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IL (VICE) BOSCAIOLO, IL (VICE) DISBOSCATORE, E IL CONTE ZIO…

favola triste e solitaria sulla caduta delle stelle (e degli alberi)

Il primo ramo lo segò a Taranto; vi si era seduto per osservare le poveri rosse uscire dall’Ilva per posarsi negli alveoli polmonari di uomini e donne, vecchi e bambini del quartiere Tamburi-prima-e su tutta la città-poi.

Rischiò di cadere ma fece in tempo ad afferrarsi a quello a fianco. Assai più lungo e proteso verso il mare e da cui si vedeva l’intero tracciato del Tap, da Lecce (Puglia) a Sulmona (Abruzzo) e oltre, (Marche). Si rese conto che i tubi, le centrali di compressione, e tutto l’impianto seguiva (quasi che la cosa fosse voluta) la faglia dei più recenti e devastanti terremoti…Ma affondò la lama nel legno tenero e la spinse con forza.

Cadde , sta volta, ma per miracolo rimase impigliato in altro un ramo da cui si vedeva comunque l’Adriatico e anche lo Jonio: e tutte le piattaforme  con le trivelle pronte a cercare idrocarburi ma pagando un “canone delle patate”…fu salvato a stento da un forestale che gli suggerì di aumentare almeno il canone alle petrolifere (come facevano gli altri paesi europei) interponendo anche una moratoria che però provocò l’ira del suo vice-collega (un cui importante e navigato staffiere doveva aver fatto qualche promessa).

Ma la smania di segare i rami su cui stava seduto era divenuta compulsava: risalì il tronco fin quasi sulla cima per essere sicuro di vedere distintamente il Limonte, dove giaceva asfittica una associazione temporanea di imprese che era riuscita – tanti anni fa – a farsi affidare progetto, approvazioni ed esecuzione dei lavori per il cosiddetto Terzo valico appenninico (anche se in realtà sono almeno cinque)…Era nel frattempo stata redatta una analisi costo-benefici clamorosamente negativa, ma l’architettura contrattuale-fai-da-te della lobby costruttrice affermava che le penali di recesso – come per lo la società del Ponte sullo Stretto di Messina – sarebbero state tali da costate più di continuare il buco. Usò la relazione – bella spessa – per accomodarsi meglio e  ricominciò a spingere e trascinare la lama dentata con lena.

In questa parte del fusto i rami erano più corti e più ravvicinati, come e’ normale quando ci si avvicina alla sommità. Non gli fu quindi difficile precedere lo schianto e afferrarsi (sia pure con i piedi) a dei rametti da cui si vedeva distintamente la cupola di una chiesa: era la cattedrale di S.Gaudenzio di Novara da cui lo sguardo poteva spingersi, tra le risaie, fino all’aeroporto militare di Cameri, dove veniva assemblata la ferramenta degli F35 dando lavoro a un po’ di metalmeccanici. Pensò che almeno su questo  la CGIL non lo avrebbe attaccato e giù a segare a testa bassa. Ma sta volta rischiò il collo perché anche il santo di cui era manifestamente devoto, il vescovo Gennaro di Napoli, fu per un attimo tentato di non rinnovare il miracolo. Ma si sa, i santi son tali perché perdonano anche chi-non-sa-quello-che-fa e così si ritrovò posato sul ramo di nordovest, quello dove da trent’anni era in piedi una lotta di boscaioli, montanari e qualche viandante venuto da una città che pure era stata industriale e forse proprio per questo era amante della natura. Si ricordò d’esserci stato – una volta –  quando la cosa da difendere era – se possibile – ancora più importante: la Costituzione Italiana! Si ricordò che il fondatore della congregazione delle stelle si era addirittura ammanettato in una baita cui erano stati apposti dei sigilli dallo sceriffo di Nottingham, il propugnatore del TAV, e della necessità di tassare i poveri cittadini devoti a Re Riccardo per arricchire i signori del tondino e del cemento che avevano seduto sul suo trono il principe  Giovanni-senza-terra (ma con facoltà di espropriare i legittimi proprietari)…

Provò a fermare il braccio, a lasciar cadere l’impugnatura della lama, ma il collega vice-disboscatore con la complicità del Conte-zio e di certi avvocati della repubblica – non libera – di Bananas gli afferrarono saldamente il polso. Strinsero la mano e spinsero violentemente il gomito…

Cadendo –‘sta volta  irreparabilmente – vide la montagna su cui l’albero (ormai quasi privo di rami) era radicato.  C’erano ancora i segni del grande incendio che aveva distrutto molti altri boschi, delle frane che minacciavano ogni pendio e che avrebbero necessitato di tante piccole opere utili e desiderate (come i paesi terremotati e i viadotti ammalorati…o mal realizzati). E lassù – più in alto – c’era ancora la neve e una processione che pareva di formiche: erano i migranti scampati ai blocchi navali ordinati dal feroce disboscatore e di cui s’era occupato (con molto più zelo che non di Tav & Tap) il suo liutaio da Cremona (che di sviolinate un po’ se ne intendeva ma di tunnel e viadotti assai meno)…Vide che qualcuna di quelle povere anime scampava a morte certa per assideramento (decretata tra l’altro da un banchiere che s’era fatto predidente e risiedeva nella reggia che fu del Re degli astri; uno di cui pure lui s’era occupato, e proprio a proposito di paesi sovrani e di colonie africane). Fece ancora in tempo a vedere che a salvarli da morte certa c’erano anche quei delinquenti dei No Tav che il suo feroce collega voleva incatenare tutti in galera. (Quindi non era vero che fossero tutti Nimby ed egoisti, asserragliati in difesa delle loro villette)

Poi rovinò al suolo con tutto l’albero sul cui ramo più alto – inarrivabile – stava una campana di vetro con dentro una tesserina blu con su scritto “reddito di cittadinanza”: la “card di Robin Hood” con cui ridare ai poveri appena un po’ di quanto nelle mani avide dei ricchi. Che però avevano capito prima di lui che non potevano permettere che le elemosine venissero sottratte ai profitti di Tav & Tap sui monti e colline, di Triv e fonderie in mezzo al mare, e che nel frattempo avevano affidato le loro sorti a un feroce ma furbo disboscatore che solo qualche mese prima detestavano per come stava seduto a tavola ruttando nello smartphone.

Borgone Susa, 12 fenbbraio 2019 – Claudio Giorno

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LE INCOMPIUTE (OVVERO IL TAV SECONDO MATTEO)

Ma davvero “terminare” il “Tav” Torinolione costerebbe meno di abbandonarlo (al suo triste destino)…davvero chi “ben comincia” (a governare) è “a metà dell’opera”?

Il vicepremier Salvini nella sua ultima temeraria impresa, quella di offrire al mondo degli impresari padani (da dovunque arrivino) una sponda governativa SiTAV= proGrandiopere usa con innegabile abilità tutta la potenza di fuoco dei “social fai da te” per fare breccia nella opinione pubblica un po’ pigra e di bocca buona che pende dai suoi selfie,,,

Corroborato dai “giornaloni” e dalle reti televisive (unificate pro tav) brandisce con furbizia un tema caro agli spettatori di Striscialanotizia fin dai tempi del Gabibbo; la denuncia delle INCOMPIUTE: chi non si ricorda il viadotto autostradale sospeso su un camposanto, gli ospedali nuovi di zecca  chiusi una settimana dopo l’inaugurazione e depredati di tutto, dalle apparecchiature diagnostiche agli arredi alle tazze dei cessi…O i capannoni industriali finanziati da Cassadelmezzogiorno & UE vuoti e abbandonati tra gli ulivi (pre Xilella?)…

 “Se c’è un buco già scavato di 20 Km sotto una montagna io sono per portarlo a termine”: E’ il buonsenso, bellezza, che vi parla come mangia! Neanche le Madamine finto-naif, (ma rinomate esperte in comunicazione) si sono rivelate così efficaci, capaci di tanta sintesi). Ma allora – in attesa che tra le tante felpe della sua collezione pret-a-porter – ne indossi finalmente anche una arancione vogliamo esplorarli assieme questi 20 Km?

Parto da una domanda secca, ineludibile che mi ha posto una cara amica qualche giorno fa (particolarmente e comprensibilmente colpita dalla categoria usata dalla lobby proponente la Grandeopera per veicolarla: gli operai(!):

ma è vero oppure no che il tunnel lo stanno costruendo, che comunque i lavori stanno andando avanti? Ieri ho visto un’intervista a degli operai che affermano questo.. (grazie)

Ciao carissima e buona domenica anzi tutto.

La tua domanda esige una risposta rigorosa. Vediamo se riesco a scriverla senza troppi tecnicismi ma lasciando gli slogan a Telt (fornitore dati della “realcasa Legasalvinaio”).

I proponenti (francesi e italiani con i primi in posizione dominante, non dimentichiamolo mai, ma con i secondi chiamati a una spesa inversamente proporzionale ai km di galleria e alla ripartizione proprietaria) sono più abili nel gioco delle tre carte che a scavare.

Se è vero come è vero che i 3 soggetti che si sono alternati in poco meno di 30anni (Geie-Alpetunnel per la promozione, LTF per la progettazione, TELT per la realizzazione) sono in clamoroso ritardo sui loro stessi cronoprogrammi…Fa tenerezza andarsi a rileggere oggi i vecchi titoli dei giornali fiancheggiatori dove la data per la entrata in funzione non del tunnel di base (57km), ma dell’intera Lyon-Torino (circa 270 Km) è stata via via spostata in avanti: nei loro documenti ufficiali i francesi indicano il 2038 (duemilatrentotto) come orizzonte ipotetico per la realizzazione dei diversi itinerari (neanche ancora inseriti in un progetto di massima!) per collegare Chambery con Lyon (attraverso 3 tunnel complessivamente lunghi quanto la galleria di valico, e/o il contestato percorso attorno al lago di Bourget (Aix les Bains)…

Ma allora perché persino uno “sveglio” come Salvini, sedicente “nemico” di Macron, conclamato amico di Marine Le Pen (contraria all’opera…) parla ancora oggi di 20 km già scavati sotto la montagna? Perché i suoi ghostwriter hanno “copiato e incollato” le slides propagandistiche di TELT che somma i 7 km della galleria geognostica di Chiomonte terminata lo scorso anno, con quelli delle discenderie (geognostiche) “sospese” da oltre 10 anni dai francesi. Messe in pausa così a lungo a causa delle gravi difficoltà incontrate per completare l’ipotesi progettuale di proseguirne una in asse alla galleria ferroviaria vera e propria. E non perché “les italiens” si erano impantanati per “colpa” dei No Tav tra Venaus e Chiomonte, ma a causa della natura “fradicia” della roccia incontrata; con (tra l’altro) pericolose sacche di grisou! Per questo si è deciso di collegare la discenderia di La Praz con quella di St Martin La Porte (due delle tre scavate in territorio francese dove si sviluppano 3 /4 del tunnel di valico) seguendo questa volta il tracciato di una delle due gallerie ferroviarie e (ovviamente) scavandola da subito nella sezione definitiva e non col diametro dei cunicoli (delle vecchie  e nuove discenderie in Francia e Italia)…

Ma attenzione: le parole sono importanti diceva come Nanni Moretti in un’era pre Piddì: sia le discenderie che la galleria “futura ferroviaria” non si chiamano “geognostiche” solo per motivi lessicali o correttezza di definizione progettuale, ma anche e soprattutto a fini procedurali & di “contabilità di stato”: infatti sono si lavori (cantieri), ma ancora a carattere di verifica di fattibilità e quindi progettuali; appalti propedeutici (e a tutti gli effetti riconosciuti come tali dalla Commissione Europea che infatti ne rimborsa i costi man mano che le opere procedono); e quindi “saldati” con un contributo a fondo perduto del 50% (mentre se si trattasse di lavori definitivi si dovrebbe limitare a erogare il 40% come da direttive consolidate . Delle due l’una: o si stanno incassando i fondi UE indebitamente oppure non si può dire che siamo già di fronte alla realizzazione di un tratto di una delle due gallerie ferroviarie (due terzi di opera “grezza” di meno di 10 km sui 57×2(le due canne del tunnel di valico)+16 (l’interconnessione Susa-Bussoleno) = 130 Km di opera finita che rappresenterebbero (a loro volta) quel che rimane degli oltre 270 km della fu Lyon Torino sognata da Besson Louis, Agnelli (Umberto), Pininfarina Sergio* (come Chiamparino e Marchionne!), Zanone Valerio, Brizio Gainpaolo, De Palacio Loyola, corroborata” da specchiate persone come  Vattani Umberto, Incalza Ercole, Masera Rainer, Virano Mario…E “certificate” dall’estero da Brinkhorst Lauren Jean, Bulc Violeta, ecc ecc fino alla new entry, la slovacca Radicova Iveta attuale coordinatrice del “corridoio Mediterraneo”…

Lo so, non sono riuscito a essere brevissimo e ad evitare proprio tutti i tecnicismi, ma se davvero vogliamo avere un quadro sintetico e a prova di Salvini della situazione non credo ci sia nulla di meglio della slide proiettata nella ultima audizione alla Camera dal Commissariofoietta in-persona-personalmente e che metto a corredo della mia nota per gli scettici e le madamine: più sintetico e “autorevole” di così!

Ma al di la di quanti – vivi e defunti – si sono alternati e continuano a prodigarsi al capezzale di un progetto malato rianimandolo infinite volte con massicce ma anche tossiche iniezioni di denaro pubblico dovremmo soprattutto metterci d’accordo sulla scelta corretta dell’unità di misura sulla cui base assumere decisioni davvero utili per l’interesse della collettività e non di pochi lobbysti (spesso coincidenti con la proprietà dei giornali di stampa e propaganda):

Perché persino la slide del commissario (prorogato) di governo nella sua spietata sintesi (per i proponenti) appare meno severa di quanto risulterebbe – ad esempio – se traducessimo i km in soldi: perché è vero come è vero che “spalmati” su 30 anni sono stati spesi oltre 1 miliardo (+ mezzo per il cattivo adeguamento del tunnel del Frejus) di lire/franchi prima e di euro poi (soprattutto in metri cubi di carta spesso a beneficio di decisori politici/progettisti in palese e clamoroso conflitto di interessi); ma è altrettanto vero che l’ultima autorevole (ma ormai datata) stima della Corte dei Conti francese indicava in 26 miliardi il preventivo dell’impresa. Quindi anche se prendessimo per buona l’affermazione dettata a Salvini (abbiamo scavato 20 km sotto la montagna) e non la completassimo con i 250 ancora da scavare/costruire (sotto a di fianco alle montagne) il gap diventa ancora più penalizzante se diciamo che abbiamo speso 1 miliardo ma ne mancano 25 (da farsi prestare dalle banche d’affari che ci mangeranno vivi coi soli interessi garantiti dallo stato e quindi prelevati dalle tasche dei cittadini!). …Un altro dettaglio per il gusto di ragionare terra terra, proprio come piace ai seguaci del vicepremier: se anche sposiamo la propaganda (smentita dalle slide ufficiali ma veicolata attraverso i poveri operai che con la chiusura dei cantieri perderebbero il posto) che in Francia sono già stati “completati” 6 km su 9 di un tunnel (ancora geognostico ma utilizzabile un domani per farci passare un treno) possiamo senza tema di smentita dire che siamo arrivati al 6° piano di un palazzo di 9 con i pilastri, i muri di tamponamento, le fognature, le solette e mettiamoci anche il tetto per “buon peso”: ma mancano: i pavimenti, le tramezze, le piastrelle, l’impianto di riscaldamento, i serramenti, gli impianti elettrici ed idraulici e gli arredi: chiunque abbia partecipato anche solo alla realizzazione di una casa popolare attraverso una cooperativa (magari legata alla “Lega” ma a quella del PD) sa che non è arrivato a 6/9 della spesa, ma forse forse a 1/9 e che se ha fatto (magari tramite la finanziaria della stessa “Legacooppiddì” un mutuo a tasso variabile sono cazzi suoi…

Ecco, nel casi del TAV Torinolione sono “cazzinostri. Alcuni tra noi se ne occupano da 30 anni, qualcuno (i pensionati) fa quasi solo più questo da tempo: studia le carte. Stupisce  che uno che deve occuparsi di vicepresiedere il consiglio dei ministri, dirigere un partito in resistibile ascesa, pagarne possibilmente i debiti sia pure in comode rate, respingere i migranti, chiudere i centri di accoglienza, garantire l’ordine pubblico dentro e fuori gli stadi di calcio e magari anche coordinare la caccia ai latitanti (anche mafiosi) abbia trovato il tempo per “sapertutto” sul Tav in un paio di settimane…Complimenti al masterchef che  gli ha insegnato a cucinare la ribollita (ma col microonde).

Borgone Susa – 4 febbraio 2019 – Cludio Giorno

PENSIERINO DELLA SERATAV…

(…a margine della seconda adunata dei Si Tav di Torino)

Io le “madamine” le conoscevo già dieci anni fa. Intendiamoci: non sapevo (come non so ora) chi siano, quali fossero all’epoca i loro interessi sociopolitcoculturali, le loro più o meno ricche fonti di reddito, le frequentazioni…

 Ma conoscevo il mondo “che piace alla gente che piace” (come recitava uno slogan disegnato sull’aspetto retrò di una automobile di marchio Lancia ma di produzione Fiat.

 Ho lavorato 36 anni a Torino, proprio nel settore delle “grandi opere” a volte utili, ma spesso “anche no”e sempre dannose per il territorio e per i cittadini; per quelli resi consapevoli subito dagli espropri e successivamente dall’inquinamento chimico e acustico…E per la larga maggioranza degli inconsapevoli:i contribuenti-tutti i cui soldi venivano asimmetricamente dirottati  in, tangenti,e solo in parte in movimento terra,  calcestruzzo ecc…

 “Corruzione ad alta velocità”, un libro di Ferdinando Imposimato – (il giudice del processo Moro, un  fratello assassinato per rappresaglia dalla Camorra  che ci lasciava giusto un anno fa)-  descrive con ben altra autorevolezza rispetto alla mia quali sono le dinamiche che “fatalmente” prendono il sopravvento  nei mille cantieri compiuti e incompiuti disseminati lungo il fu – belpaese…

Ma non c’è bisogno di aver lavorato nella “capitale sabauda” né di aver “respirato” l’aria malsana dei comitati d’affari subalpini per diventare “No Tav”: Basta e avanza essere nati o abitare in Val di Susa come scrivevo in questa presentazione giusto dieci anni fa senza sapere che mi stavo rivolgendo a quelle che oggi sono divenute universalmente note con l’appellativo “Madamine”

Cg 12 gennatio 2019

Sestriere, calcerstruzzo e lamiere metalliche (ma quando ancora nevicava attenuando l’effetto bidonville dei ricchi)

 “… Valle di Susa: un nome che evoca Olimpiadi, affollate piste da sci, pittoreschi borghi montani, boschi incontaminati e prati fioriti… ma questa è un’altra valle, quella che appare nei depliant patinati dell’Azienda di promozione Turistica.

La Valle di Susa del Movimento No Tav è sconosciuta a chi corre oltre i limiti di velocità in autostrada da Milano al Sestriere: è una lunga e stretta lingua di terra pianeggiante costretta tra monti alti fino a 3500 metri, che lotta da anni contro la disordinata e sterile delocalizzazione industriale dell’area un tempo più industrializzata dell’ intero arco alpino e il cui gruppo dirigente ha da sempre cercato di farne una lunga e squallida periferia urbana

In questo spazio esiguo, largo mediamente poco più di un kilometro esistono “da sempre” due strade statali afferenti a due valichi Alpini internazionali, Monginevro e Moncenisio, l’importante ferrovia internazionale Torino-Lione che porta in Francia attraverso il Traforo ferroviario del Frejus. Il traforo autostradale omonimo collegato a Torino e a Chambery dai raccordi autostradali che lo mettono in rete coi sistemi della grande viabilità italiana e francese.

E in una delle poche valli laterali, la Val Cenischia, sono state realizzate due grandi centrali idroelettriche in caverna, oltre trent’anni fa dall’Enel, oggi dalla Iride, alimentate rispettivamente da uno dei più grandi bacini idroelettrici d’Europa la cui diga in terra grava interamente sul versante italiano, e da una rete di canali sotterranei, dighe e sbarramenti che hanno ridotto a fiumi carsici la Dora Riparia e il torrente Cenischia!

E’ in questo contesto che è nata l’opposizione alla realizzazione dell’ennesima Grande Opera, la ferrovia ad alta velocità/capacità Torino-Lyon che dopo quindici anni di lavoro di contro-informazione di tenace opposizione di Amministratori Locali, Associazioni Ambientaliste e Tecnici qualificati è diventata, nell’ inverno tra il 2005 e il 2006, una lotta di popolo! Una cosa inattesa per coinvolgimento e per capillarità, per intensità e passione, per diffusione di sapere e per capacità antagonista, cui ha certamente contribuito il maldestro tentativo dei Governi centrali e locali di risolvere militarmente il contenzioso mandando le forze dell’ordine a impiantare “manu militari” i cantieri”.

Corso di Alta Formazione “Interventi civili di pace” Genova 6 luglio 2009

Claudio Giorno – Comitato Habitat Valle di Susa – Movmento “No Tav”:

 

AI PEGGIORI NON C’E’ MAI FINE

C’E’ solo una categoria peggiore di quella dei giornalisti: i giornalistisportivi. Fatte anche qui le dovute – ma poche – eccezioni, battono di molte lunghezze i colleghi di cronaca, costume, politica ed economia. Biglietto da visita è la deferenza con cui chiamano “presidente” qualsiasi intervistato, dal radiato dalla FIFA, lo svizzero Blatter, al pugliese Sannella, al vertice del Foggia-calcio un attimo prima del suo arresto per riciclaggio (e del commissariamento della squadra)… Ma il meglio di se la categoria lo da quando accadono episodi drammatici come in questi giorni a Milano dove ultras “alleati” (nel caso quelli di Inter, Varese e i francesi del Nizza), pianificano un agguato ai “nemici” del Napoli che vengono sorpresi su una viabilità secondaria molte ore prima dell’inizio della partita serale tra l’Internazionale Footbal Club (nome che suona oggi grottesco) e  la Società Sportiva Calcio Napoli

C’è voluto un allenatore “anomalo” quale l’ex ct della Nazionale Cesare Prandelli (da poco chiamato a risollevare le sorti della squadra per cui tifavano Don Gallo e De André, il Genoa) per dire in estrema sintesi quel che andava detto: “Bisognerebbe riflettere a lungo sul fatto che una persona, il 26 dicembre, parta da casa con una mazza per far del male ad altre persone”. 

Detto e ridetto, perché mentre scrivo è sabato 29 dicembre, ultima di campionato, l’”ultras” nerazzurro – appassionato di arti marziali, padre di due figli – ancora non è stato seppellito che due pullman di tifosi parcheggiano nella stessa area di servizio dell’Auto-Sole diretti rispettivamente a Roma con tifosi granata a bordo e a Napoli con rossoblu bolognesi a terra e volano pietre. S’indigna persino il ministro degli interni – incauto ma arrogante frequentatore di ultras rossoneri (no, non anarchici, milanisti) che sentenzia il “daspo” a vita per chi ha scagliato la prima e le successive pietre e – di nuovo – i commentatori TV possono svariare dall’area alla cella di rigore, dai cartellini rossi alle camicie nere…

29 dicember 2018.ANSA / CESARE ABBATE

Sono contro ogni forma di razzismo” urla Allegri nei microfoni di Sky, “ma le partite” – come lo show – “non si devono fermare”. ‘Sta sera sembra che i giocatori del Napoli scenderanno in campo con una maschera che riproduce il volto fiero, bello e nero di Koulibaly, il forte difensore della squadra azzurro-mare, da cui (suo malgrado) è partita questa ultima raffica di ipocrisia e retorica che tira su gli ascolti più che un 6 a 2 dell’Atalanta in casa del Sassuolo. L’Atalanta – la Dea – è la squadra di Bergamo, la città dell’arbitro Poalo Silvio Mazzoleni. Quello che potrebbe essere convenientemente proposto per la prossima pubblicità di amplificatori acustici per chi ha problemi d’udito: difficilmente risulterebbe più odioso della “centralinista dei suoni smarriti” che maltratta la malcapitata vecchietta che non ha sentito la poesiola del nipotino. Perché lui – Mazzoleni – non ha sentito i cori razzisti (quelli condannati persino dalla Uefa) che per tutta la partita hanno accompagnato ogni azione del difensore centrale partenopeo. Non solo, ma dopo averlo ammonito per un fallo né cattivo né “tatticamente grave” lo ha espulso quando il giocatore – esasperato – ha ironicamente applaudito l’intransigente severità verso una azione di gioco a fronte della benevola tolleranza nei confronti del comportamento indegno di centinaia di “tifosi” ( “pochi” idioti che danneggiano le persone per bene e le società sane come si affrettano a indulgenti a precisare per parlato e per iscritto gli addetti alla narrazione calciopolistica…).

Ma Koulibaly (che ha scritto su un social di essere orgoglioso della sua pelle nera di Francese-Senegalese-Napoletano-Uomo) è comunque un “immigrato ricco”. Se Mazzoleni il sordo avrà soddisfazione e il “giudice sportivo” confermerà la squalifica non ci rimetterà neanche il premio partita.

Vedremo invece se il suo allenatore – l’esperto e misurato Ancelotti – manterrà fede al suo proposito di fermare la squadra a costo di avere “partita persa a tavolino”, se gli arbitri (peggiori sordi perché non vogliono sentire) avranno prossimamente il coraggio di prendere “decisioni impopolari”, se e per quanto tempo verranno imposte partite “a porte chiuse” e se – tornate a riempirsi di “tifosi” le gradinate i responsabili dell’ordine e sicurezza applicheranno le leggi esistenti. Se – infine – il ministro degli interni verrà finalmente informato dalla Polizia di Stato di chi sono coloro con cui si accompagna: senza dimenticare che solo poco più di una settimana fa tra gli ultras bianconeri fermati fuori dallo stadio Grande Torino, in occasione del “derby”, c’era un poliziotto di frontiera francese: si proprio uno di quelli i cui sconfinamenti tra Claviere e Bardonecchia hanno così tanto irritato il vice-premier…

Perché il razzismo non è un mestiere, ma una (insana) passione… che può anche diventare una professione, come sanno bene sia coloro che delegano la ‘ndrangheta a gestire i biglietti per le “tifoserie organizzate”, sia coloro che scommettono non sui siti mangiasoldi pubblicizzati ogni 3×2, ma sulla paura popolare per vincere il “campionato elettorale”. E vedremo se le lacrime di coccodrillo che inondano gli altoparlanti radio di Sabatosport dureranno almeno sino a inumidire gli schermi Lcd della Domenicasportiva

Borgone Susa, 29 dicembre 2018 – Claudio Giorno

DE BELLO VALLICO

LA GUERRASANTA SITAV DI CONFINDUSTRIA

Qualcuno tra noi si è chiesto – legittimamente – se non sia stato un errore “strategico” quello di invitare i consiglieri M5S di Torino a redigere e votare un odg contro il “TAV”. Vero è che c’era qualcosa di più che l’impressione che il governo gialloverde stesse andando pian piano verso un inaccettabile compromesso tra le sue componenti “asimmetriche”: si al Terzo Valico, si al TAP  e… “ni” (cioè stop per 5 anni) alla Lyon-Torino. Ma nonostante la  “mancanza di rispetto verso i poteri forti” avesse una connotazione così “veniale, dal rischio di fermare la macchina è partita l’escalation della lobby-cementisti; con l’adunata dei “40mila diviso 2 col resto di 1” sabato 10 novembre in Piazzacastello  fino alla “kermesse ad associazioni unificate” delle OGR del 3 dicembre.

Motivi per cui  ci si è sentiti un po’ costretti a scegliere Torino per una manifestazione No Grandi Opere Inutili e Imposte in luogo di tante iniziative  “diffuse” nei luoghi “sotto attacco” ambientale, giocando così un po’ “in difesa” anche a causa di una aggressione mediatica senza precedenti (Ancora in questi giorni le nostre consolidate e autorevoli ragioni vengono coperte da pagine di slogan improbabili ma ossessivamente ripetuti). 

Io, come tutti gli appartenenti al gruppo di coloro che in questi anni hanno lavorato a “smontare” le “ragioni del si al tav (peraltro mai validate, in un quarto di secolo, da un organismo indipendente) ho dato il mio piccolo contributo “tecnico” al dibattito che aveva portato al voto in Consiglio Comunale. E se proprio quel voto fosse stato l’atto “scatenante” non ho nessun problema ad assumermi la mia parte di responsabilità; del resto i consiglieri M5s di Torino volevano, (a buon diritto visto il programma su cui hanno raccolto il consenso di una larga maggioranza di cittadini) “fare qualcosa di No Tav” e se non lo avessero fatto sarebbero stati criticati aspramente per motivi opposti.

In più credo fosse inevitabile – per i nodi – di venire prima o poi al pettine: nel 2005 in Valle di Susa abbiamo  sostanzialmente portato a compimento quella che possiamo legittimamente considerare  la prima ribellione ambientalista a larga partecipazione popolare che ci sia mai stata in questo paese. Una rivolta che – a differenza di altre – non si è esaurita nella rimozione del cantiere di Venaus (una sorta di’Associazione Temporanea d’Impresa “LegaCoop/Compagnia delle Opere”); ma anzi: è proseguita con il tentativo reiterato (sia pure con esiti altalenanti), di “fare rete”: prima con le altre lotte italiane (“il cartun d’le ribelliun”) e poi con quelle continentali e non solo: (l’intuizione di Sabine, Martine e Paolo che chiamiamo Presidio Europa ma è molto di più).

Abbiamo accertato e “processato” . oltre alla inutilità dell’opera – le tante procedure illegali e i responsabili di esse, soprattutto grazie alla straordinaria iniziativa del Controsservatorio/Tribunale Permanente dei Popoli (un lavoro imponente forse ancora sottovalutato anche al nostro interno).

Siamo noi ad aver alzato continuamente l’asticella e l’ormai prossimo 30mo compleanno di lotta ha coinvolto e appassionato (al di la delle nostre stesse intenzioni e aspettative) tre generazioni e tutti coloro che non si sono rassegnati a tante battaglie perse ma giuste dentro e fuori la valle.

Lo hanno “finalmente”  capito persino in Confindustria; non Boccia che è il prestanome pro tempore, ma la filiale italiana della lobby degli alti funzionari che – col corredo di migliaia di “topi nel formaggio” decidono a tavolino come spartirsi la montagna di contributi pubblici che ogni anno spogliano i redditi di cittadinanza (dove ci sono), la previdenza, il diritto alla salute e all’istruzione trasferendoli nelle casse di UE, FMI,WTO & Co e nel fiume carsico di tangenti (multinazionali) di cui beneficiano tutti coloro che – a qualsiasi titolo – “entrano nel giro” (Chiomonte è un laboratorio a cielo aperto dove il fenomeno potrebbe essere studiato nei minimi dettagli fin nella oscurata ancorché conclamata infiltrazione mafiosa)). Ma  l’ esercito (armato) posto a difesa delle GOII non basta più: I Commissari ad acta ormai si fanno gli affari loro o si sono rivelati inadeguati, il PD di Renzi è stato licenziato da JP Morgan per inadempienza nella promessa cancellazione dei diritti costituzionali… Bisognava inventarsi dei pifferai magici & populisti che – magari – “nascessero in vitro nel web” (l’ambiente benigno che Grillo prima e Salvini oggi han dimostrato possa funzionare alla bisogna nel bene e nel male).

Per questo – secondo me –  la prova di forza l’ avrebbero fatta comunque, nel momento in cui il malloppo fosse sembrato davvero a rischio (non era mai successo finora): e a maggior ragione se al posto di Toninelli ci fosse stato – si fa per dire – Alberto Perino,

Non voglio evocare Salvador Allende e lo sciopero dei camionisti cileni – bisogna fare sempre le debite proporzioni – ma se sabato ottodicembre dovessero comparire  nel nostro corteo un “commando di gilet gialli” mi chiederei seriamente se e come si possa transitare da Ventimiglia al Colle della Scala, di questi tempi, senza essere fermati da un battaglione di gendarmeria & doganieri…

Quando abbiamo iniziato l’ennesima campagna ambientalista con la fondazione del “Comitato Habitat per la difesa della residua vivibilità della Valle di Susa”, il professor Claudio Cancelli ci invitò a riflettere sul fatto che ci stavamo mettendo di traverso tra “lorsignori” e 40mila miliardi di lire… Poco tempo dopo – (anche s-vendendo le  Autostrade ai Benetton) – Prodi ci avrebbe portato nell’Euro..Cosicché i soldi in ballo oggi sono un ordine di grandezza in più. Teniamone conto e auguriamoci un in bocca al lupo a tutti noi (specialmente ai nostri giovani)!

 Borgone Susa, 4 dicembre 2018 – Claudio Giorno

 

 

 

 

LEGA-lità, LEGA-lità, LEGA-lità…

Veduta di Riace dal terrazzo di una casa destinata all’abbandono

…E  così il capo di un partito che ha rubato 49 milioni di euro agli italiani farà chiudere, a Riace, una esperienza di accoglienza unica al mondo … e, (dopo  essersi impegnato a restituirli a rate in 80 comodi anni, parola dei galantuomini Bossi  & Belsito) imporrà a Domenico Lucano di rendicontare fino all’ultimo cent quanto speso  per i migranti…   Non solo pace fiscale, ma penale per i ladri di diamanti e galera per chi ruba una mela; altro che  cambiamento: restiamo uno strano paese quale che sia il colore della uniforme indossata da chi si affaccia dal balcone di Palazzovenezia,  ieri nel tripudio di folla, e oggi nella impennata dei sondaggi. Numeri che premieranno – non c’è dubbio – la decisione risoluta di deportare e disperdere tra il filo spinato di mille CIE di chi aveva trovato (e magari ricostruito), una casa vera ancorché ammalorata, imparato un lavoro dignitoso e scoperto una comunità resistente in un borgo calabrolucano sperduto semi-abbandonato sulla collina…

il Salamander Truck col suo inquietante equipaggio di “pompieri incendiari”

Restiamo in trepidante attesa dell’esplosione (di consensi) al primo rimpatrio in Abissinia di qualche faccetta nera. Ma quel che il vero capo del governo “gialloverdemimetico” non riuscirà mai a chiudere sono le emozioni che solo chi è stato a Riace può custodire:nel proprio intimo. Quel che non riuscirà a impedire sono le testimonianze dirette destinate a tramandare la “favola” nonostante la “bomba” che “l’obbbligatorietà dell’azione penale” ha “costretto” a lanciarvi dentro   (come lo stesso procuratore-capo del tribunale di Locri ha voluto/dovuto ammettere). Perché nessuno – credo – si rimangerà quanto detto mille volte nella  piazzetta sotto l’ombrello generoso di un immenso pino marittimo,  o nell’accogliente taverna di donna Rosa. Non tutti i riconoscimenti accordati da prestigiosi organismi internazionali (non a Lucano che stava sempre un passo indietro. ma alla straordinaria esperienza di Riace) verranno ritirati; non tutti (i tanti) libri scritti in questi anni potranno essere bruciati dal “salamander.truck”  dei “pompieri” di Fahrenheit 451.  Non tutti i film sulla lucida follia di “Mimmo o Kurdo” saranno sciolti nell’acido o tenuti in cassaforte dalla pavida Rai; non tutte le foto personali o i video di vent’anni verranno cancellati da migliaia di profili facebook…  anzi: nel mio piccolo rendo pubblico oggi – a distanza di 12 anni – il “mio album” di una esperienza indimenticabile e lo dedico alla memoria di Osvaldo Pieroni (che vi compare in diverse foto) – professore universitario, attivista “No Ponte”, conosciuto un anno prima –  nel 2005 – in Val di Susa (proprio come Domenico Lucano) – e che era a sua volta un “migrante”  perché da Macerata, dove era nato e aveva studiato, era andato a insegnare Sociologia dell’ambiente all’Università della Calabria.

 

Osvaldo Pieroni con Domenico Lucano

E spero che tutti coloro che se ne sono tornati arricchiti a casa propria non per aver visto dei meravigliosi ma freddi bronzi restituiti dopo duemila anni dallo Ionio, ma dall’aver incrociato lo sguardo caldo di uomini donne e bambini scampati alla strage quotidiana – grazie alla generosità di un uomo unico e di chi con lui ha inventato una favola che è diventata realtà – continuino a pubblicare ogni giorno qualcosa di cui non avere paura. Perché solo chi ha paura di Mimmo Lucano sente la necessità di cancellarne ogni traccia.

Anche se – paradossalmente ma irrimediabilmente – proprio il “dopo-Riace” paragonato al “prima” potrebbe divenire la prova regina del delitto.

Borgone Susa, 14 ottobre 2018 – Claudio Giorno

l’album – per chi vuole –  è visibile su google foto o sul mio profilo facebook a questi link:

https://photos.app.goo.gl/pm5EK2Kcq8aXhnb39

 

(Nella foto “estranea” impaginata nell’articolo il Salamander Truck in un fotogramma del film di Francosis Truffault col suo equipaggio di “pompieri incendiari” mentre raggiunge un obiettivo per incenerire ogni pagina di carta stampata, libri, giornali, lettere nascosti dai sovversivi che non si rassegnano la futuro “purificato” dalla cultura immaginato da Ray Bradbury)

 

FATE SCHIFO…MA NON PERCHE’ SPUTATE NEL PIATTO DOVE MANGIATE, ANZI

Alle origini della privatizzazione della rete autostradale italiana, un viaggio che non  vi prometto breve…

 Premessa. È una citazione dal titolo scelto – bontà sua – da Roberto-WuMing per il bellissimo libro sulla storia del Movimento No Tav che è tratto da un mio vecchio articolo sul periodico Valsusino “Dialogo in Valle” e – mi si dice – trattarsi di un endecasillabo che scrissi- giuro- a mia insaputa!).

Aggiungo ancora che si tratta di una autocitazione della cui ineleganza sono consapevole.

Ma in occasione della uscita dell’editoriale di Marco Travaglio – FATE SCHIFO – rivolto ai partitidemocratici e ai giornaliliberi (e alla merda che vi galleggia) sono stato colto da un insopprimibile moto di orgoglio per essere stato una delle 10 persone (numero arrotondato per eccesso) ad essersi opposte alla privatizzazione della rete autostradale italiana costruita esclusivamente grazie alla tasse (di che le ha sempre pagate) per essere regalata ai “privati” con la scusa delle direttive europee e delle costituzioni da riformare secondo il verbo di JP Morgan & Co.

 

Dovete sapere che le concessioni autostradali facevano capo per la stragrande maggioranza all’IRI (non a caso la privatizzazione è opera di Romanoprodi che prima di presiedere pro tempore il Consiglio dei Ministri italiano e la Commissione Europea presiedette proprio l’Istituto per la Ricostruzione Industriale ponendo le basi per lo sperpero del patrimonio pubblico (cosa che per esempio la vicina Francia non si sogna di fare neanche ora che sta sotto il tallone di un Bankiere!).

Poi c’erano quelle in capo all’ente concedente (l’ANAS. braccio operativo del ministero che all’epoca si chiamava – giustamente –  dei Lavori Pubblici e che,  come per la Salerno- Reggio Calabria, non erano assoggettate a pedaggio). Le altre sorsero a macchia di leopardo qua e la nella penisola da principio davvero per iniziativa privata (prima la Milano Laghi, poi la Torino Milano e la famigerata Torino-Savona realizzata da Fiat a carreggiata unica per agevolare il traffico di “bisarche” verso il porto ligure, sbolognata al pubblico per realizzare il costosissimo raddoppio (dopo un numero di morti a causa di scontri frontali di 20 volte il Ponte Morandi) e ri-privatizzata perché i soliti noti potessero goderne il pedaggio senza aver tirato fuori un cent per la ricostruzione). Tutte le altre erano SpA a capitale interamente pubblico (generalmente di Province e principali Comuni attraversati), costruite a debito con prestiti garantii  dallo Stato (e addirittura esentate dall’IGE, la “nonna” dell’IVA)!

Solo in Piemonte ne contiamo tre: ATIVA tra Torino e la Valle d’Aosta cui verrà poi assegnata anche la realizzazione delle tangenziali metropolitane, la Sitaf, Torino-Frejus, (partecipata anche da ANAS e mantenuta a prevalenza di capitale pubblico per godere, anche dopo la costruzione, delle garanzie dello stato, ma controllata dai privati) e la SATAP (Torino-Alessandria-Piacenza). 

Nel nordest non si contano, né nel centro e sud Italia (Sicilia visto che in Sardegna regna l’ANAS sulla Carlo Felice). Detto en passant finirono quasi tutte in amministrazione controllata a causa dell’indebitamento giustificato da piani finanziari falsi (vi ricorda qualcosa?) e furono salvate a spese aggiuntive del cittadino con una legge – la 531 del 1982 – che istituì il “fondo centrale di garanzia”.

Ma tornando alla “polverizzazione concessionaria” è il Gruppo Gavio di Tortona (Piemunt) che si fa carico di “porvi rimedio” prevalentemente al nordovest ma non solo. Ed è proprio qui (non lo sa quasi nessuno) che si “sperimenta” la privatizzazione: che viene avviata proprio con ATIVA SpA che da totalmente pubblica diverrà a larga maggioranza privata attraverso la cessione di buona parte delle quote della Provincia di Torino e – successivamente – con l’alienazione completa di quelle del Comune di Torino. La cosa avviene nel disinteresse generale col solo Consiglio Sindacale Unitario dei Delegati che prova a opporsi e – quantomeno – a  suscitare un dibattito incontrando più volte (e inutilmente) il presidente provinciale Luigi Sergio Ricca, (sindaco socialista di Bollendo di Ivrea che verrà poi travolto dalla inchiesta sulle tangenti dell’assicurazioni degli automezzi dell’ente da lui presieduto, ma senza gravi danni visto che lo ritroveremo eletto consigliere regionale…). E successivamente ottenendo mezz’oretta di attenzione dall’allora vicesindaco di Torino con delega alle partecipate, Avvocato Brosio. Persino il presidente del collegio sindacale dell’ente sovracomunale si interessò alle nostre considerazioni circa la difficoltà di stimare correttamente il valore di azioni di una società concessionaria e non proprietaria  di una infrastruttura per la prima volta oggetto di una offerta di acquisto (anche se una concessione a vita finisce per coincidere con la proprietà)… Offerta che si concretizzò attraverso una finanziaria cui faceva capo una impresa di costruzioni che degli appalti Ativa aveva beneficiato prima, durante e dopo la realizzazione della sua rete. Vigofin della famiglia Valle. Qualche tempo dopo un’altra impresa – la Mattioda Pierino e Figli – acquisì la quota di Torino (advisor Sanpaolo cui come consiglio dei delegati inviammo provocatoriamente una manifestazione di interesse a che la Presidenza della Società (architetto Marcello Caretta, socialista) mettesse a disposizione delle maestranze eventualmente interessate e su base volontaria un 1% delle azioni; la banca ci rispose di non aver ricevuto istruzioni in tal senso e ci “invitò”a formulare una offerta di rilancio…come se una rappresentanza sindacale potesse disporre di capitali sufficienti e destinabili!!!).

Così, come in un copione già scritto, l’assetto finale (oggi ancora in atto) vedrà il Gruppo Gavio subentrare a Vigofin e compiere attraverso ATIVA il completamento di un mosaico che lo porta ad essere il secondo gruppo nazionale  concessionario di autostrade (dopo Atlantia della famiglia Benetton, oggi tragicamente sotto i riflettori… fasci di luce accesi h24 finché durerà lo scannamento politico attorno al crollo del Ponte Morandi…delle cui vittime peraltro già si ride attorno a un plastico nel salotto di Brunovespa).

Ma ritornando alla mappa del secondo gestore nazionale, Autostrada Ligure Toscana, Autostrada dei Fiori, Torino Piacenza e Torino Milano, Torino- Savona e Asti-Cuneo (su cui si gioca il braccio di ferro rinnovo concessione in cambio di ultimazione lavori al ribasso), più il controllo della “Concessione pubblica“ dell’Autofrejus risultano oggi raccolte sotto la Vela (il logo più simile alla pinna di uno squalo che identifica  il Gruppo che ha diversificato negli anni le sue attività dalle costruzioni ai trasporti su gomma e ferro, all’energia, all’agroalimentare ecc)…

E arrivo (finalmente direte Voi) all’autocitazione: un vero e proprio “reperto archeologico”  visto che risale all’anno di grazia 1994,  alla “discesa in campo di B” e alla nomina al famigerato  Ministero delle Infrastrutture e Trasporti di un Ingegnere con l’hobby dei tunnel – tal Pietrolunardi – che nel primo discorso alla nazione affermò che si doveva convivere con la Mafia; (solo un anno prima  a Firenze  c’era stata la strage “di avvertimento” in via dei Georgofili).

E io – nel mio piccolo – solcavo la porta dell’ufficio della da poco costituita Autorità di Vigilanza sulla Concorrenza e sul Mercato (Antitrust) per dire da privato cittadino (perché dopo un po’anche la  CGIL mi affievolì la copertura)  che privatizzare un monopolio naturale quale è in Italia una rete autostradale (per far magari da apripista per quella ferroviaria) e soprattutto farlo in un certo modo (affidandolo a soggetti generanti conflitto di interessi) poteva essere un tema su cui indagare e intervenire. Con la sensibilità tipica dei burosauri indagarono e mi assicurarono che avrebbero vigilato…e me lo comunicarono per iscritto…indirizzando la lettera alla segreteria di Presidenza della Società di cui ero un modesto dipendente…il che aumentò la considerazione di cui già godevo e che un impresario del Gruppo (pluricondannato e in sintonia col “consiglio” lunardesco e la cultura degli interlocutori) sintetizzava così: “sputa nel piatto dove mangia”.

Il reperto qui sotto l’ho lasciato ovviamente tal quale. Salvo omettere nomi completi degli altri partecipanti all’incontro e evidenziare in beretto alcune righe che forse oggi sono ancora per qualche giorno di attualità e che mi sembra (immodestamente) possano sposarsi al citato editoriale di Travaglio: FATE SCHIFO (che riporto in fondo per chi se lo fosse perso).

 Borgone Susa, 26 settembre 2019 – Claudio Giorno

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ROMA, 29 SETTEMBRE 1994

Audizione presso l’ autorita’ garante della concorrenza e del mercato ( “antitrust”) sui problemi posti dalla concentrazione in atto nel settore delle s.p.a. concessionarie di autostrade.

delegazione dell’antitrust:

P** P**, A** P**, O** M**;

delegazione filt cgil:

F** G**, G** d’**, Claudio Giorno;

l’audizione si e’ svolta con la illustrazione delle notizie certe e delle voci autorevoli che hanno consentito al sindacato dei trasporti della cgil di individuare in un gruppo guidato dal costruttore Marcellino Gavio il protagonista di una complessa operazione che lo ha portato ad assumere in breve termine una posizione dominante nel delicato settore delle societa’ che gestiscono la rete autostradale italiana:

costui nell’arco del 1994 ha infatti dapprima scalzato Salvatore Ligresti dalla Sofi , finanziaria di controllo dell’autostrada Torino-Piacenza-Brescia e della Torino-Milano, quindi, grazie alla discutibile procedura scelta dalla presidenza della provincia di Torino che deteneva consistenti pacchetti azionari di molte di queste societa’ ha consolidato la sua presenza nella stessa Torino-PiacenzaT, nella S.a.v. (autostrada della val d’aosta) e nell’A.t.i.v.a. ( sistema autostradale tangenziale di Torino, Torino-Ivrea, Ivrea-Santhia’).

Ha poi acquisito consistenti quote dell’Autostrada dei fiori, della Sestri Levante-Livorno e si accinge a raddoppiare la quota detenuta nell’Autocamionale della Cisa ( la Parma-La Spezia).

A questo si aggiunga che attraverso un incrocio di partecipazioni in diverse finanziarie lo stesso gruppo controlla o e’ presente in S.i.n.a.( societa’ ininziative nazionali autostradali), nella i.n.p.a.r. (la societa’ che intende realizzare il piano-parcheggi a Torino), ecc.

e si consideri che il gruppo e’ titolare di molte tra le piu’ importanti imprese che eseguono lavori stradali di costruzione e manutenzione, dal movimento terra alle opere in c.a. alla segnaletica, e che proprio la capofila di queste imprese, la Itinera, e’ stata immediatamente oggetto di una compravendita tutta interna alla nuova architettura finanziaria che ha ulteriormente ingarbugliato i ruoli di concessionario di opere pubbliche, di gestore di servizi pubblici e di titolare di imprese che concorrono in appalto di lavori di costruzione e manutenzione. riassumendo sotto un unico tetto i ruoli antagonisti di controllore e di controllato, ad evidente danno dei cittadini-utenti su cui gia’ oggi pesano discutibili criteri tariffari, mediocre livello di manutenzione, insufficiente assistenza.

e si tenga infine presente che “automaticamente” il gruppo potrebbe essere protagonista di alcune grandi realizzazioni nonche’ della gestione futura di alcune di esse, ove la concessione dovesse essere considerata estesa di fatto a importanti tratte in progetto o addirittura gia’ approvate, dalla Asti-Cuneo,al traforo autostradale italo francese del Mercantour alla tangenziale di Aosta e al suo raccordo con il traforo del Gran San Bernardo, alla torino-pinerolo, alla Novara-Malpensa, alla Albenga-Garessio-Ceva, alla Variante interna tra Genova e La Spezia

senza contare il conflittuale ruolo di proponente di una tratta del sistema di alta velocita’ ferroviaria ( la Milano-Genova).

i funzionari dell’antitrust hanno da parte loro illustrato con precisione i limiti entro i quali l’attuale legislazione confina il lavoro dell’autorita.

la soglia oltre la quale scatta l’attenzione, legata strettamente al fatturato globale o a quello dell’impresa acquisita.

la mancata segnalazione dell’avvenuta concentrazione.

soprattutto il comportamento di abuso che possa turbare la libera concorrenza e la correttezza del mercato, verso imprese altre o verso i cittadini/utenti (i consumatori).

(Sotto questo aspetto non vi e’ dubbio che se qualcuna delle parecchie imprese che rischiano di vedersi tagliate fuori in partenza dalle prossime occasioni di appalto di costruzione e/o manutenzione chiedesse l’intervento dell’autorita’ garante questo potrebbe rivelarsi assai pertinente).

tutto cio’ premesso il fatto che quello che doveva essere un incontro informale si sia trasformato su richiesta dell’autorita’ in un’audizione, che sia stata acquisita ufficialmente la documentazione prodotta, che si sia di comune accordo stabilito di svolgere entro tre settimane un incontro per integrare/mirare la documentazione ci consente di affermare che al di la’ di quanto scaturira’ da questo primo esame l’autorita‘ ha certamente attivato la sua attenzione su un settore strategico per l’economia del paese che pero’, a differenza di altri e meno importanti comparti del trasporto, non ha goduto sin qui di sufficiente considerazione da parte della pubblica amministrazione.

29 settembre 1994 – Claudio Giorno

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 PER CHI NON LO HA VISTO INCOLLO QUI SOTTO L’EDITORIALE DI TRAVAGLIO DI OGGI 26 SETTEMBRE 2018

Fate schifo

di Marco Travaglio | 26 settembre 2018

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Noi non lo sapevamo, ma ogni volta che passavamo in auto sul ponte Morandi di Genova fungevamo da cavie di Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia della famiglia Benetton, che “utilizzava l’utenza, a sua insaputa, come strumento per il monitoraggio dell’opera”. Cavie peraltro inutili, inclusi i poveri 43 morti del 14 agosto: “pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti, la concessionaria “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino” né “adottato alcuna misura precauzionale a tutela” degli automobilisti. Lo scrive la Commissione ispettiva del ministero, nella relazione pubblicata dal ministro Danilo Toninelli. Autostrade-Atlantia-Benetton “non si è avvalsa… dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto” e non ha “eseguito gli interventi necessari per evitare il crollo”. Peggio: “minimizzò e celò” allo Stato “gli elementi conoscitivi” che avrebbero permesso all’organo di vigilanza di dare “compiutezza sostanziale ai suoi compiti”. Non aveva neppure “eseguito la valutazione di sicurezza del viadotto”: gl’ispettori l’hanno chiesta e, “contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23.6.2017 della Società alla struttura di vigilanza”, hanno scoperto che “tale documento non esiste”. Le misure preventive di Autostrade “erano inappropriate e insufficienti considerata la gravità del problema”, malgrado la concessionaria fosse “in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento… Tale evoluzione, ormai da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per la sicurezza strutturale rispetto al crollo”.

 

Eppure si perseverò nella “irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi, perfino di manutenzione ordinaria”. Così il ponte è crollato, non tanto per “la rottura di uno o più stralli”, quanto per “quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione negli elementi strutturali”. E la “mancanza di cura” nella posa dei sostegni dei carroponti potrebbe “aver diminuito la sezione resistente dell’armatura delle travi di bordo e aver contribuito al crollo”. Per 20 anni, i Benetton hanno incassato pedaggi e risparmiato in sicurezza: “Nonostante la vetustà dell’opera e l’accertato stato di degrado, i costi degli interventi strutturali negli ultimi 24 anni, sono trascurabili”. Occhio ai dati: “il 98% dell’importo (24.610.500 euro) è stato speso prima del 1999”, quando le Autostrade furono donate ai Benetton, e dopo “solo il 2%”.

Quando c’era lo Stato, l’investimento medio annuo fu di “1,3 milioni di euro nel 1982-1999”; con i Benetton si passò a “23 mila euro circa”. Il resto della relazione, che documenta anche il dolce far nulla dei concessionari, ben consci della marcescenza e persino della rottura di molti tiranti, lo trovate alle pag. 2 e 3. Ora provate a confrontare queste parole devastanti con ciò che avete letto in questi 40 giorni sulla grande stampa. E cioè, nell’ordine, che: per giudicare l’inadempimento di Autostrade (i Benetton era meglio non nominarli neppure) bisogna attendere le sentenze definitive della magistratura (una decina d’anni, se va bene); revocare subito la concessione sarebbe “giustizialismo”, “populismo”, “moralismo”, “giustizia sommaria”, “punizione cieca”, “voglia di ghigliottina” e di “Piazzale Loreto”, “sciacallaggio”, “speculazione politica”, “ansia vendicativa”, “barbarie umana e giuridica”, “cultura anti-impresa” che dice “no a tutto”, “pericolosa deriva autoritaria”, “ossessione del capro espiatorio”, “esplosione emotiva”, “punizione cieca”, “barbarie”, ”pressappochismo”, “improvvisazione”, “avventurismo”, “collettivismo”, “socialismo reale”, “oscurantismo” (Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale); l’eventuale revoca senz’attendere i tempi della giustizia costerebbe allo Stato 20 miliardi di penali; è sempre meglio il privato del pubblico, dunque le privatizzazioni non si toccano; il viadotto non sarebbe crollato se il M5S non avesse bloccato la Gronda (bloccata da chi governava, cioè da sinistra e destra, non dal M5S che non ha mai governato; senza contare che la Gronda avrebbe lasciato in funzione il ponte Morandi); e altre cazzate.

Repubblica: “In attesa che la magistratura faccia luce”, guai e fare di Atlantia “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza”, “tipici del populismo”. Corriere: revocare la concessione sarebbe “una scorciatoia”, “un errore” e “un indizio di debolezza”. La Stampa: il crollo del ponte è “questione complessa” e nessuno deve gettare la croce addosso ai poveri Benetton (peraltro mai nominati), “sacrificati” come “capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi”, come nei “paesi barbari”. Parole ridicole anche per chi guardava le immagini del ponte crollato con occhi profani: se lo Stato affida un bene pubblico a un privato e questo lo lascia crollare dopo averci lucrato utili favolosi, l’inadempimento è nei fatti, la revoca è un atto dovuto e il concessore non deve nulla al concessionario. O, anche se gli dovesse qualcosa, sarebbero spiccioli (facilmente ammortizzabili con i pedaggi) rispetto al danno che deriverebbe dalla scelta immorale di lasciare quel bene in mani insanguinate. Ora però c’è pure la terrificante relazione ministeriale, che va oltre le peggiori aspettative. In un Paese serio, o almeno decente, i vertici di Autostrade-Atlantia-Benetton, anziché balbettare scuse o chiedere danni in attesa di farne altri, si dimetterebbero in blocco rinunciando alla concessione, per pudore. E i giornaloni si scuserebbero con i familiari dei 43 morti e uscirebbero su carta rossa. Per la vergogna.

Marco Travaglio | 26 settembre 2018