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ADESSO SAPPIAMO… ANCHE QUESTO

 

Qualche giorno fa – il 6 agosto – Marco Revelli ha scritto un pezzo destinato a rimanere scolpito nelle coscienze di chi non è ancora riuscito a sopprimerne anche l’ultimo alito. Una denuncia che non sarà possibile ignorare, e che inchioderà alle proprie responsabilità una intera classe politica (ma non solo) come è stato – forse – solo per le leggi razziali.

Oggi – ferragosto  – Declan Walsh, giornalista americano (li ce n’è ancora qualcuno) del magazine del New York Times, conferma nei dettagli quel che tutti sospettavamo: Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, fu torturato e ucciso da uomini dei servizi della dittatura egiziana. Di più: il governo del Democraticobama ne rivelò dinamica e motivazioni all’esecutivo del Democraticorenzi,  ma la cosa è rimasta fino ad oggi ostaggio degli interessi economici e delle priorità strategiche superiori.

Revelli riprendeva il passo agghiacciante di uno scritto di Gorge Stainer del 1966: Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.

Walsh scrive nero su bianco che “ gli americani sapevano per certo che la leadership egiziana era totalmente consapevole delle circostanze attorno alla morte di Regeni. Non avevamo alcun dubbio che i vertici sapessero. Adesso sappiamo anche questo.

Revelli fa nome e cognome, nessuno sconto: Chiama in causa il Ministrominniti, la sua lunga militanza comunista, la sua esibita cultura post-sessantottina a scavalco tra Marcuse e la scuola di Francoforte che non gli hanno impedito di trattare con aspiranti dittatori (in questo caso libici) l’internamento dei migranti e di scrivere un “codice” (poi imposto alle Ong) per bloccarne il flusso nel Mediterraneo.

Ma adesso sappiamo anche che mentre voleva cancellare con un plebiscito una Costituzione che aveva il torto di privilegiare l’uomo e i suoi diritti – (come rimproverato esplicitamente  dalle agenzie di rating) il premier che tutto il mondo ci invidiava recitava una parte in commedia: quella dell’uomo che avrebbe perseguito la verità sopra ogni interesse. Ma se un terzo di quel che rivela il NYT corrisponde al vero come ha potuto  reggere lo sguardo dei genitori di Giulio? E come potrà continuare a farlo quando dovrà re-incontrarli? “Il Times parla apertamente di “fratture” all’interno dello Stato italiano. “C’erano altre priorità. I servizi di intelligence italiani avevano bisogno dell’aiuto dell’Egitto nel contrastare lo Stato islamico, gestire il conflitto in Libia e monitorare il flusso di migranti nel Mediterraneo“.

Marcominniti, ministro di ferro del governo del Doporenzi (quello di Gentiloni che all’epoca di Regeni – non imentichiamolo – era ministro degli esteri!) si compiace ad ogni cedimento di Ong, minimizza la rinuncia a continuare i soccorsi di quelle più coerenti come Medici Senza Frontiere, celebra l’atto di sottomissione dei Vescovitaliani…Ma dalla inchiesta del più prestigioso quotidiano atlantico apprendiamo ancora che “a questo (alle rivelazioni del governo Usa sul coinvolgimento certo dell’Egitto nel sequestro e nella barbara uccisione del ricercatore NdR) bisogna aggiungere il ruolo dell’Eni, che solo poche settimane prima dell’arrivo al Cairo di Regeni aveva annunciato una grande scoperta: il giacimento di gas naturale di Zohr, 120 miglia a nord della costa egiziana, contenente 850 miliardi di metri cubi di gas.

Così adesso sappiamo anche che sul fondo del Marenostrum – finalmente liberato dal traffico congestionato di gommoni e navi-soccorso – c’è una ulteriore prova (ma non sarà certo l’ultima) della vera ragione per cui l’Europa non si è mai rassegnata alla perdita delle colonie (ma non vuole neanche sentir parlare del diritto di coloro che vengono rapinati da secoli delle proprie ricchezze a venirsi a riprendere una sia pur modesta quota di benessere): aiutiamoli a casa loro, certo: smettendola intanto di derubarli.

Borgone Susa 15 agosto 2017, ferragosto – Claudio Giorno

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http://www.huffingtonpost.it/2017/08/15/sono-stati-gli-apparati-egiziani-il-governo-sapeva-inchiesta_a_23078158/?utm_hp_ref=it-homepage

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l’articolo di Marco Revelli:
NOI VENIAMO DOPO

“Noi veniamo dopo” scriveva George Steiner nel 1966, “Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”. Anche noi “veniamo dopo”. Dopo quel dopo. Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia e migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.
Quanto sta accadendo in questo inizio torrido di vacanze è una vera apocalisse culturale. Un rovesciamento di tutti i valori nel pieno di una catastrofe di massa. Difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. Che “Dagli al Samaritano!” potesse diventare l’incitamento più diffuso nei media e in politica nel pieno dell’Occidente cristiano è davvero uno shock imprevisto. Governi e Stati che grondano sangue da ogni centimetro dei loro corpi informi mettono sotto processo i pochi – e i soli – che si dedicano al salvataggio delle vite umane nel compiaciuto silenzio di un giornalismo senz’anima. Il vizio che pretende di mettere alla sbarra la virtù, la irride e calunnia, dalle prime pagine dei quotidiani mainstream e dalle Cancellerie dei governi europei. Il salvataggio delle vite trasformato in vergogna e crimine: “crimine umanitario”, concetto coniato dallo stesso manigoldo che – ha ragione Saviano – aveva contribuito a suo tempo a mettere in circolo l’oscena espressione “guerra umanitaria”.
Diciamolo una volta per tutte: non c’è un gran differenza tra il fascista ungherese Orban e il post-comunista italiano Minniti. Alzare muri di filo spinato alle proprie frontiere o costruire muri diplomatici al confine del deserto, nella sostanza, non cambia la natura della cosa: forse è più letale la seconda tecnica, perché consegna ai tagliagole delle tribù del Sael e del Fezzan uno jus vitae ac necis su uomini, donne, bambini, che scompariranno silenziosamente, lontano dai nostri sguardi delicati, fuori dalla portata d’azione delle famigerate Ong che s’intestardiscono a voler salvare vite.
Denunciamoli, questi nuovi “specialisti del disumano”, al Tribunale dei popoli.

Marco Revelli

CERCASI MINNITI DISPERATAMENTE

Lo hanno cercato in sartoria (la sua collezione di abiti confezionati su misura è divenuta un must fin dai tempi in cui si dichiarava comunista e fedelissimo di DAlema); ma era già atterrato nel Gargano: non per godersi finalmente una breve ma meritata vacanza, ma per certificare la promozione in serieA della mafia del sudEst, dopo l’agguato a due boss e a due malcapitati contadini colpevoli solo di aver assistito alla esecuzione e di poter eventualmente fornire qualche dettaglio utile a identificare gli esecutori. Ma il sibilo dell’elicottero bi-turbina gli fa ormai da colonna sonora; che si trovi sulla banchina dove la polizia “guarda a vista” da giorni un peschereccio sequestrato a una perfida Ong (alleata di fatto con gli scafisti trafficanti di uomini), o sul ponte di un cacciatorpediniere in pattugliamento anti-migranti nel Golfo della Sirte (col permesso del nuovo ras  di Tripoli , ma sotto la minaccia di quello di Tobruk…).

E pensare che solo 48ore prima stava per scendere le scale del Viminale con in tasca una lettera di dimissioni (come informano le badanti dell’Ansa), sotto la grandinata di fuocoamico del collega Delrio, folgorato dal ricordo di devozioni (e processioni) che ne fanno il naturale riferimento di quella parte del mondo cattolico che – nei secoli fedele– vota ancora PidDiCi e predica l’accoglienza senza se e senza ma… Se non scendeva in campo nientemeno sua eminenza Mattarella benedicendolo laicamente dall’altare della cappella privata del Quirinale la testa più lucida mai uscita dalle bottegheoscure, non avrebbe presieduto alla tradizionale cerimonia del ventaglio gettando nello sconforto gli affezionati cronisti di palazzo che l’aspettano da un anno all’altro per contare e per contarsi.

Per questo (e per chissà quant’altro che a noi che viviamo in periferia non è dato neanche di immaginare) non lo si trova da ieri sera:

Perché ieri sera uno abituato ai blitz come lui ce lo si poteva anche aspettare seduto sui banchi del consiglio comunale di Licata.

Licata è (potrebbe essere) un angolo di paradiso. Poteva esserlo per tutti se non avessero deciso che lo sia solo per qualcuno: gli abusivi che hanno edificato in anni ed anni di lassismo (fra buste aperte e occhi chiusi) decine di secondecase sin sulla battigia. Luoghi da cui si gode di una vista splendida (a patto di non scattare un selfie che non potrebbe nascondere né la bruttezza dello scempio edilizio né di chi ne gode l’abUSO.

Un giovane sindaco – Angelo Cambiano – aveva provato a invertire la tendenza di illeciti edilizi – prima, e di tolleranza ammnistrativa – poi. dando esecuzione almeno alle sentenze definitive della Magistratura di Agrigento che intimavano di dar corso a un primo lotto di  demolizioni, ma che da anni giacevano inattuale nei falconi dell’archivio dell’Ufficiotecnico… Col risultato di finire prima sotto scorta (dopo minacce e attentati intimidatori) e – da ieri sera – sfiduciato a maggioranza dal Consigliocomunale

Ma Minniti (che pure si muove con la rapidità della folgore, da Cardif a Bruxelles) ieri sera era altrove. Probabilmente non era stato invitato; fatto sta che lui (nonostante Delrio) è ancora ministro, mentre Cambiano (nonostante l’appoggio dichiarato di due star della tivù come Ficarra e Picone)  non è più sindaco.

Lungi da me (che a differenza delle badanti-Ansa non ho accesso alla sua agenda) sapere dove fosse: Ancor più lontano (dalle mie intenzioni) processare i ventuno consiglieri (ne bastavano venti) che hanno sfiduciato Cambiano: sono amici o abusivi essi stessi? Sono amici degli amici? E quelli che sono stati eletti nella lista del sindaco e hanno cambiato opinione non sono forse liberi di farlo? Se fossero parlamentari sarebbero già tutti almeno sottosegretari…

So perfettamente che le procedure per dichiarare decaduto un intero consiglio comunale sono lunghe e complesse, soprattutto sono rigorosamente garantiste: si fa presto a dire mafiosi, bisogna dimostrarlo: non bastano due attentati incendiari alla propria abitazione per vederci dietro Cosanostra. Siamo in democrazia, che diamine.

Ma io sono un semplice cittadino di quella generazione che riteneva e ritiene ancora  che l’impegno politico non si esaurisca nell’amministrare (meglio se bene) un municipio o un ministero.  Ma che si svolga anche nel compimento di gesti di alto valore etico e politico pur se simbolico. Per questo avrei visto bene – ieri sera – se Minniti fosse apparso – tra lo stupore generale – nella sala consiliare di Licata. O ci avesse almeno mandato – che so io –  il Prefetto di Agrigento. dottor Nicola Diomede, come osservatore. Che forse c’era, chi sa, e sono io che non sono abbastanza informato e – essendo un po’ diffidente – penso che Angelo Cambiano sia stato lasciato un po’ solo (…perlomeno sin qui, poi vedremo).

Borgone Susa, 10 agosto 2017 poco prima della notte di S. Lorenzo –  Claudio Giorno

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/10/licata-cacciato-sindaco-che-voleva-demolire-labusivismo-nei-giorni-scorsi-la-solidarieta-di-ficarrapicone/3786987/ 

 

CEDRIC, BOVE’, MIGRANTI, PETROLIO E TAV

Martedì 25 luglio. Raffiche di foehn, come solo d’inverno, spazzano le terre di confine tra Francia e Italia. Su il Fatto Quotidiano Anna Vullo racconta dell’ultima disobbedienza di due contadini:

Cedric Herrou, noto alle cronache per aver comprato un rudere sui terrazzamenti da anni incolti della Val Roya e averli rimessi a coltura e cultura ospitandovi, assieme alla sua famiglia, decine di migranti che la Francia respinge e l’Italia concentra sugli scogli di Ventimiglia.

Cedric Herrou intervistato da Guido Piccoli per la radio della Svizzera italiana nella sua casa-rifugio di Breil sur Roya (foto Cg – 2017)

E José Bové, contadino ribelle eletto eurodeputato nelle liste dei verdi francesi per vedere dal di dentro che fine ha fatto l’Europa e come è riuscita la finanza internazionale a divorarsi anche i contributi agricoli.

Herrou e Bovè avevano provocatoriamente accompagnato verso Nizza – lunedì 24 luglio – duecento di quei migranti che  quotidianamente tentano di raggiungere Marsiglia, Lione, Parigi e poi Londra e il nord del vecchio continente. In centoventi erano riusciti a prendere il treno per Marsiglia, ma a Cannes, la città dei lustrini e delle paillettes, del red carpet e del casinò erano stati intercettati da una intera divisione della gendarmeria; fatti sedere tra i binari, guardati a vista per ore dai RoboCop in assetto antisommossa, quindi caricati sui pullman e deportati al di la della dogana di Menton; ri-lasciati nella casella di partenza, sul suolo italico  – in un beffardo gioco dell’oca in cui è naturalmente finito anche Herrou – tornato nella casella della prigione (mentre Bovè, grazie al suo status di parlamentare l’ha svangata).

Non risulta che il Ministrominniti abbia opposto resistenza, anzi, pare che i pullman abbiano proseguito il viaggio fino a Taranto di modo da rassicurare la monarchia transalpina da successivi tentativi di incursione. Inutile aggiungere che i richiedenti asilo erano in gran parte cittadini di ex colonie francesi.

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French President Emmanuel Macron stands between Libyan Prime Minister Fayez al-Sarraj (L), and General Khalifa Haftar (R), commander in the Libyan National Army (LNA), who shake hands after talks over a political deal to help end Libya’s crisis in La Celle-Saint-Cloud near Paris, France, July 25, 2017. REUTERS/Philippe Wojazer

Mercoledì 26 luglio. Ancora da Il Fatto Quotidiano (unico giornale che rifiuta di pubblicare veline governative copiaincollate sotto forma di articoli di fondo) si può leggere come, perché e per cosa il primocittdino di Francia abbia coronato l’impresa iniziata dal suo predecessore neogollista e proseguita (maldestramente) da quello “di sinistra”: la pacificazione tra gli “uominiforti” questa volta di una ex colonia italiana: la Libia: Qui è Leonardo Coen a guidarci nel Castello La Celle-Saint-Cloud, (alle porte di Parigi) in un tour immaginario, (visto che nessuno italiano era invitato) tra flash digitali e strette di mano… analogiche:

Non stupiamoci se la la Francia ha messo il cappello sulla questione libica, scalzando l’Italia nel suo ruolo di mediatrice della complessa ed indefinita situazione che oppone Tripoli alla Cirenaica. Anzi, umiliandola sul piano diplomatico” – scrive Coen che prosegue: – “La colpa è solo nostra: paghiamo l’insipienza di un ministro degli Esteri che è preso dalle beghe interne del suo partito (…) Paghiamo il fatto che i politici del nostro Paese si muovono in ordine sparso, esportando litigi, divisioni, remando contro gli interessi vitali italiani. Al contrario, la Francia – ma anche Spagna, Germania, Gran Bretagna – fanno “sistema”.

Ma il giornalista del Fatto oltre a non copiare e incollare veline ha anche il pregio di non fermarsi alla cronaca: ha letto “Rivoluzione”, il libro-manifesto del banchiere prestato alla politica (e che governa sulle macerie dei predecessori pur avendone arruolati non pochi tra le sue fila):

Cita il  capitolo XIV, che considera come un obiettivo primario “la nostra sicurezza all’esterno e dunque la necessità di combattere con ogni mezzo il nostro nemico, l’Isis, e tutti i rischi a esso connessi”. Infatti, nel documento sottoscritto ieri nel castello La Celle-Saint-Cloud, è esplicito il riferimento a questo aspetto che giustifica l’intervento francese (mentre tutti sanno che è il petrolio il vero motivo) commenta sarcastico ma lucido Coen che aggiunge un dettaglio che ci riporta a Herrou, Bovè, ma soprattutto ai migranti: Cita un “rapporto della Farnesina (…)” che spiega che dove la“Libia confina con Niger e Ciad sono dislocati i contingenti armati francesi. L’Armée non blocca il flusso dei migranti. Li lascia passare. Parigi fa finta di nulla. I trafficanti di uomini possono operare tranquillamente. Dunque, c’è ipocrisia nel pensiero macroniano”.

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Elisabeth Borne, ministro dei trasporti del prmo governo Macron e fino a pochi giorni fa presidente della RATP il vastissimo réseau di metrò, ferrovie suburbane, tram e bus di Parigi che muove 8 milioni di persone al giorno!

Venerdì 28 luglio, (il prossimo):

Non sarà Minniti col bauletto dei suoi abiti di sartoria famosi sin dai tempi in cui era un fedelissimo (?!) di Dalema… E neanche Alfano paracadutato dagli interni agli esteri  senza neanche aver ancora una nozione precisa della “sua” Sicilia visto l’abisso che si coglie tra le sue esternazioni e una provocazione di Sciascia o una spiritosaggine di Camilleri. Ma sarà Graziano Delrio a prendere un volo (Alitalia?) per Parigi.

Dove non dovrebbe incontrare Macron – se quel che ne anticipano gli ascari dell’Ansa corrisponde al vero – ma Elisabeth Borne, la donna che Macron ha scelto per un ministero che – significativamente – viene definito “incaricato dei trasporti nella transizione ecologica e solidale” (mi scuso per i limiti di una traduzione letterale dal francese).

E non c’è bisogno delle veline dei giornalisti accreditati presso le lobby della finanza e delle costruzioni (che sono anche i loro editori) per capire che siamo proprio di fronte a una persona di assoluta competenza ed esperienza perché proveniente dagli studi e dagli incarichi giusti (ed anche perché arruolata dal rivoluzionario liberista mentre si aggirava tra le macerie del secondo ancien regime): basta e avanza leggere il suo sobrio ma impeccabile curriculum.

Parigina-doc, nata nel ’61, laureata al politecnico e diplomata presso la prestigiosa Ecole natio­nale des ponts et chaus­sée, membro del Collegio degli Ingegneri non disdegna la frequentazione della politica dove inizia fin dal 1987 a occuparsi di infrastrutture nell’impegnativo contesto dell’Ile de Farnce per approdare ai trasporti – come consigliere tecnico – negli anni ’90.

Per conseguire – nei primi anni 2000 – il ruolo di direttore generale della strategia delle SNCF (Le ferrovie francesi) e – cinque anni dopo, dedicarsi alla regìa delle concessioni della potentissima finanziaria e impresa di “Grandi Opere”  Eiffage! Successivamente è direttore della pianificazione per la città di Parigi, Prefetto della regione Poitou-Charentes, e per un anno dirigerà il Ministero dell’Ecologia di Ségolène Royal (già candidata socialista all’Eliseo sconfitta nel 2008 da Sarkozy, nonché ex consorte di Hollande che la nominerà ministro del governo Valls nel 2014).

Poi dal 2015 al 2017 (fino a pochi giorni fa), occupa la poltrona di presidente della RATP il vastissimo réseau di metrò, ferrovie suburbane, tram e bus di Parigi che muove 8 (otto) milioni di persone al giorno! (Una delle reti pendolari più complesse del globo dove – in totale controtendenza – la Borne ha annunciato, nel 2016, l’assunzione di 3 000 persone!).

Manco a dirlo è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine Nazionale al Merito e della “Legione d’Onore”!

Potrei fermarmi qui. Intanto vi risparmio il curriculum di Delrio perché il poveruomo uscirebbe distrutto nel confronto e non solo sul piano tecnico… Ma mi pare utile (e intrigante) aggiungere alcuni dettagli apparentemente marginali circa i motivi che avrebbero indotto il ministro reggioemiliano delle Infrastrutture e dei Trasporti (ma cosa aspettano a cambiargli almeno il nome) a precipitarsi dalla sua “collega parigina”. (Sempre a dar retta alla solita Ansa).

La Borne, quando era dirigente delle Ferrovie Francesi aveva un presidente: si chiamava Hubert du Mesnil. Non è una omonimia: è proprio l’attuale presidente di TELT (il “TAV” Lyon- Torino, o meglio: quel che ne resta)  che – non diversamente da tanti illustri pensionati delle potentissime (ma spendaccione SNCF) – ha avuto così la sua “buonuscita”.

Non solo: la Borne è stata membro della Commissione Intergovernativa che ha concepito e poi partorito la Lyon Turin Ferroviarie, LTF (oggi ridotta alla low cost TELT, Tunnel Euralpin Turin-Lyon).

Insomma: l’ingegner Borne sa di cosa parla, Delrio no.

Qualunque sia l’esito dell’incontro chiesto frettolosamente e con imbarazzo dal nostro ministro il suo peso sarà zero (non dissimilmente da quello dei suoi colleghi di esteri e interni per le ben più impegnative vicende si cui sopra): anzi: proprio come i suoi colleghi di un  governo nato morto e sotto la minaccia permanente del Rottamatorerenzi avrà il peso che il Rivoluzionariomacron deciderà di assegnarli: una parte in commedia.

Perché Macron – nello scegliere la Borne per quel dicastero – ha mostrato chiaramente l’intenzione di voler delegare a persona competente e di esperienza la spinosissima questione dell’indebitamento  non solo di SNCF, ma della miriade di Società Concessionarie di Grandi Opere che in Francia (come in Italia e nel resto del vecchio continente) hanno in comune parecchie cose, ma in particolare una: di nascere senza copertura finanziaria per poi andare a pesare come macigni sul debito pubblico.

(Per poi ricattare governi e cittadini sull’occupazione: il manipolo di operai in sciopero dopo la fine dei lavori del cunicolo-Tav di Chiomonte è solo un riverbero che sconfina fino a noi dalla Grande Francia delle Centrali Nucleari a fine vita, dei Canali Navigabili insabbiati e delle Linee Ferroviarie a Tres Grande Vitesse al collasso finanziario).

Delrio una sola cosa potrà fare e con tutta probabilità farà: ribadire e soprattutto garantire che il Tunneleuralpin lo pagheranno in larga parte i cittadini italiani (un po’ quegli europei e un “petit peu” quelli francesi). Poi se Hubert du Mesnil riuscirà a convincere la sua ex funzionaria che per il saldo non chiederà alle casse parigine neanche un cent ma (e soprattutto) che li procurerà il suo aiutante di campo Mariovirano, non sarà certo lei a deludere le aspettative di Eiffage & Co.

E se poi Eni sarà disposta a dividere in parti disuguali il petrolio libico con Total-Fina-Elf e noi ci terremo i migranti che vogliono invadere la Dolcefrancia da Ventimiglia al Montebianco, in cambio potremo pagarlo anche tutto il Tunneleuroalpino. Ma a patto di elettrificare il filo spinato lato-italia per stecchire come zanzare gli africani (specialmente quelli di lingua francese) che si ostinano a voler vedere da vicino la Tour Eiffel.

Borgone Susa. 26 luglio 2017 (2giorni avanti il viaggio della speranza di Delrio) – Claudio Giorno

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/25/francia-cedric-herrou-ed-eurodeputato-accompagnano-200-migranti-a-nizza-maxi-blitz-della-polizia-li-riporta-in-italia/3753755/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/25/francia-cedric-herrou-ed-eurodeputato-accompagnano-200-migranti-a-nizza-maxi-blitz-della-polizia-li-riporta-in-italia/3753755/

SE ANCHE GLI IMBECILLI HANNO SETE

C’è in questa “fasestorica (come la chiamerebbe l’Onorevolebersani nello scrivere la prefazione di un libro del Senatoreposito) il convincimento profondo che sia sufficiente votare un Trump per cancellare dall’orizzonte l’effetto serra e soprattutto le sue ormai evidentissime conseguenze…

C’è in questa stagione (come tutti chiamiamo da sempre l’estate) un evidentissimo aumento delle temperature medie e della siccità che affliggono gli umani, gli animali e i vegetali…

Ci sono giornalisti come Alessandromondo che sprecano l’acqua contenuta nella cellulosa e nell’inchiostro dei giornali cartacei ostinandosi a scrivere che la soluzione del problema sta nell’appaltare nuove grandi e piccole opere (in questo caso sotto forma di acquedotti) per sostituire quelli “colabrodo” che perdono per strada fino al 50% del prezioso liquido prelevato alle sorgenti…

C’è chi – pur di dimostrare che Roma è stata amministrata perfettamente & bene fino a due anni fa – attacca l’azienda municipale capitolina rea di voler prosciugare il lago di Bracciano per dare da bere ai Romani… (Peccato che siano gli stessi che hanni vanificato un referendum plebiscitario che chiedeva la ri-pubblicizzazione delle società di distribuzione del prezioso liquido).

C’è chi per potenziare il  canale (semivuoto) di trasporto merci tra Italia e Francia propone di scavare un tunnel che secondo una perizia (da loro stessi commissionata!) determinerà la perdita irreversibile della quantità di acqua potabile sufficiente a dissetare una città di un milione di abitanti (mezza Roma): come se l’idraulico che avete chiamato per portavi l’acqua in casa usasse i vostri soldi per forarvi le piastrelle della cucina col solo scopo di portarvi altre formiche nel lavandino…

Ma la siccità (come la morte di cui è parente stretta) non guarda in faccia nessuno. Né (come ci spiegano naturalisti e geologi, peraltro inascoltati) si può sperare in nubifragi e inondazioni (sempre più frequenti e devastanti per lo stesso motivo: il surriscaldamento del globo) per porvi rimedio. Anzi…

E allora converrà provare a fare almeno qualcosa che sia davvero alla portata di tutti per difendersi:

abbandonare prima che sia troppo tardi il concetto di delega, moltiplicare l’auto organizzazione di comunità piccole e grandi (non tutta la rete vien per nuocere), denunciare la gestione del bene comune a scopo di lucro.

La corruzione è come la mafia” ha appena detto il capo della polizia. il Prefettogabrielli , nel commentare la sentenza che ha condannato i singoli (di destra e di sinistra) associati in cartello per la gestione degli appalti, ma mandato assolto il collettivo del “Sacco della Capitale”. Chiediamogli allora coerenza: a cominciare dalla riconversione in direzione della lotta alla corruzione. dei reparti “specializzati” nella repressione della protesta sociale destinandovi uomini e mezzi in quantità proporzionata.

E chiediamo con forza al Capo dello Stato di restituire la Guardia di Finanza ai suoi compiti di istituto, smilitarizzandola e dotandola di strumenti più idonei a combattere l’uso sempre più sofisticato delle nuove tecnologie per corrompere la finanza pubblica.

Restituiamo (se non l’autonomia) perlomeno l’operatività al Corpo Forestale delle Stato perché la loro professionalità ed esperienza non si disperda irrimediabilmente  tra le mille competenze attribuite ai Carabinieri (a causa dell’ennesima stolta riforma che pare dettata dai piromani – di mestiere – che della siccità sono gli “azionisti di riferimento”).

Diffidiamo infine dei Grandisacerdoti che vorrebbero relegarci a fare danze della pioggia e riti propiziatori: partecipare alla liturgia elettorale come e quando (sempre più raramente) ci viene consentito dai compilatori di liste passate all’approvazione preventiva della finanza internazionale, non ci salverà dalla desertificazione, né dal diluvio universale.

Borgone Susa, 23 luglio 2017 – Claudio Giorno

ARGON

Ci sono, nell’aria che respiriamo, i cosiddetti gas inerti. Portano curiosi nomi greci di derivazione dotta, che significano “il Nuovo”, “il Nascosto”, “l’Inoperoso”, “lo Straniero”. Sono, appunto, talmente inerti, talmente paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun altro elemento, e proprio per questo motivo sono passati inosservati per secoli: solo nel 1962 un chimico di buona volontà, dopo lunghi ed ingegnosi sforzi, è riuscito a costringere lo Straniero (lo xenon) a combinarsi fugacemente con l’avidissimo, vivacissimo fluoro, e l’impresa è apparsa talmente straordinaria che gli è stato conferito il Premio Nobel. Si chiamano anche gas nobili, e qui ci sarebbe da discutere se veramente tutti i nobili siano inerti e tutti gli inerti siano nobili; si chiamano infine anche gas rari, benché uno di loro, l’argon, l’Inoperoso, sia presente nell’aria nella rispettabile proporzione dell’1 per cento: cioè venti o trenta volte più abbondante dell’anidride carbonica, senza la quale non ci sarebbe traccia di vita su questo pianeta”. Comincia così  “Sistema Periodico”, di Primo Levi, oggetto di una lettura sublime su  Fahrenheit” di RaiRadio3. nel mese di aprile di questo 2017 da parte di Elio De Capitani, (seguitissima nella rubrica “ad alta voce”). E di una lettura semi-clandestina (le foto diffuse da un solerte ufficiostampa mostrano si e no 20 persone addetti ai lavori compresi) all’ultimo Salonedellibro di Torino. Una lettura compiacente sponsorizzata da TELT (la società che dovrebbe realizzare quel che resta della LyonTorino) e introdotta dal  patron della fiera subalpina: Ernestoferrero. Lo stesso che – qualche anno fa, nel 2013, aveva rifiutato a Luca Rastello ed Andrea De Benedetti la presentazione del libro “Binario morto” perché “di parte No Tav” …(Ma dopo aver accolto con deferenza – nel 2012 – “TAV SI” del duo Stefanesposito & Paolofoietta oggi rispettivamente senatore del Piddì e presidente dell’Osservatorio per la realizzazione della Grandeopera…forse perché di parte giusta, in questo caso).

Ma torniamo alla lettura di quest’anno di alcuni libri arbitrariamente arruolati al Tav (si suppone con i relativi autori ancorché – nove su dieci – nella impossibilità di essere consenzienti) e introdotti da Ferreroinpersona col seguente titolo passe-partout: “Torino-Lione: un viaggio in dieci libri, un’antologia di testi sulle terre al di qua e al di là delle Alpi. La letteratura come compagna di viaggio, per misurare somiglianze e peculiarità e superare il confine”; e torniamo soprattutto al primo (e più improbabile) tra gli autori forzatamente arruolati all’appaltificio (se si legge tutto il libro non sfuggiranno a un lettore intellettualmente onesto i molti passaggi sullo sfruttamento di un giovane laureato per di più di famiglia ebraica e persino qualche riferimento alla Valle di Susa  e alle sue amate montagne)…

Ma malasorte ha voluto che ieri – 2 luglio 2017 – ci sia stata una seria perdita di gas da un treno-merci che sferragliava sull’altro capo della cosiddetta Transpadana (la ferrovia tra Torino e Trieste di cui il tunnel transalpino tra la Val di Susa e la Val Maurienne (sempre che riescano a scavarlo) interesserebbe la tratta meno trafficata!). “Una perdita di gas argon liquido refrigerato” nei pressi “della stazione di Monfalcone” che  “è stata evacuata ed è rimasta chiusa per due ore” ci informano i quotidiani odierni . Proprio l’argon da cui prende pretesto Primo Levi per restituirci – in questo capitolo – una immagine straordinaria della sua famiglia ebraico-piemontese così lontana nel tempo e nelle storie dal mediocre tentativo di strumentalizzazione a favore della compagnia dell’appalto pubblico… “Sul posto sono intervenute squadre dei vigili del fuoco di Gorizia e Trieste. La perdita ha interessato l’ultimo carro di coda del convoglio 41853 di RTC-Rail Traction Company (…) Lo si apprende da fonti di Trenitalia”. Scrivono ancora i giornali di oggi: “ La perdita di gas – si apprende sempre da fonti di Trenitalia – non ha causato alcun ferito. L’argon non è nocivo se respirato in piccole quantità. (…) E aggiungono, ma sempre cautelandosi citando la fonte: Trenitalia: Il gas argon liquido non è infiammabile ma è tossico se viene inalato”. Ma Trenitalia, a sua volta, si cautela chiamando in causa Rail Traction Company SpA (RTC) che è una società privata fondata nel febbraio 2000 in seguito alla liberalizzazione dei trasporti ferroviari in Italia e in Europa. Liberalizzazioni e compagnie private: e qui le coincidenze si fanno inquietanti perché è in seguito alla liberalizzazione/privatizzazione che un carro cisterna fu preso in affitto da Fs-Trenitalia-Cargo dalla austriaca Gatx; la manutenzione era stata effettuata dall’officina Jungenthal di Hannover (controllata Gatx) e poi dalla Cima riparazioni, officina di Bozzolo (Mantova) certificata da Db (ferrovie tedesche) e Trenitalia, come è stato accertato nel lungo processo. Quale processo? Quello per la strage di Viareggio, di cui è appena trascorso l’ottavo anniversario, il 29 giugno ultimo scorso… Un carro cisterna che non trasportava un “gas nobile”, ma GPL, gas da petrolio liquefatto e il cui assile cedette – otto anni fa –  all’ingresso nella stazione di Viareggio in una calda notte d’estate destinata a divenire un inferno per 32 persone e per i loro familiari sopravissuti alla strage ma feriti per sempre nel corpo e nell’anima.

Forzatura la mia? Date e coincidenze metterebbero sufficientemente al riparo, ma se l’”accusa” dovesse provenire da chi ha “usato” un grande come Primo Levi per una cortigianeria piccola piccola potrò persino incorniciarla come si fa con le tesi di laurea.

Borgone Susa, 3 luglio 2017 – Claudio Giorno

 

FIANCO-DEST!

Quando noi diciamo che è finita la stagione del centro sinistra, diciamo che bisogna rompere con tutto questo: bisogna rompere con una sinistra alla Tony Blair, che fa il lavoro della destra. Con un Renzi indistiguibile da Berlusconi”(…) “Pensiamo che il Partito Democratico di Renzi sia ormai un pezzo della destra. Perché fa politiche di destra: e di destra non sempre moderata. Lo diciamo con grande dolore, e con profondo rispetto per una gran parte dei suoi militanti. Ma dove dovremmo collocare un partito che lavora per aumentare la diseguaglianza (si pensi al Job’s act)?

Sono due brevi passaggi della lunga relazione pronunciata a  Roma- teatro Brancaccio – da Tomaso Montanari, domenica 18 giugno, all’assemblea di chi – dopo essersi opposto allo stravolgimento della Costituzione Repubblicana – oggi propone di cominciare finalmente a darle applicazione. Poche sentite parole per spiegare anche ai più semplici  perché lo slogan“ mai con il Pd”è stato il più applaudito dalla affollata platea dei partecipanti.

Ma non intendo qui aggiungermi né a coloro che hanno guardato con rinnovata speranza a questo ennesimo tentativo di riunificate le schegge impazzite della sinistra italiana, né a chi l’ha stroncata… Personalmente faccio parte di quella moltitudine che “ha già dato” e che per esperienza diretta pensa che “condicio sine qua non” per la riuscita di una simile impresa sarebbe il passo indietro di tutti i Vendola&Pisapia, partiti&partitini, correnti&spifferi che si sono prodigati, nell’ultimo ventennio, per soffocare ogni possibile sforzo di chi – fuori da ogni nomenklatura – ha provato a darsi disponibile a un progetto di cui pure ci sarebbe un bisogno vitale (proprio perché l’alternativa è mortale)…

Avendo conosciuto i nostri polli temo – insomma – che dovremo ancora “fare senza”, ma – e di questo invece sono certo – che il bisogno sia vitale lo si può facilmente dedurre dalle notizie di ogni giorno: due tra quelle di oggi 22 giugno, giornata soffocante non solo perché il termometro sta stabilente sopra i 35 gradi e “l’umidità fa novanta”,  ma perché la Dna – Direzione Nazionale Antimafia ci conferma (se ancora ce ne fosse bisogno) che la ‘ndrangheta pervade i settori nevralgici dello stato. “Alcune indagini hanno rivelato come la ‘ndrangheta sia “presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’ economia”. (…). La Dna rileva inoltre come resti “diffusa e pervasiva” la presenza di ‘Cosanostra’ sul territorio nazionale, con una “pressante imposizione del pizzo”. E tanto per fugare i dubbi di chi si mostra tanto severo con i pasticci della Raggi, quanto indulgente verso le complicità di chi ha “amministrato” la capitale nell’ultimo quarto di secolo afferma che a Roma una “associazione di stampo mafioso” esiste. (…)

 

Ma se dall’”interno” rivolgiamo lo sguardo all’”estero”, non sono certo più lusinghiere le notizie che arrivano dalla odiatissima Europa, quella che “ce lo dice” (tutto quanto di più sgradevole dobbiamo fare): questa volta non è la Commissione di Bruxelles ma la Corte di Starsburgo che ci condanna, e senza appello:  “G8-Diaz, (…). La Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato ancora una volta l’Italia  per gli atti perpetrati dalle forze dell’ordine nell’irruzione nella scuola  Diaz nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001 durante il G8 di Genova. Per la Corte Europea le leggi italiane sono  inadeguate a punire e prevenire gli atti di tortura delle forze dell’ordine.  La Corte di Strasburgo ha anche condannato il nostro Paese per non aver punito in modo adeguato i responsabili degli atti compiuti ai danni di diverse persone.

Ce lo dice, anzi ce lo ripete (a distanza di sedici anni!) l’Europa. Ma non quella governata dalle lobby della finanza (contaminata dalla ‘ndrangheta), ma quella che dovrebbe obbligarci al rispetto minimo dei diritti umani: scommettiamo che resterà inascoltata?

Borgone Susa, 22 giugno 2017 – Claudio Giorno

20 maggio 2017: “un viaggio che non promettiamo breve”… fa tappa a Bozzolo e Barbiana

La ricostruzione più utile e completa su un episodio di disobbedienza civile straordinario, e davvero “di base” e collettivo, unico nella recente storia italiana e forse europea. Se i No-Tav non hanno avuto l’impatto sulla nazione che la loro lotta avrebbe meritato, è stato, io credo, per l’assenza da tempo in questa storia di una sinistra che difendesse proletari e reietti invece di schierarsi ciecamente con i concreti sostenitori e impositori di un’idea di sviluppo supina agli interessi della grande finanza, che mai è stata così cieca nei confronti degli interessi collettivi e così disinteressata a quelli degli ultimi, dei “perdenti”. Nel libro di Wu Ming si ricostruisce anche una storia passata della valle e vi si ritrovano per esempio figure luminose come Ada Gobetti, comandante partigiano, o Carlo Carretto, organizzatore cattolico e poi frate nel deserto, che entrambi ho avuto la fortuna di conoscere, o Achille Croce, militante nonviolento, o un prete saldissimo nelle sue convinzioni come don Giuseppe Viglongo (e sulla partecipazione cattolica alla storia del no-Tav è uscito l’anno scorso un libro fitto di immagini e documenti scritto dai “Cattolici per la vita della Valle”, Il nostro No – edizioni Morra – prefazione di monsignor Ricchiuti di Pax Christi). Con ampiezza inusitata e controllata passione, Wu Ming 1 ha scritto un libro che resterà e che tanti dovrebbero leggere, per capire cosa davvero è accaduto nella valle e cosa certamente vi accadrà ancora di importante per tutti.

Sin qui Goffredo Fofi nella recensione di “Un viaggio che non promettiamo breve” pubblicata su Avvenire(!) il 2 dicembre 2016, sei mesi fa.

Oggi Papa Bergoglio ha scelto la inusuale formula della visita privata per potersi raccogliere in preghiera – è stato scritto – nei luoghi del “confino” in cui erano stati relegati due sacerdoti che di Don Viglongo furono tra i principali riferimenti: don Primo Mazzolari – il prete partigiano e don Lorenzo Milani – priore di Barbina.

12 dicembre 1980: don Giuseppe Viglongo alla manifestazione ecologista di Chambery contro l’apertura di miniere di uranio sul massiccio d’Ambin

Dico subito che non intendo appropriarmi della visita papale intestandola a “Dialogo in Valle” (la rivista “eretica” dove gli scritti e i libri dei due sacerdoti “messi all’indice” venivano citati e recensiti continuamente dal “collega” a sua volta “distaccato”  nelle borgate montane di Condove). Ma rivendicare – questo si – la  straordinaria, pur se meno conosciuta, lungimiranza di Don Giuseppe che se oggi fosse ancora tra noi proporrebbe un numero speciale del giornale per commentare nel modo giusto la visita del Papa “venuto da lontano” (dallo stesso continente di un altro dei riferimenti spirituali ed etici di Don Giuseppe: Monsignor Oscar Romero).

Nel modo giusto, si perché chi ha avuto tempo e voglia di ascoltare la “diretta” della visita non ha potuto non notare la prevedibile parata di personaggi che hanno sfruttato la presenza di Francesco per godere dei riflessi dei riflettori e approfittato dei microfoni aperti per tentare di arginare l’essenza del suo pellegrinaggio: l’inequivocabile invito a seguire la scelta di “quei due”: dalla parte degli ultimi come Bergoglio non si stanca di dire che debba stare la Chiesa tutta. http://www.radiorai.rai.it/dl/portaleRadio/popup/player_radio.html?v=1

Il Papa gesuita che fu in qualche modo esiliato anche lui dalla Compagnia di Gesù (lo ha affermato Monsignor Paglia ricordando che anche di Romero, Bergoglio ebbe a dire che chi lo fece soffrire furono soprattutto “i suoi confratelli”).

Niente di più, niente di meno: esprimere la gratitudine alla sorte di chi di noi ha avuto la fortuna di conoscere Don Viglongo – “il nostro prete esiliato” – (di cui l’allora vescovo della diocesi di Susa ebbe il cattivo gusto di provare a “rimproverare” persino le sue spoglie mortali sul sagrato della chiesa di Condove da dove sarebbero state riportate nel suo paese di origine tra le risaie del vercellese). La gratitudine a un uomo grazie al quale oggi – a mezzo secolo dalla morte di Don Milani e alla vigilia dell’inizio del processo di canonizzazione di Don Mazzolari possiamo affermare con legittimo orgoglio che noi non li abbiamo scoperti oggi.

E che chi oggi ha fatto parte delle “delegazioni ristrette”, definite nei soliti luoghi e con le solite procedure ha tentato ancora una volta – ma finalmente invano – di esiliarne lo spirito visto che non è più possibile farlo con le persone.

Borgone Susa, 20 giugno 2017 _ Claudio Giorno

La testata del numero speciale di “Dialogo in Valle” in morte di don Viglongo, Condove, maggio 1991

DOCUMENTAZIONE:

E’ bello considerare quanto anche gli ultimi contributi di don Giuseppe a Dialogo siano stati un’ultima volta una coerente testimonianza. L’ultimo articolo da lui curato (il ricordo di monsignor Romero) pubblicato a pag 5 dello scorso numero di aprile e l’ultimo che avrebbe voluto veder pubblicato  (una riflessione sulla enciclica “Centesimus annus” da lui insistentemente richiesta ancora poche ore prima di partire) sono due segnali indicatori: da una parte la figura del vescovo scomodo da vivo (tanto è vero che lo hanno ammazzato) ma anche dopo morto (tant’è che in Vaticano ne parlano con poco entusiasmo, mentre tra la gente dell’America Latina è ormai un santo; e dall’altra un documento ecclesiale che al di la dei contenuti specifici affronta rilevanti problemi di impegno sociale come quelli del mondo del lavoro.

Una buona sintesi di don Giuseppe Viglongo, prete profetico e scomodo (che evidentemente con ragione sentiva particolarmente vicina la figura di Romero) e testimone nella Chiesa di un impegno concretamente immerso nella realtà sociale.

La Redazione di Dialogo in Valle, Editoriale del numero speciale in morte di don Viglongo, Condove, maggio 1991