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LEGA-lità, LEGA-lità, LEGA-lità…

Veduta di Riace dal terrazzo di una casa destinata all’abbandono

…E  così il capo di un partito che ha rubato 49 milioni di euro agli italiani farà chiudere, a Riace, una esperienza di accoglienza unica al mondo … e, (dopo  essersi impegnato a restituirli a rate in 80 comodi anni, parola dei galantuomini Bossi  & Belsito) imporrà a Domenico Lucano di rendicontare fino all’ultimo cent quanto speso  per i migranti…   Non solo pace fiscale, ma penale per i ladri di diamanti e galera per chi ruba una mela; altro che  cambiamento: restiamo uno strano paese quale che sia il colore della uniforme indossata da chi si affaccia dal balcone di Palazzovenezia,  ieri nel tripudio di folla, e oggi nella impennata dei sondaggi. Numeri che premieranno – non c’è dubbio – la decisione risoluta di deportare e disperdere tra il filo spinato di mille CIE di chi aveva trovato (e magari ricostruito), una casa vera ancorché ammalorata, imparato un lavoro dignitoso e scoperto una comunità resistente in un borgo calabrolucano sperduto semi-abbandonato sulla collina…

il Salamander Truck col suo inquietante equipaggio di “pompieri incendiari”

Restiamo in trepidante attesa dell’esplosione (di consensi) al primo rimpatrio in Abissinia di qualche faccetta nera. Ma quel che il vero capo del governo “gialloverdemimetico” non riuscirà mai a chiudere sono le emozioni che solo chi è stato a Riace può custodire:nel proprio intimo. Quel che non riuscirà a impedire sono le testimonianze dirette destinate a tramandare la “favola” nonostante la “bomba” che “l’obbbligatorietà dell’azione penale” ha “costretto” a lanciarvi dentro   (come lo stesso procuratore-capo del tribunale di Locri ha voluto/dovuto ammettere). Perché nessuno – credo – si rimangerà quanto detto mille volte nella  piazzetta sotto l’ombrello generoso di un immenso pino marittimo,  o nell’accogliente taverna di donna Rosa. Non tutti i riconoscimenti accordati da prestigiosi organismi internazionali (non a Lucano che stava sempre un passo indietro. ma alla straordinaria esperienza di Riace) verranno ritirati; non tutti (i tanti) libri scritti in questi anni potranno essere bruciati dal “salamander.truck”  dei “pompieri” di Fahrenheit 451.  Non tutti i film sulla lucida follia di “Mimmo o Kurdo” saranno sciolti nell’acido o tenuti in cassaforte dalla pavida Rai; non tutte le foto personali o i video di vent’anni verranno cancellati da migliaia di profili facebook…  anzi: nel mio piccolo rendo pubblico oggi – a distanza di 12 anni – il “mio album” di una esperienza indimenticabile e lo dedico alla memoria di Osvaldo Pieroni (che vi compare in diverse foto) – professore universitario, attivista “No Ponte”, conosciuto un anno prima –  nel 2005 – in Val di Susa (proprio come Domenico Lucano) – e che era a sua volta un “migrante”  perché da Macerata, dove era nato e aveva studiato, era andato a insegnare Sociologia dell’ambiente all’Università della Calabria.

 

Osvaldo Pieroni con Domenico Lucano

E spero che tutti coloro che se ne sono tornati arricchiti a casa propria non per aver visto dei meravigliosi ma freddi bronzi restituiti dopo duemila anni dallo Ionio, ma dall’aver incrociato lo sguardo caldo di uomini donne e bambini scampati alla strage quotidiana – grazie alla generosità di un uomo unico e di chi con lui ha inventato una favola che è diventata realtà – continuino a pubblicare ogni giorno qualcosa di cui non avere paura. Perché solo chi ha paura di Mimmo Lucano sente la necessità di cancellarne ogni traccia.

Anche se – paradossalmente ma irrimediabilmente – proprio il “dopo-Riace” paragonato al “prima” potrebbe divenire la prova regina del delitto.

Borgone Susa, 14 ottobre 2018 – Claudio Giorno

l’album – per chi vuole –  è visibile su google foto o sul mio profilo facebook a questi link:

https://photos.app.goo.gl/pm5EK2Kcq8aXhnb39

 

(Nella foto “estranea” impaginata nell’articolo il Salamander Truck in un fotogramma del film di Francosis Truffault col suo equipaggio di “pompieri incendiari” mentre raggiunge un obiettivo per incenerire ogni pagina di carta stampata, libri, giornali, lettere nascosti dai sovversivi che non si rassegnano la futuro “purificato” dalla cultura immaginato da Ray Bradbury)

 

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FATE SCHIFO…MA NON PERCHE’ SPUTATE NEL PIATTO DOVE MANGIATE, ANZI

Alle origini della privatizzazione della rete autostradale italiana, un viaggio che non  vi prometto breve…

 Premessa. È una citazione dal titolo scelto – bontà sua – da Roberto-WuMing per il bellissimo libro sulla storia del Movimento No Tav che è tratto da un mio vecchio articolo sul periodico Valsusino “Dialogo in Valle” e – mi si dice – trattarsi di un endecasillabo che scrissi- giuro- a mia insaputa!).

Aggiungo ancora che si tratta di una autocitazione della cui ineleganza sono consapevole.

Ma in occasione della uscita dell’editoriale di Marco Travaglio – FATE SCHIFO – rivolto ai partitidemocratici e ai giornaliliberi (e alla merda che vi galleggia) sono stato colto da un insopprimibile moto di orgoglio per essere stato una delle 10 persone (numero arrotondato per eccesso) ad essersi opposte alla privatizzazione della rete autostradale italiana costruita esclusivamente grazie alla tasse (di che le ha sempre pagate) per essere regalata ai “privati” con la scusa delle direttive europee e delle costituzioni da riformare secondo il verbo di JP Morgan & Co.

 

Dovete sapere che le concessioni autostradali facevano capo per la stragrande maggioranza all’IRI (non a caso la privatizzazione è opera di Romanoprodi che prima di presiedere pro tempore il Consiglio dei Ministri italiano e la Commissione Europea presiedette proprio l’Istituto per la Ricostruzione Industriale ponendo le basi per lo sperpero del patrimonio pubblico (cosa che per esempio la vicina Francia non si sogna di fare neanche ora che sta sotto il tallone di un Bankiere!).

Poi c’erano quelle in capo all’ente concedente (l’ANAS. braccio operativo del ministero che all’epoca si chiamava – giustamente –  dei Lavori Pubblici e che,  come per la Salerno- Reggio Calabria, non erano assoggettate a pedaggio). Le altre sorsero a macchia di leopardo qua e la nella penisola da principio davvero per iniziativa privata (prima la Milano Laghi, poi la Torino Milano e la famigerata Torino-Savona realizzata da Fiat a carreggiata unica per agevolare il traffico di “bisarche” verso il porto ligure, sbolognata al pubblico per realizzare il costosissimo raddoppio (dopo un numero di morti a causa di scontri frontali di 20 volte il Ponte Morandi) e ri-privatizzata perché i soliti noti potessero goderne il pedaggio senza aver tirato fuori un cent per la ricostruzione). Tutte le altre erano SpA a capitale interamente pubblico (generalmente di Province e principali Comuni attraversati), costruite a debito con prestiti garantii  dallo Stato (e addirittura esentate dall’IGE, la “nonna” dell’IVA)!

Solo in Piemonte ne contiamo tre: ATIVA tra Torino e la Valle d’Aosta cui verrà poi assegnata anche la realizzazione delle tangenziali metropolitane, la Sitaf, Torino-Frejus, (partecipata anche da ANAS e mantenuta a prevalenza di capitale pubblico per godere, anche dopo la costruzione, delle garanzie dello stato, ma controllata dai privati) e la SATAP (Torino-Alessandria-Piacenza). 

Nel nordest non si contano, né nel centro e sud Italia (Sicilia visto che in Sardegna regna l’ANAS sulla Carlo Felice). Detto en passant finirono quasi tutte in amministrazione controllata a causa dell’indebitamento giustificato da piani finanziari falsi (vi ricorda qualcosa?) e furono salvate a spese aggiuntive del cittadino con una legge – la 531 del 1982 – che istituì il “fondo centrale di garanzia”.

Ma tornando alla “polverizzazione concessionaria” è il Gruppo Gavio di Tortona (Piemunt) che si fa carico di “porvi rimedio” prevalentemente al nordovest ma non solo. Ed è proprio qui (non lo sa quasi nessuno) che si “sperimenta” la privatizzazione: che viene avviata proprio con ATIVA SpA che da totalmente pubblica diverrà a larga maggioranza privata attraverso la cessione di buona parte delle quote della Provincia di Torino e – successivamente – con l’alienazione completa di quelle del Comune di Torino. La cosa avviene nel disinteresse generale col solo Consiglio Sindacale Unitario dei Delegati che prova a opporsi e – quantomeno – a  suscitare un dibattito incontrando più volte (e inutilmente) il presidente provinciale Luigi Sergio Ricca, (sindaco socialista di Bollendo di Ivrea che verrà poi travolto dalla inchiesta sulle tangenti dell’assicurazioni degli automezzi dell’ente da lui presieduto, ma senza gravi danni visto che lo ritroveremo eletto consigliere regionale…). E successivamente ottenendo mezz’oretta di attenzione dall’allora vicesindaco di Torino con delega alle partecipate, Avvocato Brosio. Persino il presidente del collegio sindacale dell’ente sovracomunale si interessò alle nostre considerazioni circa la difficoltà di stimare correttamente il valore di azioni di una società concessionaria e non proprietaria  di una infrastruttura per la prima volta oggetto di una offerta di acquisto (anche se una concessione a vita finisce per coincidere con la proprietà)… Offerta che si concretizzò attraverso una finanziaria cui faceva capo una impresa di costruzioni che degli appalti Ativa aveva beneficiato prima, durante e dopo la realizzazione della sua rete. Vigofin della famiglia Valle. Qualche tempo dopo un’altra impresa – la Mattioda Pierino e Figli – acquisì la quota di Torino (advisor Sanpaolo cui come consiglio dei delegati inviammo provocatoriamente una manifestazione di interesse a che la Presidenza della Società (architetto Marcello Caretta, socialista) mettesse a disposizione delle maestranze eventualmente interessate e su base volontaria un 1% delle azioni; la banca ci rispose di non aver ricevuto istruzioni in tal senso e ci “invitò”a formulare una offerta di rilancio…come se una rappresentanza sindacale potesse disporre di capitali sufficienti e destinabili!!!).

Così, come in un copione già scritto, l’assetto finale (oggi ancora in atto) vedrà il Gruppo Gavio subentrare a Vigofin e compiere attraverso ATIVA il completamento di un mosaico che lo porta ad essere il secondo gruppo nazionale  concessionario di autostrade (dopo Atlantia della famiglia Benetton, oggi tragicamente sotto i riflettori… fasci di luce accesi h24 finché durerà lo scannamento politico attorno al crollo del Ponte Morandi…delle cui vittime peraltro già si ride attorno a un plastico nel salotto di Brunovespa).

Ma ritornando alla mappa del secondo gestore nazionale, Autostrada Ligure Toscana, Autostrada dei Fiori, Torino Piacenza e Torino Milano, Torino- Savona e Asti-Cuneo (su cui si gioca il braccio di ferro rinnovo concessione in cambio di ultimazione lavori al ribasso), più il controllo della “Concessione pubblica“ dell’Autofrejus risultano oggi raccolte sotto la Vela (il logo più simile alla pinna di uno squalo che identifica  il Gruppo che ha diversificato negli anni le sue attività dalle costruzioni ai trasporti su gomma e ferro, all’energia, all’agroalimentare ecc)…

E arrivo (finalmente direte Voi) all’autocitazione: un vero e proprio “reperto archeologico”  visto che risale all’anno di grazia 1994,  alla “discesa in campo di B” e alla nomina al famigerato  Ministero delle Infrastrutture e Trasporti di un Ingegnere con l’hobby dei tunnel – tal Pietrolunardi – che nel primo discorso alla nazione affermò che si doveva convivere con la Mafia; (solo un anno prima  a Firenze  c’era stata la strage “di avvertimento” in via dei Georgofili).

E io – nel mio piccolo – solcavo la porta dell’ufficio della da poco costituita Autorità di Vigilanza sulla Concorrenza e sul Mercato (Antitrust) per dire da privato cittadino (perché dopo un po’anche la  CGIL mi affievolì la copertura)  che privatizzare un monopolio naturale quale è in Italia una rete autostradale (per far magari da apripista per quella ferroviaria) e soprattutto farlo in un certo modo (affidandolo a soggetti generanti conflitto di interessi) poteva essere un tema su cui indagare e intervenire. Con la sensibilità tipica dei burosauri indagarono e mi assicurarono che avrebbero vigilato…e me lo comunicarono per iscritto…indirizzando la lettera alla segreteria di Presidenza della Società di cui ero un modesto dipendente…il che aumentò la considerazione di cui già godevo e che un impresario del Gruppo (pluricondannato e in sintonia col “consiglio” lunardesco e la cultura degli interlocutori) sintetizzava così: “sputa nel piatto dove mangia”.

Il reperto qui sotto l’ho lasciato ovviamente tal quale. Salvo omettere nomi completi degli altri partecipanti all’incontro e evidenziare in beretto alcune righe che forse oggi sono ancora per qualche giorno di attualità e che mi sembra (immodestamente) possano sposarsi al citato editoriale di Travaglio: FATE SCHIFO (che riporto in fondo per chi se lo fosse perso).

 Borgone Susa, 26 settembre 2019 – Claudio Giorno

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ROMA, 29 SETTEMBRE 1994

Audizione presso l’ autorita’ garante della concorrenza e del mercato ( “antitrust”) sui problemi posti dalla concentrazione in atto nel settore delle s.p.a. concessionarie di autostrade.

delegazione dell’antitrust:

P** P**, A** P**, O** M**;

delegazione filt cgil:

F** G**, G** d’**, Claudio Giorno;

l’audizione si e’ svolta con la illustrazione delle notizie certe e delle voci autorevoli che hanno consentito al sindacato dei trasporti della cgil di individuare in un gruppo guidato dal costruttore Marcellino Gavio il protagonista di una complessa operazione che lo ha portato ad assumere in breve termine una posizione dominante nel delicato settore delle societa’ che gestiscono la rete autostradale italiana:

costui nell’arco del 1994 ha infatti dapprima scalzato Salvatore Ligresti dalla Sofi , finanziaria di controllo dell’autostrada Torino-Piacenza-Brescia e della Torino-Milano, quindi, grazie alla discutibile procedura scelta dalla presidenza della provincia di Torino che deteneva consistenti pacchetti azionari di molte di queste societa’ ha consolidato la sua presenza nella stessa Torino-PiacenzaT, nella S.a.v. (autostrada della val d’aosta) e nell’A.t.i.v.a. ( sistema autostradale tangenziale di Torino, Torino-Ivrea, Ivrea-Santhia’).

Ha poi acquisito consistenti quote dell’Autostrada dei fiori, della Sestri Levante-Livorno e si accinge a raddoppiare la quota detenuta nell’Autocamionale della Cisa ( la Parma-La Spezia).

A questo si aggiunga che attraverso un incrocio di partecipazioni in diverse finanziarie lo stesso gruppo controlla o e’ presente in S.i.n.a.( societa’ ininziative nazionali autostradali), nella i.n.p.a.r. (la societa’ che intende realizzare il piano-parcheggi a Torino), ecc.

e si consideri che il gruppo e’ titolare di molte tra le piu’ importanti imprese che eseguono lavori stradali di costruzione e manutenzione, dal movimento terra alle opere in c.a. alla segnaletica, e che proprio la capofila di queste imprese, la Itinera, e’ stata immediatamente oggetto di una compravendita tutta interna alla nuova architettura finanziaria che ha ulteriormente ingarbugliato i ruoli di concessionario di opere pubbliche, di gestore di servizi pubblici e di titolare di imprese che concorrono in appalto di lavori di costruzione e manutenzione. riassumendo sotto un unico tetto i ruoli antagonisti di controllore e di controllato, ad evidente danno dei cittadini-utenti su cui gia’ oggi pesano discutibili criteri tariffari, mediocre livello di manutenzione, insufficiente assistenza.

e si tenga infine presente che “automaticamente” il gruppo potrebbe essere protagonista di alcune grandi realizzazioni nonche’ della gestione futura di alcune di esse, ove la concessione dovesse essere considerata estesa di fatto a importanti tratte in progetto o addirittura gia’ approvate, dalla Asti-Cuneo,al traforo autostradale italo francese del Mercantour alla tangenziale di Aosta e al suo raccordo con il traforo del Gran San Bernardo, alla torino-pinerolo, alla Novara-Malpensa, alla Albenga-Garessio-Ceva, alla Variante interna tra Genova e La Spezia

senza contare il conflittuale ruolo di proponente di una tratta del sistema di alta velocita’ ferroviaria ( la Milano-Genova).

i funzionari dell’antitrust hanno da parte loro illustrato con precisione i limiti entro i quali l’attuale legislazione confina il lavoro dell’autorita.

la soglia oltre la quale scatta l’attenzione, legata strettamente al fatturato globale o a quello dell’impresa acquisita.

la mancata segnalazione dell’avvenuta concentrazione.

soprattutto il comportamento di abuso che possa turbare la libera concorrenza e la correttezza del mercato, verso imprese altre o verso i cittadini/utenti (i consumatori).

(Sotto questo aspetto non vi e’ dubbio che se qualcuna delle parecchie imprese che rischiano di vedersi tagliate fuori in partenza dalle prossime occasioni di appalto di costruzione e/o manutenzione chiedesse l’intervento dell’autorita’ garante questo potrebbe rivelarsi assai pertinente).

tutto cio’ premesso il fatto che quello che doveva essere un incontro informale si sia trasformato su richiesta dell’autorita’ in un’audizione, che sia stata acquisita ufficialmente la documentazione prodotta, che si sia di comune accordo stabilito di svolgere entro tre settimane un incontro per integrare/mirare la documentazione ci consente di affermare che al di la’ di quanto scaturira’ da questo primo esame l’autorita‘ ha certamente attivato la sua attenzione su un settore strategico per l’economia del paese che pero’, a differenza di altri e meno importanti comparti del trasporto, non ha goduto sin qui di sufficiente considerazione da parte della pubblica amministrazione.

29 settembre 1994 – Claudio Giorno

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 PER CHI NON LO HA VISTO INCOLLO QUI SOTTO L’EDITORIALE DI TRAVAGLIO DI OGGI 26 SETTEMBRE 2018

Fate schifo

di Marco Travaglio | 26 settembre 2018

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Noi non lo sapevamo, ma ogni volta che passavamo in auto sul ponte Morandi di Genova fungevamo da cavie di Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia della famiglia Benetton, che “utilizzava l’utenza, a sua insaputa, come strumento per il monitoraggio dell’opera”. Cavie peraltro inutili, inclusi i poveri 43 morti del 14 agosto: “pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti, la concessionaria “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino” né “adottato alcuna misura precauzionale a tutela” degli automobilisti. Lo scrive la Commissione ispettiva del ministero, nella relazione pubblicata dal ministro Danilo Toninelli. Autostrade-Atlantia-Benetton “non si è avvalsa… dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto” e non ha “eseguito gli interventi necessari per evitare il crollo”. Peggio: “minimizzò e celò” allo Stato “gli elementi conoscitivi” che avrebbero permesso all’organo di vigilanza di dare “compiutezza sostanziale ai suoi compiti”. Non aveva neppure “eseguito la valutazione di sicurezza del viadotto”: gl’ispettori l’hanno chiesta e, “contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23.6.2017 della Società alla struttura di vigilanza”, hanno scoperto che “tale documento non esiste”. Le misure preventive di Autostrade “erano inappropriate e insufficienti considerata la gravità del problema”, malgrado la concessionaria fosse “in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento… Tale evoluzione, ormai da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per la sicurezza strutturale rispetto al crollo”.

 

Eppure si perseverò nella “irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi, perfino di manutenzione ordinaria”. Così il ponte è crollato, non tanto per “la rottura di uno o più stralli”, quanto per “quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione negli elementi strutturali”. E la “mancanza di cura” nella posa dei sostegni dei carroponti potrebbe “aver diminuito la sezione resistente dell’armatura delle travi di bordo e aver contribuito al crollo”. Per 20 anni, i Benetton hanno incassato pedaggi e risparmiato in sicurezza: “Nonostante la vetustà dell’opera e l’accertato stato di degrado, i costi degli interventi strutturali negli ultimi 24 anni, sono trascurabili”. Occhio ai dati: “il 98% dell’importo (24.610.500 euro) è stato speso prima del 1999”, quando le Autostrade furono donate ai Benetton, e dopo “solo il 2%”.

Quando c’era lo Stato, l’investimento medio annuo fu di “1,3 milioni di euro nel 1982-1999”; con i Benetton si passò a “23 mila euro circa”. Il resto della relazione, che documenta anche il dolce far nulla dei concessionari, ben consci della marcescenza e persino della rottura di molti tiranti, lo trovate alle pag. 2 e 3. Ora provate a confrontare queste parole devastanti con ciò che avete letto in questi 40 giorni sulla grande stampa. E cioè, nell’ordine, che: per giudicare l’inadempimento di Autostrade (i Benetton era meglio non nominarli neppure) bisogna attendere le sentenze definitive della magistratura (una decina d’anni, se va bene); revocare subito la concessione sarebbe “giustizialismo”, “populismo”, “moralismo”, “giustizia sommaria”, “punizione cieca”, “voglia di ghigliottina” e di “Piazzale Loreto”, “sciacallaggio”, “speculazione politica”, “ansia vendicativa”, “barbarie umana e giuridica”, “cultura anti-impresa” che dice “no a tutto”, “pericolosa deriva autoritaria”, “ossessione del capro espiatorio”, “esplosione emotiva”, “punizione cieca”, “barbarie”, ”pressappochismo”, “improvvisazione”, “avventurismo”, “collettivismo”, “socialismo reale”, “oscurantismo” (Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale); l’eventuale revoca senz’attendere i tempi della giustizia costerebbe allo Stato 20 miliardi di penali; è sempre meglio il privato del pubblico, dunque le privatizzazioni non si toccano; il viadotto non sarebbe crollato se il M5S non avesse bloccato la Gronda (bloccata da chi governava, cioè da sinistra e destra, non dal M5S che non ha mai governato; senza contare che la Gronda avrebbe lasciato in funzione il ponte Morandi); e altre cazzate.

Repubblica: “In attesa che la magistratura faccia luce”, guai e fare di Atlantia “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza”, “tipici del populismo”. Corriere: revocare la concessione sarebbe “una scorciatoia”, “un errore” e “un indizio di debolezza”. La Stampa: il crollo del ponte è “questione complessa” e nessuno deve gettare la croce addosso ai poveri Benetton (peraltro mai nominati), “sacrificati” come “capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi”, come nei “paesi barbari”. Parole ridicole anche per chi guardava le immagini del ponte crollato con occhi profani: se lo Stato affida un bene pubblico a un privato e questo lo lascia crollare dopo averci lucrato utili favolosi, l’inadempimento è nei fatti, la revoca è un atto dovuto e il concessore non deve nulla al concessionario. O, anche se gli dovesse qualcosa, sarebbero spiccioli (facilmente ammortizzabili con i pedaggi) rispetto al danno che deriverebbe dalla scelta immorale di lasciare quel bene in mani insanguinate. Ora però c’è pure la terrificante relazione ministeriale, che va oltre le peggiori aspettative. In un Paese serio, o almeno decente, i vertici di Autostrade-Atlantia-Benetton, anziché balbettare scuse o chiedere danni in attesa di farne altri, si dimetterebbero in blocco rinunciando alla concessione, per pudore. E i giornaloni si scuserebbero con i familiari dei 43 morti e uscirebbero su carta rossa. Per la vergogna.

Marco Travaglio | 26 settembre 2018

 

 

 

LE GRANDI OPERE – E LE CONCESSIONI – AI TEMPI DI CAVOUR

Camillo Benso Conte di Cavour

IERI, 12 settembre dell’anno di grazia 2018, avrei voluto essere una mosca. Primo perché mi sarei trovato perfettamente a mio agio; secondo perché avrei potuto annotare diligentemente con le mie zampine quante volte debbono aver citato – a sproposito – Camillo Benso Conte di Cavour gli im-prenditori riuniti nella kermesse-Si-Tav voluta dal sindacalistapoliticobanchiere Sergiochiamparino (che a volte da l’impressione di credersi erede dell’artefice – con Garibaldi – della Unitò d’Italia…)

Una riunione degli stati generali di Confindustria in trasferta dal viale dell’Astronomia di Roma nella città che il gran tessitore dei Savoia promosse capitale prima della breccia di Porta Pia (la dove oggi ha sede – ironia della sorte – il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti). Ma al di la del festival della letteratura di notizie (false) celebrato ieri restano nero su bianco 30anni di affermazioni dei proponenti la Grandeopera – il Tav Torino Lione –  sbugiardabili una per una senza bisogno nè a metamorfosi kafkiane, né alle agiografie dei “giornalisti accreditati” che ancora oggi citano il presidente nazionale degli industriali promettere un reddito di cittadinanza-underground di 9 miliardi diviso per 52mila addetti alla costruzione della galleria nel deserto… ma anche  l’associato signor Bauli, sostenere, con sprezzo del ridicolo, che triplicherà la vendita di pandoro verso la Dolcefrancia grazie al buco sotto il Moncenisio…

Non so se Bauli offra nel suo paniere anche le ciambelle (con o senza oliodipalma),  ma quel che evidentemente non sa è che di buchi sotto il Moncenisio ce n’è già uno, che non lo ha scavato personalmente il governatore  pro-tempore del Piemunt, ma che fu promosso proprio da Cavour, (anche se non ne vedrà l’apertura quantunque anticipata). E sicuramente ancor meno sa – l’acquirente del marchio Buondìmotta –  che mentre l’ingegner Someiller pompava aria compressa nelle rivoluzionarie perforatrici  che accelerarono imprevedibilmente lo scavo dei 12 km tra Bardonecchia e Modane, un altro ingegnere tentava la fortuna realizzando una ferrovia temporanea ma molto impegnativa tra Susa e Sant Michel de Maurienne (allora capolinea delle reti Italiana e Francese) per far fronte all’incremento annuo (e non al calo come da due decenni accade oggi) di traffico ferroviario e stradale tra Italia, Francia e Gran Bretagna! Il proponente – scrivono le cronache dell’epoca – era inglese e amico intimo del Primoministro dei Savoia. Ciononostante ecco le condizioni (che oggi gli strenui difensori delle quotazioni di Atalntia/Autostrade/Benetton definirebbero vessatorie ma che l’ingegner Fell (così si chiamava l’inventore/costruttore della ferrovia che valicò i 2mila metri del Moncenisio)  ritenne di classificare come “rischio di impresa” senza pretendere come gli impresari contemporanei che se lo assuma lo stato spalmandolo sui cittadini riservandosi il solo profitto (e qualunque cosa accada anche per loro conclamata responsabilità come il crollo del Ponte Morandi di Genova ha già consegnato alla storia prima che qualunque sentenza venga pronunciata… (E coi tempi biblici della giustizia debole assoggettata ai poteri forti), Ebbene, la Convenzione/Concessione fatta sottoscrivere da Cavour al suo amico Sir James Hudson, (incaricato della Legazione inglese a Torino), fin dall’articolo 1 precisa inequivocabilmente che i signori Brassey, Fell & Co. “si obbligano a costruire ed esercitare a tutte loro spese, rischio e pericolo detta strada”. E in un altro articolo si stabilisce inderogabilmente che la convenzione sarà revocata, con preavviso di un mese, appena sarà attivata la ferrovia del Frejus; sarà pure revocata se i lavori non saranno finiti entro due anni. Lavori che – nonostante questo iniziarono subito, fin dal 1866, e avanzarono con straordinaria velocità pur tra mille difficoltà realizzando ben 80 km, il 15 giugno 1868, data della inaugurazione!

Vedremo i tempi (e i modi) di ricostruzione di un kilometro di viadotto genovese sul Polcevera quando il contenzioso legale avrà preso il posto dei tweet e delle auto-interviste facebook che da maggioranza (e opposizione?) promettono celerità e giustizia.

Borgone Susa, 13 settembre 2018 – Claudio Giorno

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il convoglio tipo delle Ferrovia Fell

PER CHI VUOLE SAPERNE DI PIU’:

1856: si procede alacremente con lo scavo del Traforo ferroviario del Frejus e il traffico stradale fra le stazioni ferroviarie capilinea di Susa e Saint Jean de Maurienne  è in continuo aumento, nonostante servano 8 ore per percorrere 70Km! Da 40.000 viaggiatori e 22.000 t di merci nel 1862 a  48.000 viaggiatori e di 30.000 t di merci. Non solo un incremento vertiginoso, ma un valore assoluto straordinario se rapportato alle economie dell’epoca, (il PIL di metà ottocento!) e una tendenza opposta a quella di oggi, Questo spinse Sir James Hudson, incaricato della Legazione inglese a Torino e amico intimo di Cavour, a proporre al re Vittorio Emanuele II l’installazione temporanea di una ferrovia a cremagliera tra Susa e Saint Michel de Maurienne (divenuto nel frattempo capolinea della tratta francese) in grado di salire ai 2000 metri del Colle del Moncenisio, per il tempo che avrebbe richiesto il completamento del Traforo tra Bardonecchia e Modane (700 metri più in basso).  Hudson reperì i capitali necessari a finanziare l’impresa facilitato dalla convinzione diffusa che il tunnel di 12 Km avrebbe richiesto ancora molti anni per essere terminato e incaricò la Società Brassey, Fell & Co., della progettazione e di realizzare un tratto di prova. Così nel luglio 1865 l’ingegner Fell – alla presenza di rappresentanti dei governi del Regno di Sardegna, francese ed inglese procedette alla dimostrazione pratica del funzionamento del suo sistema ad aderenza maggiorata sulle rampe della strada napoleonica, poco sopra Lanslebourg. Il tratto di linea di prova era lungo poco più di 2 km, con un impegnativo tornante di corto raggio: 41 metri!. Il 4 novembre dello stesso anno l’imperatore Napoleone III emanava un decreto che autorizzava la società Fell a “placer sur la Route impériale n.6 entre Saint Jean de Maurienne et la frontière d’Italie, un chemin de desservi par des locomotives à cremaillèr”.Cui il  mese successivo  faceva seguito il Regio Decreto 2.646 del 17 dicembre 1865, che approvava una “Convenzione per lo stabilimento ed esercizio di una ferrovia a locomotiva sulla strada nazionale da Susa al Moncenisio”: un decreto che – a differenza di quanto accaduto ai giorni nostri (e a quanto si propone TELT (Tunnel Euroalpin Turin Lyon che si è adoperata per scaricare qualsiasi rischio di impresa sulle casse pubbliche), fin dall’articolo 1 precisa inequivocabilmente che i signori Brassey, Fell & Co. “si obbligano a costruire ed esercitare a tutte loro spese, rischio e pericolo detta strada”. E in un altro articolo si stabilisce che la convenzione sarà revocata, con preavviso di un mese, appena sarà attivata la ferrovia del Frejus; sarà pure revocata se i lavori non saranno finiti entro due anni.

I lavori – nonostante questi patti che oggi verrebbero ritenuti vessatori dagli im-prenditori contemporanei  iniziarono subito, nel 1866, e avanzarono con straordinaria velocità pur tra le difficoltà orografiche, il rigore del clima (anche in pieno inverno). La linea, (a semplice binario), era lunga circa 80 km, con pendenza massima dell’83 per mille; 46 i km dotati di terza rotaia per superare i tratti di maggiore pendenza. 1.588 il dislivello dal lato di Susa e 1.360 dal lato francese. Fu inaugurata il 15 giugno 1868. ma l’anticipata apertura del Frejus, costrinse la società di Fell (il cui bilancio era zavorrato dalle pesanti quote d’ammortamento del tracciato e dai costi d’esercizio) a cessare il servizio già nel 1871. (…)

(Dati e notizie tratti da “Tre ingegneri per un Traforo” di Corrado Lesca – Editrice Melli – Borgone di Susa – 1998)

PER CHI VUOLE SAPERNE ANCOR DI  PIU’, IL LIBRO SOPRA E LA NOTA SOTTO

A fianco della statale 25 e poi in sede propria – per evitare gli sterrti tornanti delle “Gran Scala” prossimi a quota 2000 – la ferrovia era “intubata” per proteggere il percorso, e soprattutto i passeggeri, dalle valanghe

Se per gran parte del tracciato l’armamento venne sistemato sulla sede della strada esistente, tuttavia molte furono le opere accessorie a cui si dovette dar mano: particolarmente importanti, sul lato italiano, le gallerie paravalanghe in pietra da taglio, ancor oggi in buona parte esistenti, e, sul lato francese, il ponte in legno ed in curva, con oltre 30 m di luce, che fiancheggiava il preesistente Pont du Nant della strada napoleonica, posto allo sbocco del Vallone di Sainte Anne, di fronte ai forti dell’Esseillon. Si dovettero anche costruire i passaggi a livello, in tutti i punti dove la linea ferrata attraversava la strada, oltre ai relativi caselli. Questi erano piccoli edifici in pietra a pianta quadrata di 4×4 m, muniti di una porta e di una finestra. Ne sopravvivono ancora tre sul versante italiano, utilizzati dall’ANAS come depositi. Per il superamento del dislivello fra la Piana di San Nicolao e la Gran-Croix, invece della strada in esercizio, che a causa dei suoi tornanti avrebbe dato dei grossi problemi, si scelse il piano inclinato a mezza costa che costituiva la sede stradale d’origine e che si snoda sul versante destro orografico del vallone: ma fu una soluzione oltremodo arrischiata. In effetti la parete di roccia parzialmente strapiombante che incombe da Nord-Est sulla strada si presenta oltremodo fessurata e sconnessa ed aveva già messo in allarme i responsabili della strada napoleonica, tantochè si erano iniziati i lavori per costruire una galleria artificiale di protezione (di cui esiste il rivestimento dal lato della parete rocciosa). Nella notte fra il 31 agosto ed  il 1° settembre 1811, una massa di oltre 4.000 m3 di roccia precipitò sulla strada, interrompendola. A questo punto, fu deciso di abbandonare al più presto questo tracciato, oltremodo pericoloso, e di sostituirlo con i tornanti della Scala, che anche se di percorso più laborioso, offrono ben maggiore sicurezza, oltre ad un’esposizione senz’altro migliore. Per un caso oltremodo fortunato, durante la gestione della ferrovia Fell, nel tratto di cui abbiamo parlato sopra, non si ebbero a registrare crolli di massi, che avrebbero facilmente distrutto le fragili gallerie antineve (ma non antivalanga…) costruite lungo il piano inclinato. Queste gallerie raggiunsero una lunghezza totale di 8,6 km: erano costituite da due pareti parallele di tavole di legno, su cui erano poste delle lamiere ondulate semicilindriche. Le tavole erano fissate a portali di legno immorsati in fondazioni continue in muratura. (…)

IL MOVIMENTO È PARTITO

Nuvole che si sprigionano dall’ILVA che non sono nuvole di pioggia

Valentina Petrini è una giornalista d’inchiesta vissuta a Taranto sino all’età di 19 anni. Età in cui si trasferisce a Roma per proseguire gli studi e iniziare l’avventura nel difficile mondo dell’informazione. Lo si legge nella breve “bio” con cui si presenta ai lettori del Blog de Il Fatto Quotidiano da cui oggi – 7 settembre 2018 – lancia una garbata ma ineludibile provocazione: “Oggi, ora, dobbiamo dedicare pochi minuti al funerale politico del Movimento 5 Stelle. Da oggi il Movimento diventa partito. Iniziata una nuova fase: quella di un “PARTITO” che come gli altri raccoglie consensi con promesse che non mantiene. In queste ore la mia bacheca Facebook e molte altre si stanno riempendo di commenti amari e delusi di elettori tarantini 5S. Perché il Movimento a Taranto ha preso una valanga di consensi. Voto di protesta, sì. Ma anche voto identitario: di tutti coloro che chiedono la chiusura delle fonti inquinanti, o anche lo stop a Tap, a Tav.

 

CORSI E RICORSI

Nonostante il grande differenziale d’età che mi separa da lei ho vissuto le stesse sensazioni all’epoca della fondazione delle LISTE verdi che (da socio fondatore qui in Piemonte e per sei mesi addirittura segretario provinciale di Torino) abbandonai non appena furono istituite le “Tessere“; segnale evidente che la presentazione alle elezioni che doveva essere uno stimolo perché i partiti tradizionali dedicassero finalmente un po’ di attenzione al territorio e all’ambiente stava virando verso altri obiettivi.

Obiettivi cui vennero puntualmente sacrificate la campagne ambientaliste che pure – non di rado – erano state costruite anche con la partecipazione di chi – illustre sconosciuto ne più ne meno di quanto lo sono 30anni dopo gli eletti a cinqueSTELLE – conquistò un posto al SOLE (che rideva): prima negli enti locali e – poco dopo – nei parlamenti nazionali. Analogia disperante se ci ricordiamo (come ci ricordiamo qui in Val di Susa) Pecoraio Scanio che sale devotamente (ma in automobile) alla Sacra di San Michele per fare voto contro il Tav prima delle elezioni per tornare – da ministro – a dirci che occorreva “governare” la progettazione della ennesima infrastruttura nel nostro esiguo e affollato fondovalle…

PRECEDENTI E SEGUENTI

E non che non ci fossero stati precedenti: lo certifica la memoria collettiva che è uno dei motivi delle forza del Movimento No Tav (nato contro il progetto di una nuova ferrovia ad alta velocità, ma erede di un quarto di secolo di precedenti battaglie ambientaliste contro l’autostrada, i mega-elettrodotti nucleari, la speculazione palazzinaro-mafiosa da cui sarebbe poi nata la “valleolimpica”,  e capace dare vita a una rete prima nazionale e poi europea contro tutte le Grandi Opere Inutili e Imposte: un acronimo fatto proprio nientemeno che da Le Monde!

Prima ancora di un altro ministro verde – Edo Ronchi – fu un Bertinotti in cachemire a venirci a dire – in una assemblea partecipata da duemila persone – che ormai il progetto era stato definitivamente approvato e che l’accordo con la Francia non si poteva mettere in discussione e a “farci i suoi migliori auguri” allorché – tutti e duemila – gli dicemmo che eravamo determinati a continuare la lotta. Lotta che infatti proseguì e prosegue nonostante tante volte ci si sia venuti a dire che occorreva rassegnarsi e – semmai – approfittare (così fan tutti) delle “compensazioni” che il “potere contrattuale” derivante dalla nostra ostinazione avrebbe reso particolarmente ricche e “convenienti”. O – (più dignitosamente, tirando in ballo “ragioni superiori”) – che “pur di non consegnare il paese alla destra” avrebbero votato il “dodecalogo di Romanoprodi ”(dove il si al TAV era ribadito due volte) anche coloro che più ci erano stati vicini in tante manifestazioni e in momenti particolarmente difficili: cito a memoria: Paolo Ferrero, Marilde Provera, Ezio Locatelli, e – credo – persino l’attuale segretario di Rifondazione, l’ambientalista abruzzese Maurizio Acerbo che – giovanissimo – transitò in parlamento in quei pochi ma fatidici mesi…

STORIA MAESTRA

Ma non si creda che non si possa risalire più indietro nel tempo in una Valle in cui la stessa Resistenza antifascista fu palesemente tradita da buona parte di coloro che si sarebbero avvicendati anche in altissimi incarichi istituzionali (ma sempre con l’alibi di dover “salvare la democrazia”…ma scendendo a patti e chiedendo i voti per presiedere che so io, la Republica) proprio a chi della democrazia aveva un concetto molto personale… Perché quanto citato poco sopra – il sacco edilizio nell’alta Valle di Susa – (quella cui non sono ovviamente previsti i cantieri Tav perché ospita le seconde e terze case di “lorsignori”) non si può escludere possa essere stato uno dei motivi che portarono all’assassinio del Procuratore Capo del Tribunale di Torino Bruno Caccia: a oltre 30 anni dalla sua morte non è stata scritta la parola fine sulle inchieste ma sono stati acclarati i collegamenti con la speculazione immobiliare tra Bardonecchia, Sauze D’Oulx e Sestriere.di chi ha subito pesanti condanne passate in giudicato. Del resto che “con la mafia bisogna convivere” lo disse addirittura un ministro-ingegnere del noto statista Silvioberlusconi  che è anche uno degli impresari che ha appaltato (con qualche conflitto di interessi?) i tunnel geognostici  propedeutici allo scavo della galleria ferroviaria tra Francia e Italia…

GOMMA E FERRO NEL CALCESTRUZZO UNITI

Tunnel oggi ferroviario, ma sostenuto dalla stessa lobby che impose l’autostrada e prima ancora il traforo autostradale (appena raddoppiato) alla faccia del narrato dualismo gomma ferro felicemente sposi nel calcestruzzo e la cui realizzazione “impose” la costruzione dell’autostrada cui si opponeva (oltre a Pro Natura, storica associazione ambientalista) nientemeno che il PCI che coniò uno slogan che lo aiutò (ma guarda un po’) a vincere le prime elezioni regionali: “massimo utilizzo dell’esistente”: la ristrutturazione e messa in sicurezza delle due strade statali che corrono nel fondovalle (affiancate da strade provinciali e dalla ferrovia) al posto della realizzazione di una impattante autostrada in sede propria…Uno slogan buono per una (sola) campagna elettorale , dopodichè la nomenklatura regionale “di sinistra” si uniformò (attraverso l’affratellamento con i parlamentari della DC ) alle scelte governative che avevano nelle “concessionarie” autostradali (termine per decenni sconosciuto ma oggi sulla bocca di tutti) il “bancomat” più generoso verso le crescenti esigenze dei partiti…

Già, i partiti… nati che siano come liste di cittadini volenterosi, o come ramo d’azienda a disposizione dell’azionista di maggioranza, o strutturati come avrebbe voluto la Costituzione all’articolo 49, uno dei più ignorati, vi si nascondono – come tutte le cose – i pro e i contro. Nel neonato partito a cinque stelle forse perché nato prematuro, forse perché andava tenuto per ancora qualche tempo “sotto foto”, forse perché non si sono ancora chiuse le fontanelle, sembra prevalere i l più subdolo dei “contro”: sotto un unanimismo che non fu neanche del primo PCI pare covare una esasperata organizzazione per faide.che non riesce o non vuole – nella smaniosa rivendicazione di “diversità”– articolarsi in un normale conflitto di maggioranza e opposizione. Costretta dal matrimonio di interessi con la Legadisalvini a reggere l’urto quotidiano di un blocco che appare davvero granitico; una corazzata che da quando l’alleanza gialloverde si è fatta governo ha perseguito la piena soddisfazione non solo dei suoi elettori del 4 marzo, ma anche di sempre più votanti di forza&fratelli d’italia, (ma di non pochi di coloro che pur orientati vagamente al grigio avevano preferito l’opzione gialla). Una spinta che pare rafforzarsi dopo ogni maldestra e ipocrita pisciata fuori del vaso di Macron, a ogni ingerenza nordeuropea sulla tenuta dei conti altrui, a ogni timida indignazione di Lauraboldrini sulla sorte dei migranti ancora e nonostante tutto sballottati dalle onde nel Mediterraneo.

CANTARE E PORTARE LA CROCE

Così il povero Dimaio – sempre più costretto in “ormaie” renziane – incassa critiche aspre ma “solidali” da Di Battista e Fico e scontenta inesorabilmente chi solo tre mesi fa si spellava le mani per le sue promesse: i cittadini di Taranto traditi, ma gli operai dell’Ilva diffidenti; i cittadini attivi della fascia adriatica (costretta in servitù dagli interessi privati che si celano sotto il gasdotto TAP) e le maestranze delle imprese di movimento terra che pure potrebbero trovare lavoro per decenni in un piano nazionale di riequilibrio idrogeologico promesso – con tanto di ministro in pectore – ma scomparso dai radar nel “negozio” col salumiere del Viminale

Ora io (anche per la ricostruzione storica ma dichiaratamente “artigianale” proposta nelle righe precedenti non me la sento di gettare l’intera croce addosso al vicepremier in giallo (anche se lo avevo scritto qualche giorno fa sulla più pubblica delle piazze – facebook – che sull’Ilva non vedevo cosa ci fosse da sor-ridere visto che – comunque si fosse chiusa – la vertenza si sarebbe chiusa male; e male si è comunque chiusa nonostante la condivisione delle responsabilità con un Maurizio Landini e una Francesca Re David: sinistra Cgil + sinistra Fiom).

Tantomeno me la sento di pretendere che Toninelli si occupi prioritariamente di TAV Torinolione mentre non fa a tempo a esplodere un’autocisterna sulla tangenziale di Bologna che vien giù il forse più famoso dei viadotti degli anni della colata di calcestruzzo: quello del Polcevera a Genova che tutti abbiamo imparato chiamarsi Morandi…Così come tutti sappiamo tutto – adesso – delle concessioni autostradali; una rete capillare costruita col contributo di tutti i cittadini; anche di quelli che abitano le Eolie e che usano l’autostrada forse una volta l’anno e neanche tutti gli anni; una rete pubblica “concessa” benevolmente a finanzieri & impresari che hanno blindato il rendimento, imposto gli aumenti tariffari, determinato gli investimenti e persino lucrato su di essi affidando a se stessi progettazione, direzione lavori e persino i collaudi; tutto “in house”: sia le nuove realizzazioni (la variante di Valico cara alle ex regioni rosse o la Asti Cuneo che nel cuore di Chiamparino è seconda solo alla Torinolione), che la manutenzione straordinaria di tratte ammalorate come quella accartocciatasi a Genova.

EQUILIBRIO E CONSAPEVOLEZZA

Ma bisogna pur rendersi conto che i meccanismi perversi che sono venuti alla luce tragicamente e solo grazie alla enormità della catastrofe genovese, ai 43 morti di ferragosto, si celano sotto le modalità di realizzazione di qualunque della Grandi Opere; quelle che molta parte di chi ha votato cinquestelle contesta spesso da decenni (ben prima che Grillo prendesse alla lettera Fassino e fondasse il movimento dopo che gli era stata rifiutata l’iscrizione provocatoria al PD)…

Lo sa il ministro di quel dicastero che una volta (e non a caso) si chiamava dei “lavori pubblici” (e che lui coraggiosamente vorrebbe riportare al principio ispiratore di quella denominazione) che la lobby proponente della Torinolione ha “lavorato”per ottenere in concessione non solo la nuova galleria da 57 km ma anche la linea che spregiativamente chiamano “storica” ma su cui, solo negli ultimi 10 anni, è stato speso mezzo miliardo di euro pubblic? Sono 500mila zecchini d’oro che potrebbero essere moltiplicati come pani e pesci e “consumati in house”. Così.  gestendo un doppio monopolio naturale (dato dalla somma di entrambi itinerari) le tariffe del pedaggio – di opere costruite e mantenute a esclusivo carico dei cittadini – sarebbero in balia dei desiderata del concessionario…

Chi ha la mia età ha imparato qualcosa della vita, non per merito ma per anzianità di servizio; è,una cosa che probabilmente e comprensibilmente da più fastidio che conforto a chi ha oggi responsabilità di governo per di più da condividere in una “relazione complicata” come si  dice su facebook: fare il grillo parlante crea evidentemente disturbo anche ai… grillini … Ma se la mia modesta analisi è quantomeno verosimile, se le mie congetture sono se non altro accettabili (in attesa di una verifica che solo il tempo potrà dare) mi pare che l’avvicendamento movimento/partito possa comportare comunque una perdita di consenso. La scelta è quindi tra perderne un po’ di più mantenendo intatta la propria diversità o un po’ di meno vendendo anche l’anima. Governare è importante e indubbiamente molto difficile: oggi più di ieri ma meno di domani. Ma proprio la situazione in cui versa il nostro paese sta dimostrando che anche fare una sana ed efficace opposizione non è affatto facile: e che forse – paradossalmente – abbiamo più bisogno di opposizione che di governo.

Borgone Susa, 7 settembre 2018 – Claudio Giorno

 

 

A CHI IL GOVERNO DELLE INFRASTRUTTURE? A NOI ! … LA LEGA SALE IN CATTEDRA?

 

Qui gli ultimi lanci dell’agenzia di stato – TelevideoRai  – del 19 agosto 2018

7.40 – Giorgetti: ora strade e scuole sicure.

A settembre il governo varerà un grande  programma di manutenzione infrastrutturale. Lo annuncia il sottosegretario alla presidenza, Giorgetti al Messaggero  dopo la tragedia del Ponte Morandi.

Il governo “ha contestato ad Autostrade la responsabilità del crollo”, ha detto Giorgetti, “ma non possiamo accettare che certe situazioni si protraggono all’infinito e si arrivi alla prescrizione come per la strage di Viareggio”. La Gronda, dice, si farà così come la Tap, mentre la Tav “verrà ridimensionata”.

L’Ilva? “Nessuno perderà il posto”.

8.34 – Rixi: si farà la Gronda, M5S disponibile

Autostrade annuncia la costruzione di  un ponte in acciao in 8 mesi? “Mi sembra il minimo. Un atto dovuto”. Lo dice il sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi al Corriere che assicura:

“Si farà anche la Gronda. Su queste opere anche Di Maio è disponibile”.

“I passati governi hanno consentito ai privati di incassare mentre tagliavano la spesa pubblica”, ha detto Rixi, che ribadisce la revoca della concessione  ad Autostrade. “Di gestori ne troviamo

quanti ne vogliamo visto che l’utile è pari a un terzo delle entrate”

Giorgetti e Rixi non sono due che parlano a vanvera e soprattutto sono due esponenti di primissimo piano della nuova lega di Salvini (quella che ha rivoltato come un calzino la bocciofila della famiglia Bossi e l’enclave lombardoveneta di Maroni & Zaia, che con i Benetton qualche frequentazione l’hanno avuta, tanto per restare in tema infrastrutture & amicizie pericolose)…

Ma Giorgetti e Rixi amano il rischio e nessuno dei due si è tirato indietro nel recente passato da imprese che coniugavano la politica col business, gli slanci ideali (flat tax) con il piccolo cabotaggio (trasporti e infrastrutture, appunto).

Giorgetti poi, che è stato anche tra coloro che hanno sottoscritto la introduzione nella nostra Costituzione del famigerato pareggio di bilancio e (dei lacci e laccioli che ne derivano e che il megafono di Salvini dice di voler tagliare un giorno si e uno anche) oggi sovrintende anche al CIPE… E’ quindi uno che conta (e sconta)…Vien difficile immaginarsi che a  un politico navigato e di quel calibro sia sfuggito che le delibere pro continuità del Tav (e del relativo affare a favore del banchiere Macron, ma a spese prevalenti del contribuente italico)  stavano svolgendo il loro iter carsico fino a sbarcare in Gazzetta Ufficiale il venerdì prima del ferragosto (come nella consolidata tradizione di ogni progetto contro i cittadini informati e combattivi)…

 

Concepite da Delrio & Gentiloni  a “governomorto” le due delibere – tra contraddittorie prescrizioni che sparpagliano qua e la nel testo costose foglie di fico per nasconderne le vergogne più visibili –  avallano sostanzialmente la variante di progetto che dovrebbe: 

  • trasformare la Val Clarea in un dedalo di gallerie per poi scavare i tunnel ferroviari sia in direzione Italia che Francia!
  • Il peggiorare ancora (se possibile) l’idea demenziale che dovrebbe fare di Chiomonte un profondo girone dantesco;
  • Trasformare in un autodromo per mezzi pesanti il tratto autostradale tra Susa e  Salbertrand (paese in cui persino la sede del parco naturale del Gran Bosco è incastrato tra barriere di esazione pedaggi, aree di servizio, fasci binari arrugginiti e cave di ghiaia lungo tutto  l’alveo del fiume)…
  • Aumentando ovviamente il rischio idrogeologico, i danni già ammessi dagli stessi proponenti per la salute dei residenti (effetto collaterale) e il costo a carico della collettività ma a beneficio di un entità – TELT (oltretutto società di diritto francese), che funzionerebbe esattamente come “Autostrade per l’Italia” pur gestendo ferro invece che gomma!*** (Non a caso alcuni tra i suoi massimi dirigenti – sull’uno e sull’altro versante – provengono dalle Autostrade! Poi per una stampa comprata e venduta gli “amici delle autostrade” sarebbero i tecnici del Movimento No Tav…)

 Bene (si fa per dire):

il bilancio delle vittime del gioiello della ingegneria civile di Genova continua a salire ma è già stata indetta la gara (di parole) per appaltare nuovi viadotti e nuove gallerie (il Morandi 2.0 & la “Gronda delle pietre verdi” nella regione funestata più di Casale Monferrato dai morti per amianto). Lo sdegno per la privatizzazione degli utili di quella macchina da soldi che sono le barriere esazione pedaggi coinvolge ormai anche gli “opinionisti un tanto a cazzata” di “UnomattinaRai che hanno momentaneamente trasferito la indignazione nazionalpopolare dai femminicidi al delitto stradale…Peccato che i loro giornali (inchiavardati con i CdA e le Pubblicherelazioni delle società che ne avrebbero beneficiato circondarono di silenzio assordante la privatizzazione di una  cosa dai cui utili si potevano ricostruire 10 (dieci) Viadottimorandi/anno, ma che comunque privatizzabile non era, in quanto “monopolio naturale” (lo dicono gli Economisti Liberisti, e non gli Antagonisti No Tav!).

 

Peccato che le Grandiopere celebrate sin dai tempi delle tavole di Walter Molino pubblicate sulle copertine della Domenica del Corriere abbiano  appena cominciato a presentare il conto… E non solo per il cemento ammalorato ma anche per quello non impiegato ancorché pagato e di cui (anche in questa catastrofica circostanza) nessuno parla…E Dio sa quanto spero di sbagliarmi…

 Borgone Susa, 19 agosto 2018 – Claudio Giorno*

 (* già dipendente di una concessionaria autostradale (che fu tra le prime privatizzate in Italia) e per questo oppositore delle Grandiopere prima ancora che No Tav della Val di Susa…).

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P.S, : ancora da Televideo del 19 agosto la dichiarazione del Procuratore Capo del Tribunale di Genova;

 10.58 – Strade sicure, Cozzi: Stato ha abdicato

Ho difficoltà “ad accettare l’idea che il tema della sicurezza pubblica stradale sia rimesso nelle mani dei privati. La filosofia del nostro sistema vede oggi uno Stato espropriato dei suoi poteri, una sorta di proprietario assenteista che ha abdicato al ruolo di garante della sicurezza”. Così il procuratore di Genova, Cozzi, al Corsera.

“Credo che il crollo del ponte Morandi porti a ripensare tutta la materia”, afferma: “Cercheremo di capire quali sono esattamente i poteri degli organi di controllo del ministero”.

*** RUOLO DI TELT (Non soloTAV) : negli accordi tra Italia e Francia per la realizzazione di quel che resta del “Tav” Torino Lione anche l’attuale ferrovia (dichiarata ambiguamente insicura dai proponenti nonostante quasi un miliardo speso dai due paesi negli ultimi decenni) dovrebbe venire gestita da TELT assieme al traforo di base di 57 km che rappresenta il “core-business della casa”…

****LE FOTO: le immagini in bianco e nero fanno parte di una ricerca fotografica di Michele Guyot Bourg visibile sul suo profilo Facebook

COLLAGE

Quel filo che lega Macron a Lione

L‘inchiesta prende le mosse dalla denuncia di due esponenti del centrodestra riguardante una presunta erogazione di fondi a favore dell’allora candidato presidente di En Marche da parte della città metropolitana di Lione, feudo dell’attuale ministro dell’Interno, Gerard Collomb. I reati ipotizzati sono quelli di malversazione di fondi pubblici, finanziamento illecito della campagna elettorale, abuso di proprietà aziendale e ricettazione. Sulla vicenda indaga la polizia.

https://www.interris.it/esteri/quel-filo-che-lega-macron-a-lione

Se si cerca tra le primepagine dei più autorevoli quotidiani d’oltralpe non se ne trova più traccia da almeno una settimana. Ma nelle pagine interne (su quelle dei quotidiani regionali) se ne continua a parlare pur se sottovoce. Lo strano è che se ne parla (scrive) quasi di più sui nostri giornali (anche su alcune testate da cui meno te l’aspetti). Ma l’ inchiesta della magistratura francese – nonostante la pubblica accusa sia sottoposta a un controllo politico non trascurabile – sta oscurando un altro po’ la luce (riflessa) di cui ha goduto fin qui il presidente francese. Un momsieur le president fabbricato in laboratorio in poco più di tre mesi e arrivato all’Eliseo “En Marche” triomphale…

Una marcia iniziata con le clamorose dimissioni polemiche dal dicastero dell’economia – maldestramente concessogli dal predecessore Hollande – ma conclusa vittoriosamente grazie al travaso di voti non solo socialisti ma anche e soprattutto repubblicani: insomma, il “partito della nazione” sognato a lungo sull’Arno “d’argento” è stato realizzato sulle due sponde della Senna.

Ma tornando al presidente-banchiere (quello che non deve prendere lezioni da nessuno) quel che mi pare di dover evidenziare dal nostro punto di vista e che – comunque finisca la vicenda – è quel “collegamento con Lione” a cui si fa riferimento nei resoconti. Con Lione e col suo ex-sindaco premiato col Ministero degli Interni, quello che i respingimenti dei migranti li ordina in montagna invece che al mare (con l’eccezione degli scogli di Ventimiglia). Quello che detta la linea dura alla gendarmeria che ricaccia tra le nevi del Colle della Scala anche le donne incinte e malate (che vadano a partorire e morire in Italia dove sono sbarcate rispettando le “regole di Dublino”…).

Quello che dispone la denuncia di una guida alpina se carica sulla sua auto una partoriente che affonda i piedi mal calzati in mezzo metro di neve al valico del Monginevro e l’accompagna all’ospedale di Briancon…Quello che ha ordinato lo sgombero violento della “Zad”, pur facente parte di un governo che ha dovuto ammettere (vent’anni dopo l’ultimo tragico volo) che il supersonico civile Concorde non sarebbe mai più decollato dall’aeroporto di Nantes (e che quindi il suo raddoppio a spese dei contadini di Notre Dame des Landes era inutile).

Quello che da sindaco di Lione (manifestando fin da allora una vocazione poliziesca) si scambiava – col suo “camarade Fascinò” –  promesse di eterno amoreTav:

“È solo questione di tem­po. Perché nonostante le proteste, gli allarmi del Vi­minale, le preoccupazioni per il rischio di infiltrazioni terroristiche, la Tav « è un’opera essenziale alla quale entrambi siamo molto partecipi». (…)il  pre­mier Mario Monti si è impegnato a continuare a lavorare per l’opera. Per noi, né nella mia città né nel resto della regione, i la­vori sono stati mai un pro­blema. A manifestare da queste parti sono solo gli italiani, senza per altro tro­vare appoggio(…) Torino e Lione si portano avanti av­vicinando i due versanti delle Alpi con un nuovo ac­cordo (…) Un patto a 360 gradi che attraverso i bandi di Smart Cities, la cul­tura e le trasformazioni ur­banistiche «leghino ancora di più due città da sempre vicine, con una storia molto simile, e che in futuro avranno molto da realizzare insieme».

https://www.cronacaqui.it/25456_cultura-e-tecnologia-sullasse-torino-lione-la-tav-essenziale/  . era il 17 maggio 2012 e di li a poco la Lynturin concepita nel ventre corrotto del Credit Lyonnaise avrebbe trovato avversari anche in Francia;  e che avversari: dalla Corte dei Conti alle commissioni d’inchiesta varate per arginare l’alluvione debitorio dovuto principalmente proprio al numero e costo fuori controllo delle Grandi Opere Inutili e Imposte. Una voragine con cui anche Macron ha dovuto “fare i conti” mettendo nel mirino principalmente proprio le SNCF (ferrovie francesi) e la loro costosissima “grandeur”… Di cui sin qui si conosce solo la parte emersa dell’iceberg. Un iceberg contro cui potrebbe incrinarsi la consolidata amicizia o – se vorrà favorire i desideri del vecchio amico socialista – appesantire ulteriormente il debito pubblico che rischia di far precipitare nella impopolarità il “presidente né di destra né di sinistra”:

Ma vediamo cosa dicono (dicevano?) i giornali francesi qualche giorno fa dell’ex sindaco e del suo ambiguo rapporto col suo ministro già sindaco e compagno di partito: Le Figarò (da sempre vicino ai gollisti) ci andava giù pesante: “

Scriveva che i due esponenti repubblicani “hanno presentato una denuncia per “appropriazione indebita”, (…) e cercano di dimostrare che l’ex sindaco ha usato i mezzi della comunità al servizio della campagna di Emmanuel Macron: Il ministro degli Interni Gerard Collomb si è mostrato troppo generoso (…)”In considerazione della gravità dei fatti menzionati, sembra giustificato che il pubblico ministero intraprenda immediatamente le necessarie operazioni di verifica e di indagine di fronte alla resistenza presentata dalla Métropole de Lyon per fornire risposte serie al domande specifiche “: lo ha detto alla agenzia Reuters Philippe Cochet, presidente del gruppo LR alla città metropolitana di Lione. “Gerard Collomb aveva detto a Emmanuel Macron:” Darò una mano “. Ma ha aiutato con cose che non gli appartengono”.

http://www.lefigaro.fr/politique/le-scan/2018/06/20/25001-20180620ARTFIG00101-collomb-a-t-il-aide-illegalement-macron-en-2016-les-lr-de-lyon-saisissent-le-procureur.php

 E per concludere il collage cosa c’è di meglio che leggere come ne riferisce in Italia  un giornale finanziato dalla politica e per questo ipergarantista come “il Foglio” fondato da Giulianoferrara che “stupisce” fin dal titolo: “Lo sbirro di Macron;é stato sindaco (molto amato) di Lione, ora è il ministro più popolare,  Gérard Collomb: all’Interno un socialista fissato con la sicurezza- Lo staff di Collomb ha minimizzato. “Non c’è nulla di nuovo in queste informazioni il cui unico scopo è quello di screditare il ministro”per poi  aggiungere sibillinamente:. “fari puntati anche su Jean Marie Girier, ex capo del personale di Colomb a Lione, personaggio chiave della campagna elettorale per le presidenziali poi approdato al ministero degli Interni”…. 

https://www.ilfoglio.it/magazine/2017/10/23/news/lo-sbirro-di-macron-159228/

Riuscirà il nostro eroe (grazie all’esperienza maturata da  Rothschild & Sons) a tagliare i tentacoli della piovra che sta portando la Francia nelle profondità del suo “oltremare”? Non pare facile perché l’”affaire  Collomb“si prende la scena solo pochi giorni dopo un altro fattaccio di cronaca: il collaboratore “numeroUno” del Presidente – il potentissimo segretario generale dell’Eliseo Alexis Kohler coinvolto proprio in una storia di favori al cartello finanziario dei costruttori di grandi opere in collusione coi sindaci di altre importanti città (Tolosa, Bordeaux):  “appropriazione indebita di interessi”, “traffico di influenza” e “corruzione passiva” sono le pesanti accuse rivolte al “braccio destro” di Macron perché pare aver tenuto nascosti i legami con l’armatore MSC, che ha interessi nei cantieri STX oggetto di uno dei tanti accordi commerciali con l’Italia;   mentre sullo sblocco di una delle tante grandi opere messe “in pausa” dal commissario Duron e dalla ministra Borne sembra aver deviato dal suo ruolo di arbitro promettendone lo sblocco.

Borgone Susa, 26 giugno 2018 – Claudio Giorno

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Bussoleno 8 giugno 2018_ fango _ foto Cg

FANGO

Agorà va in cottura di prima mattina. Lo so perché sono stato ospite in studio – “cent’anni fa” – tra opinionisti e giornalisti illustri (serviva un esotico valligiano No Tav per la scenografia, ma da quella posizione privilegiata riuscii persino a comunicare qualcuna delle nostre ragioni). La trasmissione del mattino della rete 3 della Rai, deve sgomitare tra unomattina & mattinocinque che fin dal primo caffè la buttano sul morboso, tra femminicidi e Albano&Romina, facendo strage di ascolti. Difficile farsi vedere avendo come mission la cronaca politica. E allora ci sono i collegamenti con la periferia, le dirette da Amatrice (tra una scossa e l’altra) o, in carenza di un disastro da mandare in diretta, l’anniversario dell’alluvione di Sarno (che è pur sempre il luogo di nascita di Luciannunziata…Ma ci sono anche i colpi di fortuna (mors tua vita mea): Irene Benassi è stata inviata in Val di Susa – destinazione cantiere TAV semideserto di Chiomonte (per dare spunti a politici & direttori di giornale in perenne accanimento terapeutico al capezzale della più simbolica delle Grandiopere inutili&imposte). Sa che nel pomeriggio precedente  in Val di Susa è successo qualcosa: un pezzo della montagna su cui si arrampicano le case sul versante nord di Bussoleno si è squagliato sotto l’ennesimo nubifragio di una tarda primavera in cui abbiamo visto raramente il sole. Ma dalla redazione mi avevano contattato per il Tav (proprio per quella comparsata di cui sopra e per qualche contatto preso negli anni in occasione di altre dirette); ma lei mi comunica di voler lasciar perdere (per una volta) il cantiere paramilitare della Maddalena di Chiomonte per calpestare fango a Bussoleno; stare sulla attualità a costo di “marginalizzare” un po’ il Tav.

La redazione mi aveva chiesto di portare (ancora una volta) davanti alle telecamere dei tecnici in grado di reggere il contraddittorio col direttore di Repubblica, l’inviato del Corsera e un paio di politici di governo e opposizione, ed io ho faticato più del solito a mettere assieme un paio di “volontari” in una giornata lavorativa avvertendoli dalla sera alla mattina. Ma butto giù due appunti per rassicurarla via mail:  il fango di regione San Lorenzo a Bussoleno e la realizzazione della galleria di base  (quel che resta della Lione Torino) sono due facce della stessa medaglia: c’è sempre da fare i conti con l’esiguo fondovalle asservito alla realizzazione di reti infrastrutturali (quasi sempre inutili o quando va bene sovradimensionate). Grandi opere a cui vengono destinate la maggior parte delle risorse pubbliche e il conseguente abbandono delle montagne: terreni difficili a cui tali risorse vengono invece sottratte (l’unica “riforma” che la politica è riuscita a fare è l’abolizione delle Comunità Montane…) proprio li dove lo scavo di gallerie stradali, ferroviarie e idroelettriche va a  sconvolgere il regime idraulico peggiorando il già precario equilibrio dei pendii (e causando anche la perdita definitiva di acqua potabile per le grandi città e per i suoi cittadini ignari e forse un po’ distratti): “il grave dissesto idrogeologico che questo pomeriggio ha colpito (per la 4^ volta in un mese) Bussoleno riguarda l’intera Valle. Sulla cittadina di Susa  incombe un costone del Rocciamelone che ha avuto il bosco di conifere piantumato decenni fa interamente bruciato dai roghi (dolosi come del resto a Bussoleno) della fine dello scorso anno! E solo poco più di una settimana fa il Giro d’Italia ha rischiato di non poter celebrare la vittoria definita d’altri tempi del britannico Chris Froome perché in alta valle (la parte ricca delle olimpiadi 2006 e della speculazione edilizio-mafiosa) due grandi frane hanno interrotto per settimane le strade statali che collegano il Piemonte con la Provenza! E molte altre aree sono andate in cenere a fine 2017 e comunque anche quelle dove i boschi non hanno subito danni sono caratterizzate da instabilità “a macchia di leopardo”. Come del resto tutto il nostro paese, grandi aree urbane comprese, i cui fiumi ogni temporale fanno paura”.

Susa, 26 maggio 2018 – parte il “Giro” tra bandiere No Tav e Palestinesi _ foto Luca Perino

 

IL GIRO D’ITALIA

 Bussoleno, via Traforo (tutto in Val di Susa sa di servitù alle grandi opere, anche il nome di alcune delle vie principali); la strada corre tra due ali ininterrotte di case, parallela al fiume Dora Riparia che qui (a differenza di molti altri paesi) scorre in pieno centro storico. La troupe deve essere per tempo sul posto per un breve collegamento che andrà a formare il sommario della trasmissione. Lavate dalla pioggia che ha continuato a cadere anche di notte (ma per fortuna con moderazione) le bandierine tricolore e i nastri rosa spiccano sullo sfondo plumbeo di un cielo che non si vuole aprire (a poco più di una settimana dalla notte più corta che dovrebbe sancire l’ingresso dell’estate). I ciclisti l’hanno percorsa in un attimo fuggente, il giorno dopo l’impresa di Froome in una tappa “di tutto riposo”:  da Susa a Cervinia!

La sede della Croce Rossa (dove è stato allestito il centro di accoglienza per gli sfollati dall’area più colpita (e ancora a forte rischio) occupa interamente la vecchia scuola professionale “Plana e Bosso”; sparito il lavoro che ce ne facciamo ,ancora di scuole professionali? Come fabbriche di disoccupati van bene anche i licei… meglio ancora lo stare a casa o bighellonare nelle sale gioco dei bar da cui lo stato incassa soldi soprattutto da coloro che non ne hanno: disoccupati che non cercano più lavoro, pensionati al minimo, casalinghedisperate

Qui i mezzi non mancano: ambulanze, auto di recente immatricolazione, divise lavate e stirate: del resto i volontari della Crocerossa non devono spalare fango. Per questo ci sono – un po’ più su, tra il fronte della frana e le prime case lesionate – i Vigili del Fuoco e i mai abbastanza ringraziati volontari AIB (acronimo di Anti Incendi Boschivi): solo pochi mesi fa hanno rischiato la pelle tra gli abeti e i larici da cui si alzavano fiamme alte decine di metri! Sono andati a spalare fango a Genova, a rimuovere macerie pericolanti a L’Aquila,  poi a Norcia, Castelluccio, Camerino. Qualcuno tra quelli più anziani ha spalato anche a Sarno o è stato da ragazzo tra gli “angeli del fango” di Firenze, ma nessuno se lo ricorda perché non sono diventati famosi come Venditti…

Fin troppi i suv & i pick-up della Protezionecivile; molti grandi e piccoli escavatori (un cingolato si fermerà in panne proprio in una strettoia di via San Lorenzo bloccando il via vai di camion che portano via fango, massi e detriti e le autobotti per i lavaggi e lo spurgo).

19 maggio 2018_ i Giovani No Tav alla marcia Rosta Avigliana _foto Luca Perino

I “RAGAZZI” NO TAV

Poi arrivano i “ragazzi No Tav”, (giovani o anziani siamo tutti ragazzi); stivali ai piedi, pale in spalla, carriole, felpe o foulard del movimento… “ma anche no”: non sono venuti a esibirsi; alla fine dello scorso anno brandivano motoseghe per  tagliare le piante a ridosso delle borgate tra Mompamtero e Venaus, prima che le altissime fiamme del bosco del Pampalu, spinte dal vento, le divorassero e con essa le case vicine. Mentre gli “opinionisti pagati un tanto a insulto” – quella volta di Mediaset – si chiedevano – sdraiati in studio – dov’erano gli antagonisti-difensori della Valle

Gli stessi anarcoinsurrezionalisti che questo inverno hanno accompagnato o soccorso decine di immigrati respinti nottetempo a 20 gradi sotto zero dai doganieri francesi che li “intercettavano” con gli infradito (o poco più) su sentieri a 2mila metri di quota!  Occupato il sotto-chiesa di Claviere – al confine col Monginevro –  hanno offerto rifugio e conforto.; caloroso se non caldo (il parroco aveva staccato “evangelicamente” il riscaldamento ma senza sostituirlo col bue e l’asinello…); ma almeno al riparo dalle intemperie…(Mentre sull’altro luogo di confine – Bardonecchia – veniva aperta – h24 e in piena collaborazione tra sindaco e prefettura – una saletta gestita dalla Rete dei Comuni Solidali  per dare ai migranti almeno le informazioni sui rischi cui si va incontro avventurandosi in alta montagna e su sentieri sconosciuti).

Con questo non voglio dire che in Val di Susa siamo geneticamente diversi dal resto del paese; né santificare una lotta (trentennale) che tra l’altro fu concepita a settembre del 1989 non nel nordovest ma a Trento in una riunione voluta da Alex Langer in difesa della del delicato ma prezioso ecosistema alpino dal traffico di transito e dai cantieri per realizzare nuove inutili e dannose infrastrutture!

Ma neanche rassegnarmi a una narrazione che oscilla tra il considerarci ottusi montanari o pericolosi ecoterroristi: Con un millesimo di quanto speso sin qui per quel che rimane della Torinolione (57 Km di tunnel di valico dei 237 della intera linea promossa 30anni fa da Lorenzonecci) si sarebbero potuti mettere in sicurezza i versanti della intera nostra valle, Coi soldi buttati in una catenadiS.Antonio di Grandiopere dal Mose, alla BreBeMi, dalla Foligno Macerata (il famigerato Quadrilatero del Pds di cui ci parlava Ivan Cicconi) al rifacimento della “SalernoReggio” alla progettazione infinita e costosa del Pontesullostretto si poteva mettere in sicurezza l’Italia intera! Cosa tanto più urgente e indifferibile in tempi di cambiamento climatico conclamato! (Il TG regionale del Piemonte del 7 giugno – dopo un ampio servizio su Bussoleno – ha intervistato Luca Mercalli perché a Torino, combinazione in coincidenza, era in corso un incontro tra la capitale subalpina e Portland – Oregon/USA – per imparare cosa si può fare per difendesi dai fenomeni atmosferici sempre più estremi spendendo responsabilmente i soldi dei cittadini.  http://www.nimbus.it/appuntamenti/files/20180607%20TorinoClimateLab.pdf  ).

1972_ Gruppo Valsusino d’Azione Nonviolenta: tra gli altri don Viglongo, Croce e Perino

RICONVERSIONE DELLA INDUSTRIA “BELLICA”

Quelli della mia generazione hanno vissuto un momento di autentica speranza in cui, dopo la fine della Guerra in Vietnam e i primi accordi sul disarmo nucleare, si parlava di  “riconversione della industria bellica”. Fabbriche di bombe e di bombardieri da riconvertire per produrre macchinette per fare la pasta e aerei da trasporto civile.

In Val di Susa – come molti, ma non tutti sanno – esisteva (a Condove) una di queste fabbriche: le Officine Moncenisio: vi lavorava (ed era stato eletto delegato sindacale) Achille Croce, rigorosamente Gandhiano, pensatore laico che assieme a un prete emarginato dalla Curia, Don Giuseppe Viglongo (il nostro Don Milani o Don Primo Mazzolari, figure cui lui del resto si ispirava) fondò il Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta. Ebbene Achille riuscì (probabilmente primo al mondo un’era geologica ante Internet) a far votare alla unanimità dai colleghi operai riuniti in assemblea l’impegno a non accettare mai più commesse militari (la fabbrica aveva prodotto tra l’altro anche siluri e molti apprendisti erano destinati – in una vallata di Alpini – a fare il servizio militare in marina! E la Moncenisio prosperò ancora per anni producendo carrelli ferroviari e macchine per le calze da donna brevettate da un ingegnoso dipendente!

Del Gvan, con Achille e Don Giuseppe, facevano parte, tra gli altri, Massimo Maffiodo (operaio Moncenisio che sarebbe diventato sindaco PCI di Condove e successivamente presidente della Comunità Montana) e Alberto Perino (proprio quello che in trasmissioni come Agorà desiderano sempre intervistare perché è divenuto il volto del movimento No Tav; perlomeno il volto più conosciuto, suo malgrado)… Epici gli scontri politici tra i due, negli anni del compromesso storico, ma riappacificati dall’affacciarsi della lotta No Tav! Una lotta che in quel clima portò a immaginare un’altra sorta di “riconversione bellica” Molti che – come me – avevano trovato occupazione proprio nel mondo delle “Opere Pubbliche”, come si chiamava allora anche il competente ministero (saggiamente separato di trasporti altrimenti passa l’equazione Infrastrutture = Autostrade & Ferrovie) pensavano che la fame di appalti che caratterizzava le imprese del settore poteva essere soddisfatta in modo più utile alla collettività.

Era una vera e propria bulimia (lo è ancora, anzi è aumentata) anche e soprattutto per la facilità dei grandi costruttori legati a filo doppio con influenti politici, ad accedere a grandi quantità di denaro pubblico e di poterne ricavare non il giusto guadagno ma margini spropositati tali da costituire provviste per enormi tangenti (come le cronache giudiziarie dei quegli anni cominciavano a rivelare).

Perché – era la domanda di alcuni di noi, primi ecologisti quando l’ecologia non era ancora di moda – non impiegare l’enorme potenza di fuoco, perché no, le competenze di dirigenti di cantiere e maestranze preparate, in una grande opera ma costituita dalla somma di migliaia di piccoli interventi di puntuale manutenzione di un  territorio – il nostro – tra i più belli ma proprio in quanto tale tra i più fragili del globo? Ingenui non avevamo capito che era la concentrazione di tanto denaro pubblico in poche mani private e attraverso la mediazione delle banche pubbliche di cui stava iniziando la privatizzazione strisciante il “core business” che soddisfava tanto appetito!

Ed eccoci qui – trent’anni dopo – a spalare fango (nel mio caso a guardare chi spala e a provare almeno a comunicarne in parte i motivi a inviati speciali che  non mostrano, se non in sempre più rare occasioni, alcun interesse al riguardo; (parlo di chi è in evidente buona fede).

 

la fabbrica delle fake news lavora h24

GIORNALISTI DISPERATI  E INDUSTRIALI IN CRISI DI NERVI

Politici senza competenza alcuna negli studi televisivi romani con i principi del giornalismo a disertare su:

  • penali da pagare a UE, Francia e imprese appaltatrici: falso e documentabile come tale.
  • Costi dell’abbandono del (poco o niente) costruito superiori a quelli del realizzare l’opera: falso e documentabile come tale perché da solo il tunnel da 57 Km costerebbe 8,6 miliardi a preventivo, mentre la Corte dei Conti Francese ha ufficialmente stimato in 26,1 miliardi (e ormai sei anni fa) il costo della intera linea senza la quale il tunnel non ha nessun senso logico.
  • isolamento del nordovest dall’Europa se non si fa il nuovo tunnel: falso e documentabile come tale; il Piemonte è la regione con più collegamenti con l’altro versante alpino tra strade e ferrovie.
  • Insufficienza della linea “storica”: falso e documentabile come tale a cominciare dal termine “storica” per una ferrovia raddoppiata negli anni ‘90 nel suo tratto più acclive e tortuoso (allora a binario unico!) e successivamente risagomata al traforo di valico del Frejus che oggi consente il traffico del 95% delle merci ingombranti, Una ferrovia che venti anni fa (nelle condizioni colpevolmente penalizzanti in cui versava) arrivò a far transitare 12 milioni di tonnellate di merci mentre oggi (dopo mezzo miliardo speso solo nella ristrutturazione del tunnel e un miliardo e mezzo di progettazioni e lavori propedeutici per la galleria di base) non si arriva a 3 tonnellate! E  potendone transitare oltre 20 (prendendo per buoni i dati più sfavorevoli per noi, pubblicati nel “quaderno1” dell’Osservatoriovirano istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ai tempi di Berlusconi & Lunardi)…

E potrei andare avanti per pagine con le sole fake news di questi giorni; come chi di noi è intervenuto ad Agorà avrebbe potuto fare per delle ore: peccato che ci sia stato riservato un minuto e quarantacinque secondi sui titoli di coda… a gente che per rendere un servizio a un paese disinformato lavora gratis da anni e quella mattina aveva preso tre ore di permesso non retribuito…

Ma non era andata meglio con l’inviato della principessa della rete3 della Rai – Biancaberlinguer – il cui servizio registrato solo qualche settimana fa per Cartabianca ci aveva usato come complementi di arredo per l’intervista al direttore generale di TELT  (Tunnel Euroalpin) Mario Virano ripreso con l’elmetto di ordinanza nelle viscere di uno dei “cunicoli esplorativi” lato francese spacciato per inizio dello scavo del tunnel ferroviario vero e proprio, ma giustificato (e quindi rimborsato) dalla Unione Europea come prosecuzione del sondaggio geognostico…Poi si chiedono come mai ce l’abbiamo con la “categoria”…Categoria di cui fanno parte anche quelli che ieri – sabato 9 giugno – hanno compilato una agenzia per TGcom24/Mediaset e hanno ritenuto deontologicamente corretto corredare la notizia del ricorso alla Corte dei Conti italiana da parte di cittadini, tecnici e legali (consulenti Non Profit delle Istituzioni locali) con una foto di repertorio di un atto di sabotaggio su una linea Alta Velocità presso Bologna. Un sabotaggio attribuito alle “frange estreme No Tav” ma senza che la relativa inchiesta abbia portato a nulla…(per cosa è dato di sapere a oltre un anno dall’accaduto).

A quando i prossimi attentati dei “Lupi Grigi”  i cui unici accusati (scagionati post-mortem per suicidio!) furono Sole e Baleno?

Entreranno di nuovo in azione i doppilavoristi che alla faccia delle regole dell’Ordine dei Giornalisti prendevano uno stipendio dall’editore e uno dai “servizi”?

Già, gli editori: forse adesso in Italia ce n’è uno, assieme a un giornale che ha rinunciato progranmmaticamente a chiedere contributi pubblici, ma la maggior parte sono tuttora sovvenzionati dalla politica (coi soldi nostri)  ma controllati da finanzieri e palazzinari

Ma che eccellenza imprenditoriale può offrire una categoria il cui presidente – Moccia –  pochi giorni fa “giustificava” la necessità del Tav in Val di Susa ricollocandolo nell’itinerario Lisbona-Kiev non essendo evidentemente informato che (senza pagare alcuna penale) il Portogallo ha abbandonato l’impresa oltre dieci anni fa e l’Ucraina  ha un po’ di problemi-altri da risolvere…Problemi bellici con Putin duri da riconvertire, prima di far progettare il terminal della AV a Kiev da qualche archistar… Per non dire del presidente dei giovani industriali – Rossi – che accortosi diligentemente di quanto logora sia la definizione “strategica” , ha battezzato “la” Tav come “inclusiva”! Si accettano scommesse sul significato recondito…

Quando e se si sarà sopita l’isteria di questi giorni (in cui i poteri forti dopo aver perso la scommessa di cancellare la nostra Carta Costituzionale affidandosi al piazzista di Rignano stanno “riposizionandosi”  per farsi amico un governo di una coalizione a dir poco improbabile,  forse anche i giornalisti da compagnia torneranno a occuparvi di noi per motivi antropologici, sociologici.e (soprattutto) di ordine pubblico (e a questo ghe pensa Salvini)…

Ma essere stati uno dei principali luoghi di scambio di colpi bassi per un po’minacciare, un po’ blandire  il nuovo governo di Roma dal profondo nordovest è stata una esperienza nuova e per molti versi inaspettata. Perché  non abbiamo atteso il 2018  per scrivere sui nostri striscioni  lo slogan “non esistono governi amici”. Ma siamo anche soliti ripetere che “si parte e si torna assieme”. Ora forse non tutti fanno sempre l’intero viaggio (andata e ritorno), non sempre si riesce a completare il percorso, ma spesso basta fare un tratto di strada in buona compagnia per capire da che parte e con chi stare. E se in questo luogo dove ancora è presente lo spirito di Don Giuseppe Viglongo, antagonisti e cattolici, vecchi e giovani, autoctoni e migranti,  sono riusciti a fare anche un breve tratto di strada assieme non basterà tutto il fango del “Palazzo”per impantanarci.

Borgone Susa, 10 giugno 2018 – Claudio Giorno

19 maggio 2018. i cattolici per la vita della valle alla Rosta-Avigliana No Tav- foto Luca Perino