDICA LA LUNA?

Premetto che mezzo secolo fa rimasi anch’io sveglio l’intera “notte lunare”come tanti coetanei nonostante l’ansia per l’esito dell’esame di maturità, le immagini in bassissima definizione in bianco e …grigio, il penoso litigio tra Titostagno & Ruggierorlando circa il “tocco” della superficie lunare avvenuto o in divenire da parte del “LEM” di Armstrong e Aldrin, (già piloti USAF della guerra di Corea prestati alla NASA)…

Premetto poi che all’epoca non si sapeva nemmeno che il rischio, per i due uomini, di essere abbandonati a morire nel Mare della Tranquillità – (assunto per anticipare l’ Unionesovietica) – fosse attorno al 50% …

 Aggiungo anche che sono sufficientemente consapevole che le missioni spaziali dell’una e dell’altra superpotenza militare dell’epoca (quelle che proseguono oggi col coinvolgimento di tanti paesi tra cui il nostro) sono state di stimolo a un progresso tecnologico che ha portato nell’arco di una sola generazione dal primo volo dei fratelli Wright al primo passo sul nostro satellite naturale…Cosa narrata nella serata-Moon da “Piero & Alberto Angela snc” sulla nazionalpopolare (o populista?) Rai, citando la propria rispettivamente madre e nonna che vide de visu il primo tentativo di volo a Torino e (in TV) il primo allunaggio…

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E concludo sottolineando che proprio perché sono contrario a che si continuino a offrire i denari pubblici a mafie, partiti e imprese decotte in cambio di “commissioni” dal 4 al 40% grazie a “mission” assai meno suggestive come il “movimento terra” (o la fornitura di gasolio da autotrazione) preferisco che la spesa pubblica venga destinata a scienza e salute, pur nella consapevolezza che anche li si possa rubare, (ma con un coefficiente di difficoltà ben più alto e margini così esigui da scoraggiare quantomeno le “corti dei miracoli” in transumanza perenne verso il partito di turno al potere)…

 E allora,, tutto ciò riconosciuto e confessato (non per mettere le mani avanti, ma per ammettere i miei limiti e confessare le mie debolezze), rivendico un modesto e circoscritto diritto di tribuna (a latere di tante e autorevolissime celebrazioni…e celebranti) per evidenziare un collegamento che nessuno mi sembra abbia fatto fra l’eco dell’Anniversario e il banale quotidiano che (anche negli orgogliosi USA e proprio nella “Grandemela) avrebbe dovuto attirare l’attenzione di ben altri commentatori:

“È emergenza caldo negli Stati Uniti : sono quasi 200 milioni, secondo il National Weather Service; le persone interessate dalle temperature eccezionalmente alte che oggi, 20 luglio, e domani mettono in allarme buona parte del Paese”. Lo scrive (da noi) il sito di Sky News 24, https://tg24.sky.it/mondo/2019/07/20/meteo-caldo-record-stati-uniti-new-york.html , che aggiunge (tra l’altro):  “New York nella morsa del caldo (…), un “caldo oppressivo e pericoloso”, ammonisce il NWS. “Un caldo eccessivo, un killer silenzioso”, scrive la National Oceanic and Atmospheric Administration. E infine (ma guardandosi bene dal collegare le cose): “a causa delle temperature altissime la città ha annullato una serie di eventi. In particolare, non si terranno l’OZY Fest, un festival all’aperto in programma per sabato e domenica a Central Park, e una commemorazione a Times square per i 50 ANNI DALL’ATTERRAGGIO SULLA LUNA”.

Ecco, allora se è consentito a un semplice terrestre – uno di alcuni milioni ormai attempati che seguirono l’evento e dei miliardi che stanno vivendo le conseguenze del cambiamento climatico (quello negato dall’inquilino attuale della Casabianca): non è che in questo mezzo secolo abbiamo guardato troppo non tanto la LUNA; ma – come lo stolto – il dito che la indica e trascurato un po’ la terra? Perché se lo stesso sforzo economico, scientifico, culturale e – perché no – “eroico” lo avessimo prodotto per contenere davvero (e non solo “propagandisticamente”) l’inquinamento, forse non ci dibatteremmo a settimane alterne tra ondate di “calore-killer” e cataclismi atmosferici sempre più violenti.

 Borgone Susa , 21 luglio 2019 (29 gradi, “32 percepiti”) – Claudio Giorno